Se il centrodestra non ha le idee chiare è meglio che lasci perdere
08 Luglio 2008
Era prevedibile e forse anche previsto. In ogni caso è accaduto: lo scontro tra politica e magistratura, anzi, tra questo governo ed i magistrati.
L’approccio che l’Esecutivo ha inizialmente assunto è stato sicuramente soft: apertura al dialogo; nessuna riforma ordinamentale ostile; basso profilo delle scelte di vertice a tutti i livelli.
L’avvicinarsi di alcune vicende processuali ha mutato il clima in un crescendo di contrapposizioni avviatosi con l’annuncio, poi rientrato, dell’inserimento di una corsia preferenziale per alcuni processi e lo stop per altri, e la cacciata del segretario dell’ANM reo probabilmente di una proposta di sezione disciplinare esterna al CSM e ritenuto troppo debole per lo scontro che si andava delineando.
I passaggi successivi, veri e propri, contrapposti sono così riassumibili: provvedimento sui rifiuti napoletani, con previsione del procedimento distrettuale; arresti che arrivano a sfiorare la persona del Commissario iniziative sulle intercettazioni; scandalo Santa Rita di Milano; emendamento “blocca processi” e denuncia della corruzione da parte di mafiosi per pilotare i processi in Cassazione; previsione di un reato di immigrazione clandestina; risposta sulla ingestibilità del sistema processuale; schedatura dei rom minori e provvedimento polemico del g.u.p. di Verona.
Sicuramente si tratta di casualità.
Il punto più alto di contrapposizione – perché coinvolgente i vertici istituzionali- è stato il parere elaborato dal CSM. Neppure l’intervento del Capo dello Stato, che di quell’organo è il Presidente, ha evitato che il Consiglio si esprimesse nei termini dell’incostituzionalità dell’emendamento al d.l. sicurezza, in risposta al superamento da parte del Parlamento delle eccezioni di costituzionalità.
Invero, non esiste parametro più ampio e più politico di illegittimità costituzionale che quello della irragionevolezza o dell’irrazionalità di una legge, in quanto implicante la violazione dell’art. 3 della Carta Costituzionale.
A corollario sono partite le “tradizionali” raccolte di firme delle associazioni di giuristi; l’avvio di manifestazioni di piazza e di girotondi; lo stato di agitazione proclamato dall’Associazione Nazionale.
Fin qui la cronaca.
L’annunciato d.-l. in tema di intercettazioni telefoniche è in stand-by in attesa che gli organi di informazione facciano qualche mossa e che si sblocchi l’ingorgo parlamentare degli altri provvedimenti di urgenza.
La vicenda dell’emendamento salva-processi si sta aggrovigliando evidenziando disagi nella maggioranza e rischi nell’ iter che deve portare alla sua promulgazione.
Tutto già visto. In tema di giustizia manca una visione strategica che superi la contingenza di singole vicende. Come in tema di sicurezza e di economia si sono affrontate le questioni con decisione e chiarezza di obiettivi, così è necessario agire in tema di giustizia.
E’ indubbio che da “Mani pulite” fino alla caduta del Governo Prodi (decisiva la vicenda del Guardasigilli) le cadenze politiche del nostro Paese sono state scandite dalle vicende giudiziarie dei suoi protagonisti.
Questa situazione non appare sostenibile, rendendosi necessario arrivare al chiarimento: rapporti tra politica e giustizia, anche con modifiche costituzionali; riforma del Consiglio Superiore della Magistratura che ne delinei il ruolo, superando prassi debordanti, magari abrogando qualche legge ordinaria e ridefinendo le competenze sui procedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati; modifiche processuali e sostanziali penali che evitino azzardi interpretativi della magistratura sono indispensabili.
E’ necessario però avere ben chiaro l’orizzonte e se si pensa di avere la forza e la coesione per realizzare il progetto, perseguirlo.
Se si pensa di non riuscire, è meglio lasciar perdere. Il rischio è il pantano.
