Se oggi ha un senso dirsi lombardi o siciliani è merito dello Stato unitario

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Se oggi ha un senso dirsi lombardi o siciliani è merito dello Stato unitario

30 Agosto 2009

"Che delusione il sogno italiano" scrive Giorgio De Rienzo sul ‘Corriere della Sera’ del 27 agosto rievocando "il disagio dei letterati dopo l’Unità". "A unità politica raggiunta—scrive il linguista  —quando al fervore idealista subentrano le ragioni dell’economia, i poeti, abituati al ruolo di attivi protagonisti nella società, si ritrovano fuori gioco: smarriscono la loro identità. E allora, mentre si fanno sentire le grida dei vecchi reduci del Risorgimento, mentre qualche narratore verista tenta di discutere con i connazionali i problemi della sua terra, viene fuori un po’ dappertutto un bozzettismo polemico, che è di fatto un rifiuto dell’Unità in una non celata nostalgia del passato". De Rienzo cita la malinconica mitologia del ‘piccolo mondo antico’ di Antonio Fogazzaro, il meneghinismo del ‘Pianelli’ di Emilio De Marchi, il "ruvido mito di un Piemonte guerriero, austero e forte, che si incontra in ‘Novelle e paesi valdostani’ di Giuseppe Giacosa" e, soprattutto, i toscani: Renato Fucini, irritato da Napoli, "una immensa bottega di rigattiere", Giuseppe Bandi, che in Sicilia ha l’impressione di "trovarsi tra ‘arabi’ e ‘beduini’", Narciso Feliciano Pelosini che "nel 1871 scrive una fiaba per adulti (‘Maestro Domenico’) dove racconta la sua nostalgia per la ‘Toscanina’ del Granduca e insieme il dispetto per l’Italia della ‘falsa libertà’". Insomma l’Italia postunitaria, e soprattutto quella umbertina, sarebbe una landa desolata su cui s’infrangono i sogni di quanti avevano preso troppo alla lettera il termine ‘Risorgimento’ (caro a Cavour) e avevano sperato in chissà quali ‘repubbliche immaginarie’.

L’elzeviro è segnato da un’ombra di tristezza che non mancherà di assicurare all’autore un posto di prima fila tra politici, saggisti, filosofi e letterati che in questi mesi hanno ripreso in mano il gran tema della questione nazionale. Ed è una tristezza  da condividere giacché ci sono buoni motivi che alimentano il pessimismo ma non sono quelli supposti dalla maggior parte dei prosatori (adopero una parola che li unifica tutti) intervenuti nel dibattito. Lo sconforto nasce dalla ennesima constatazione del ‘tradimento dei chierici’, non ‘tradimento della patria’, beninteso —impossibile dal momento che la patria quasi non esiste più— ma ‘tradimento della scienza’, nel senso in cui la intendeva Max Weber, nelle sue conferenze del 1918 sul ‘lavoro intellettuale come professione’, una insuperata lezione di metodo, forse il più alto documento teorico del secolo scorso. Fare opera di conoscenza, infatti, non significa raccogliere stati d’animo e atteggiamenti del presente —lo scetticismo subentrato in molti italiani sul senso e sul significato dello stato nazionale— e ricollegarli, genericamente e superficialmente, a disillusioni già manifestate in un passato ormai remoto ma, al contrario, mostrare le differenze sostanziali dietro le somiglianze ingannevoli, cercando di spiegarle ‘sine ira et studio’ e di collocarle nel loro tempo.

Che all’indomani della proclamazione del Regno d’Italia molti neo-connazionali provassero la stessa delusione dei bergamaschi quando videro per la prima volta Lucia Mondella –divenuta nel loro immaginario, una sorta di Angelica ariostesca e rivelatasi, invece, una "bella baggiana"– è un fatto innegabile. Le domande sensate da porsi però non riguardano le facili analogie coi nostri giorni ma questioni ben più serie. Innanzitutto, è proprio vero che nel nostro paese, dopo il 1861, l’arte e la letteratura non espressero, come sembra credere De Rienzo, che rincantucciamenti provinciali? Non ci fu un grande (sia pur non grandissimo) letterato come Giosué Carducci che dedicò tutto il suo impegno di critico letterario  e di poeta  all’Italia, alla sua storia antica e medievale, alla sua identità etnoculturale—reale o inventata che fosse– oltre le divisioni politiche e le fratture geografiche della sua vicenda millenaria? E il romagnolo Giovanni Pascoli, la cui straordinaria modernità emerge sempre di più nell’era dell’ecologia profonda, sta sulla stessa linea di Fucini e di Pelosini? E ancora, negli ultimi decenni del secolo breve, non emerge la potente personalità dell’italianissimo Gabriele D’Annunzio, non solo un poeta ‘inimitabile’ ma, altresì, un ‘intellettuale militante’, con le sue luci e le sue ombre, di statura europea? (Gli si debbono, purtroppo, i primi manifesti terzomondisti e anti-anglosassoni ma questo è un capitolo a parte).

Nessuno dei tre, certamente, amava la ‘forma di governo’ che si era data il paese né gli uomini che ne avevano preso la guida. Un personale politico che annoverava il "vinattier di Stradella", come Carducci chiamava con disprezzo Agostino Depretis, o il Palamidone di Dronero non era fatto per entusiasmarli. Ma il risentimento verso una classe dirigente, che secondo loro non era affatto all’altezza dei compiti storici che le aveva assegnato il destino, non rimetteva certo in questione la ‘comunità politica’, che nel ‘Cuore’ del filosocialista, Edmondo De Amicis, avrebbe trovato la sua più alta e commossa legittimazione ideale.

Fu proprio una volgare Italietta, modestissima e di basso profilo, quella che al vate strappò il grido "Ahi non per questo?". Dipende dalle prospettive. Certo non nacquero altri Foscolo, altri Leopardi, altri Manzoni né, alla Scala, quanti sul podio presero il posto di Rossini, di Bellini, di Donizetti, di Verdi eguagliarono i loro insuperabili modelli. La cultura scientifica,  giuridica, storica e politologica in senso lato, tuttavia, non segnò affatto il passo. Anzi, rispetto ai primi decenni del secolo, andò molto avanti. La Biblioteca di scienza politica di Attilio Brunialti e quella degli Economisti di Gerolamo Boccardo—altre volte ricordate in queste pagine– non avevano niente da invidiare ad analoghe iniziative culturali ed editoriali d’oltralpe e, inoltre, negli ultimi decenni dell’Ottocento, si levavano le stelle di Gaetano Mosca e di Vilfredo Pareto, i due classici dell’elitismo, che continuano ad essere oggetto di studio nelle maggiori università del pianeta, specie anglosassoni. Storici e scienziati come Pasquale Villari corrispondevano con John Stuart Mill e le nostre scuole positivistiche —da Cesare Lombroso a Scipio Sighele— erano tutt’altro che disprezzate dai grandi ingegni europei (Freud scriveva che per i suoi studi sulla folla doveva più a Sighele che al più famoso Gustave Le Bon). L’idea che tra il ‘Politecnico’ di Carlo Cattaneo e le riviste di Piero Gobetti si fosse registrato un vuoto culturale corrispondente agli ‘anni di prosa’ (di cattiva prosa) seguiti al 1861 e al 1870, poteva venire in mente agli intellettuali gramsciani e azionisti, ovvero ai chierici enragés che avevano indossato, all’indomani della caduta del fascismo, la toga dei pubblici ministeri mettendo sotto processo tutta la vita della nazione, dall’unità al fascismo. Una mitologia negativa di cui  una scuola davvero ‘critica’ avrebbe dovuto far giustizia da tempo, una ‘leggenda nera’ che, con gli anni, dalla sinistra è passata alla destra, fornendo armi concettuali a leghisti e neo-borbonici. (Di qui, sia detto per inciso, i patetici tentativi dei postcomunisti di reclutare nel loro Pantheon Mazzini e Garibaldi…).

Forse è venuto il momento di  tornare ai nostri ‘grandi’ —a Romeo, a Croce, a Volpe, a Chabod e ai loro degni allievi, come il compianto Giuseppe Are— e di dire il fatto suo a un revisionismo risorgimentale e postrisorgimentale che col revisionismo defeliciano non ha nulla, proprio nulla, a che vedere. A partire dal ‘bozzettismo polemico’ –di cui scrive con ironia il professor De Rienzo– un episodio che andrebbe letto in maniera ben diversa da come lo legge una vulgata rimasta ferma, da più di mezzo secolo, ai suoi pregiudizi ideologici e alle sue incomprensioni. Fu l’unificazione italiana, in realtà, ad aprire quell’immenso processo di censimento culturale e antropologico che, nei vecchi stati preunitari, non poteva certo essere pensabile. Solo con lo stato moderno, con la concessione dei diritti civili —pur se non accompagnati ancora da quelli politici— a tutti i sudditi promossi a cittadini, la visibilità dei dialetti e delle appartenenze regionali poteva cominciare a emergere, portando allo scoperto quello che nella società d’antico regime era un formicaio che non si aveva alcun motivo per scoperchiare. Dopo l’unità le ‘radici’ cessano di essere destino e natura per diventare ‘attributi’, sia pure importanti, di individui concreti che non esauriscono più in esse la loro identità. Quanti abitano in campagna o nelle periferie urbane possono ora far sentire la loro voce, far conoscere il loro modo di essere, di pensare, di parlare in virtù del processo di sdoppiamento (es. italiano/lombardo) cui ha dato luogo una società secolarizzata e avviata sulla strada della modernizzazione. E’ proprio perché sono diventati italiani che lombardi, toscani, napoletani possono guardare con distacco a ciò che sono stati fino a ieri, a ciò che sono oggi. Nel mondo dei ruoli ascritti e imposti dalla sorte, padron Ntoni di Acitrezza non si guarda allo specchio della ‘citizenship’, non constata la differenza tra le promesse che gli sono state fatte dal nuovo Stato (benessere, libertà, conquista della dignità individuale etc.) e il loro mantenimento (strade, scuole ma anche tasse e servizio di leva). 

Lo stato unitario porta alla luce le ‘diversità’ come concrete determinazioni storico-sociali degli esseri umani, come  datità trovata da riscattare se non da rimuovere. La napoletanità, la sicilianità, la milanesità sono le ‘note caratteriali’ dei coscritti dell’esercito italiano che si è (ri)costituito. Senza l’ideale censimento non può esserci ‘bozzettistica’ riflessione su ciò che  li differenzia. Ci si sente ‘toscani’ perché si è diventati italiani: nella Toscana granducale non ci si percepiva come ‘toscani’ giacché lo si era ‘naturaliter’, come esistenza immediata, modo di essere irriflesso.

La nazionalità, nel conferire una identità nuova, porta alla ribalta la vecchia, dandole un risalto che prima non aveva: costituito il ‘genus’ (italiano), si prende coscienza della ‘species’ (ligure, emiliana etc.). Poiché siamo stati resi tutti uguali dalla legge e dalle istituzioni ciò che ci fa diversi storicamente e culturalmente diventa qualcosa che, proprio in virtù della più larga ‘membership’, ci dà il diritto di far conoscere, di rivendicare come parte di noi la ‘species’. Che diventa qualcosa che costituisce, in ogni caso, un problema e con cui si debbono fare i conti.

"L’Italia è fatta" ma ora si deve sapere come sono fatti gli italiani, si chiede di venir messi al corrente dei loro diversi problemi, delle loro diverse culture, in senso antropologico. Il ‘bozzettismo’, insomma, lungi dall’essere unicamente (beninteso è anche questo) il ripiegamento nell’antico, nella vecchia e rassicurante tana, può leggersi anche come la fiera campionaria delle città e delle campagne d’Italia: un libro aperto ad uso di gente "da secoli calpesta e derisa" che ora, nella famiglia allargata dello ‘stato nazionale’, ha ritrovato o ha acquisito nuovi consoci e parenti.

Non si scrivono ‘Le veglie di Neri’ per mostrare la realtà rurale toscana agli abitanti di Siena o di Grosseto o di Firenze ma per dare testimonianza di sé ai nuovi congiunti, ai ‘fratelli d’Italia’. Indubbiamente anche per preservare una memoria storica e per una disillusione, inevitabile in chi si aspettava dal nuovo stato ‘chissà cosa’ e, comunque, rafforzata da quel sentimento naturale che portava il poeta a  sentenziare che "sol nel passato è il bello!", sennonché tale bisogno di conservazione si incorpora ora a una rivendicazione di dignità —‘siamo onorati di essere italiani ma non vogliamo rinunciare al nostro borgo, al dialetto dei nostri avi, alle nostre usanze!’—traducendosi quasi in un ‘diritto morale’. Ma sarebbe sorta la coscienza di questo diritto se la nuova realtà istituzionale, nata dalla determinazione di una dinastia subalpina oggi tanto esecrata e dalla passione ideale di una minoranza borghese intellettuale disseminata in tutto il paese, non avesse fatto entrare "l’itala gente dalle molte vite" nell’epoca dei diritti?

Il processo di democratizzazione non è, come pensano gli ingenui ‘universalisti segnati indelebilmente dal razionalismo illuminista, la cancellazione della ‘particolarità’ e il ricongiungimento a tutti i nostri simili in virtù delle ‘qualità fondamentali’ che rendono gli uomini uguali sotto ogni latitudine e longitudine–l’esercizio della ragione e i bisogni primordiali legati al ‘bios’. Se democrazia c’è, se si può liberamente ‘partecipare’– sia pure, in un primo tempo, concorrendo  non all’elezione dei rappresentanti del popolo ma alla formazione della ‘opinione pubblica’— allora ciascuno, individuo o gruppo, può sentirsi autorizzato a chiedere il riconoscimento della propria ‘natura’ particolare, di quello che è realmente. La ‘comunità’, un tempo avvolgente come un orizzonte insuperabile,diventa una ‘risorsa’politica, uno spazio in cui organizzarsi e farsi valere: da ‘sostanza’, come s’è detto, retrocede ad ‘attributo’, contribuendo anch’essa, paradossalmente, all’avanzata della ‘modernità’(come aveva visto Tocqueville quando nelle pagine introduttive della sua ‘Democrazia in America’ aveva parlato di un’ascesa irresistibile che anche i suoi nemici avevano assecondato).

Renato Fucini ed Emilio De Marchi oggi non si iscriverebbero certo alla Lega, né Giovanni Verga e Luigi Capuana potrebbero diventare gli intellettuali organici del movimento di Raffaele Lombardo. Il disincanto per ciò che era l’Italia umbertina si traduceva, semmai, almeno in alcuni di loro, nell’auspicio dell’ "uomo forte", di una nuova "classe dirigente" in grado di realizzare la ‘grande promessa’ risorgimentale. Qualche chierico nutrì l’illusione che quell’uomo fosse Francesco Crispi, molti altri più tardi furono abbagliati dal carisma di Benito Mussolini. Ma questa è una storia diversa.