20 Giugno 2022




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Quelle politiche pubbliche che puniscono autonomi e non garantiti

Quelle politiche pubbliche che puniscono autonomi e non garantiti

Secondo i dati Istat sono 1,9 milioni di famiglie in condizioni di povertà assoluta: il 7,5% del totale. Questi numeri includono circa 5,6 milioni di individui, tra cui 1,4 milioni di minori, il 9,4% della popolazione. Rientrano in questa categoria coloro che hanno la possibilità di acquistare beni e servizi essenziali al fine di condurre una vita accettabile. Rispetto al 2020, lpovertà assoluta si conferma ai massimi storici toccati a causa della pandemia. Le categorie più complite risultano essere i giovani, le famiglie numerose e i cittadini residenti stranieri.

I maggiori consumi e la crescita del 6,6% del Pil non sono riusciti a compensare gli effetti dell’inflazione che si conferma una tassa sui poveri.

Le disuguaglianze geografiche

Al Nord le famiglie in povertà assoluta sono 90mila, lo 0,9% in meno, rispetto al 2020. Al Sud invece sono 51mila, ma sono cresciute dello 0,6%. Anche considerando i dati a livello individuale, si può individuare il medesimo trend. Infatti, al Nord le persone in condizioni di povertà assoluta sono 299mila in meno, al Sud sono 196mila in più. Va sottolineato che anche nel Settentrione ci sono differenze rilevanti. Il Nord-Ovest è migliorato di 336mila unità e il Nord-Est è peggiorato di 27mila. Nelle regioni dell’Italia centrale la è aumentata, ma l’incidenza rimane la meno alta tra le diverse aree del paese.

Le cause della povertà

Queste disuguaglianze geografiche dovrebbero essere causate da una ripresa più vigorosa delle regioni settentrionali, in cui i lockdown erano stati più duri e quindi avevano inciso di più in negativo. In generale, tuttavia, un problema centrale è l’inflazione. Secondo il bollettino Istat sull’inflazione pubblicato lo scorso dicembre, le conseguenze sulle famiglie sono diversificati. Per il quintile più povero i prezzi sono cresciuti del 2,4% nell’ultimo anno, a fronte di una crescita del’1,6% che ha colpito le famiglie più ricche.

Inoltre, “l’incidenza della povertà tra le famiglie con persona di riferimento occupata è rimasta stabile al 7%, segno che a volte non basta lavorare per non essere poveri, soprattutto nelle famiglie numerose e/o monoreddito”, hanno spiegato gli economisti Baldini e Taddei su Lavoce.info.

C’è, inoltre, un problema di scelte di policy. Le politiche attuate dalla pandemia in poi hanno salvaguardato e premiato soprattutto i dipendenti a tempo indeterminato. Precari e disoccupati, quindi gli individui a maggiore rischio di povertà, sono stati messi in secondo piano. Il tema non è tanto imporre un salario minimo, tantomeno alle condizioni poste da Orlando e Landini, ma di costruire un sistema di welfare che tuteli chi sta peggio considerando tutte le esigenze di queste famiglie e questi lavoratori.