Si vive una volta sola ma gli autonomi in Italia non l’hanno mica capito



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Si vive una volta sola ma gli autonomi in Italia non l’hanno mica capito

Si vive una volta sola ma gli autonomi in Italia non l’hanno mica capito

28 Giugno 2022

Deprime guardare a come viene considerato in Italia il lavoro autonomo mentre intorno a noi tutto cambia. Perlomeno quella parte di autonomi e partite iva non legati a una bottega ma che lavora in remoto nel digitale e nei servizi. Nel nostro paese questa categoria di lavoratori non interessa a nessuno, a cominciare dalla politica. Come spiega bene Di Vico, le partite iva vengono aperte per non assumere con dei contratti, tenute sotto lo scacco dei tetti al fatturato costringendole a guadagnare meno e quindi deprimendo creatività produttività e competenze. Aziende e Pa usano i professionisti per risparmiare dove possono, non per crescere e innovare.

Il risultato è che centinaia di migliaia di persone aprono e chiudono la partita iva perché in fondo si aspettano qualcos’altro. Che però non è detto arriverà. Tutto questo è profondamente ingiusto, sbagliato e scollegato dalla realtà del mercato del lavoro come sta evolvendo nelle economie avanzate, dopo la pandemia. Lavoro sempre più mobile, coraggioso, che decide e sceglie. Il fenomeno dei nomadi digitali, per esempio, in Italia è praticato poco e neppure capito considerando il fatto che siamo il Paese della laurea esposta in salotto, del lavoro dietro l’angolo di casa, se è per tutta la vita meglio, anzi che sogno. Invece nelle prime dieci economie del mondo cresce il numero dei liberi e forti.

Hanno capito che possono lavorare come e dove gli pare, viaggiando, hanno capito che spostarsi da una città all’altra offre opportunità e reddito, come è successo in Florida negli ultimi anni. Il nomade digitale ha fatto del lavoro in remoto la sua forza. Gestisce in autonomia tempo libero e tempo di lavoro, può vivere nei costosi sobborghi di Londra quando trova clienti ricchi e affidabili, o andarsene in qualche isola per Portogallo o altrove, quando è a corto di riserve economiche.

Yolo, you only live once, si vive una volta sola. Li chiamano così e il loro numero in giro per il mondo sta crescendo. Sono gli autonomi del Ventunesimo secolo, non vogliono essere prigionieri di uno stato ottocentesco come avviene qui da noi. Stanno cogliendo le opportunità del lavoro agile, flessibile, senza confini, invece di usare la libertà nel lavoro come un paravento in attesa di sedersi dietro una scrivania e timbrare il cartellino. Se la politica italiana fosse capace di avere una vera visione di lungo periodo potrebbe investire su questi cambiamenti globali.

Offrire per esempio ai nomadi digitali comunità di vita e professionali dove riunirsi, connettendosi ai gangli del sistema universitario e della ricerca, aziendale e produttivo. Si potrebbe farlo abbattendo le tasse, lasciando più libertà previdenziale, dando incentivi a chi lavora meglio e di più. Le città del nostro mezzogiorno potrebbero essere fortemente attrattive per gli Yolo. Invece le grandi città del sud restano il rifugio di una classe lavoratrice proletarizzata, che se guadagna meno fa più contenti tutti, usata come un parcheggio invece di farne esplodere le potenzialità. Oppure messa al giogo dell’assistenzialimo clientelare e improduttivo.

Se tradizionalmente il mondo degli autonomi e delle partite iva in Italia ha avuto udienza nel centrodestra, qualcuno da questo lato della barricata allora provi a immaginare un futuro diverso. Attraendo le energie internazionali in movimento e risvegliando quelle nazionali sopite. Deprime fare proposte del genere nel paese del salario minimo, del reddito di cittadinanza e delle false partite iva.