Quello che i no global non vedono…
13 Dicembre 2008
di Anna Bono
Se anche finissero tutte le guerre e se non ci fossero più dittature e se ogni arma andasse distrutta, immense regioni del pianeta continuerebbero a essere teatro quotidiano di incessanti violazioni dei diritti umani.
“Un altro mondo è possibile” è lo slogan preferito dai movimenti no global anti occidentali e intendono un mondo non corrotto dalla nostra civiltà che considerano la peggiore mai concepita dal genere umano, dimenticando che si deve proprio alla civiltà occidentale cristiana la rivoluzione antropologica che ha portato alla formulazione del concetto di persona e alla conseguente convinzione che esistano dei diritti inerenti alla condizione umana, quindi inalienabili e universali.
Oltre i confini dell’Occidente, un altro mondo è possibile, ed esiste, dove invece i diritti dipendono dallo status e lo status da fattori principalmente ascritti: il sesso, la posizione della propria famiglia nella comunità d’appartenenza, l’ordine di nascita al suo interno. È un mondo che attribuisce valore alla comunità e non alla persona, che è rivolto al passato e considera ogni cambiamento rispetto alle tradizioni un’inammissibile, riprovevole e pericolosa infrazione, un reato e un sacrilegio. In quel mondo non valgono libertà, sicurezza personale, pari opportunità. Vi si trovano infatti, declinate in un’infinità di varianti, istituzioni volte a impedire che le persone decidano di sé e da sé, scegliendo come e con chi vivere, e che legittimano e anzi prescrivono sofferenze fisiche e morali, rese irrilevanti agli occhi di chi le provoca e di chi le subisce in nome del valore superiore del bene tutelato: la comunità e la sua immutabile struttura. Qui, anche in tempo di pace e di prosperità, i diritti di centinaia di milioni di persone vengono violati: e non per il comportamento deviante di individui malvagi o disonesti, ma per il senso del dovere e dell’onore che impone a ogni uomo per bene di rispettare le norme e difendere le istituzioni fondanti della propria società.
È per rispetto delle tradizioni e per il buon nome familiare che ogni anno le mutilazioni genitali femminili vengono inflitte a tre milioni di bambine che vanno ad aggiungersi ai 130 milioni di donne, per lo più africane, sopravvissute a interventi di escissione e infibulazione e che ne sopportano le dolorose conseguenze per tutta la vita. Ed è un’istituzione – il matrimonio combinato e imposto – a permettere che ogni anno in Africa e Asia si celebrino innumerevoli matrimoni decisi da famiglie che la tradizione autorizza a scegliere mariti e mogli per i loro figli senza neanche interpellarli. La sorte peggiore tocca alle donne, maritate, come prevede il diritto di famiglia di centinaia di etnie, in cambio di un risarcimento detto ‘prezzo della sposa’ che il marito contratta con i genitori della futura moglie acquisendo su di lei ogni diritto, al di là della morte: se per loro è stato pagato il prezzo della sposa, infatti, le vedove sono obbligate a sposare un fratello del defunto.
La segregazione domestica spesso è il destino al quale queste donne vanno incontro se sposate a uomini di religione islamica. Nella forma più intransigente le condanna a un perenne isolamento: è l’harem dal quale possono uscire solo eccezionalmente e mai da sole; altrimenti, comunque, ogni loro movimento è controllato e stare fuori casa è ammesso solo per lo stretto necessario.
Per tutte, tradizione vuole che ai mariti spetti di renderle docili, obbedienti e operose ricorrendo se lo ritengono necessario a punizioni fisiche. Picchiare la moglie per correggerne i difetti e per punirla delle sue mancanze non è solo un diritto, ma un dovere di buon capofamiglia.
Molte vittime di matrimoni combinati sono ancora delle bambine: il rapporto 2008 del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione ne conta oltre 50 milioni, quasi tutte residenti in paesi in via di sviluppo. In Iran, ad esempio, uno dei primi provvedimenti presi dagli ayatollah all’indomani della rivoluzione del 1979 fu di abbassare l’età minima del matrimonio per le donne a nove anni. Introdussero anche un’istituzione già presente altrove: il matrimonio a termine che autorizza un uomo a prendere moglie (e dei genitori a concedergliela!) per un periodo di tempo concordato: non superiore a 99 anni e non inferiore a 10 minuti.
