Una proposta di riforma del Consiglio di Sicurezza

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Una proposta di riforma del Consiglio di Sicurezza

13 Giugno 2009

E’ ancora valido il principio escogitato nel lontano 1945 secondo cui i possessori del diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU devono essere i cinque Paesi che hanno vinto la seconda guerra mondiale, pur avendo perso tutte quelle successive?

Proprio così, quei Cinque sono stati sonoramente sconfitti nella geopolitica post-1945: il Regno Unito ha perso il suo impero, la Cina comunista è stata sconfitta in Corea, la Francia in Indocina, gli Stati Uniti nel Vietnam, l’Urss in Afghanistan e nella guerra fredda. Eppure quei Cinque (o i loro eredi) continuano a dettare legge come se fossimo ancora nel 1945.

Ed è ancora valido il principio secondo cui gli altri dieci componenti del Consiglio di Sicurezza devono essere scelti a rotazione fra i rimanenti Paesi? Il fatto che i “piccoli” siano costretti a ruotare mentre i “grandi” restano fissi configura un marcato deficit di democrazia. Il primo principio, quindi, è assurdo, mentre il secondo è antidemocratico. E su quest’assurdità antidemocratica l’ONU continua a campare.

Un chiaro esempio di questa antidemocraticità? Basti pensare al fatto che su 185 Paesi che siedono nell’Assemblea Generale dell’ONU, solo 60 (ovvero meno di un terzo del totale) hanno avuto la fortuna di entrare in Consiglio di Sicurezza per più di una volta. 46 Paesi vi sono entrati una sola volta in vita loro. E ben 74, vale a dire quasi la metà, non vi hanno mai messo piede dal 1945 a oggi.

Della riforma del Consiglio di Sicurezza si parla da tempo come di una necessità improcrastinabile, in particolare dal 1993, anno in cui fu istituito un gruppo di lavoro ad hoc, forse in ossequio a quel famoso adagio che circola fra i palazzi della pubblica amministrazione italiana: “quando non si vuol risolvere un problema, basta istituire un gruppo di lavoro”.  Varie proposte sono state avanzate e nessuna è stata adottata, tutte avendo bene in mente il soggetto sbagliato: i Paesi nazionali. Ogni proposta ha trovato la ferma opposizione da parte di chi, di volta in volta, si sentiva minacciato nei propri famigerati “interessi nazionali”.

E così abbiamo assistito alla nascita di alleanze a geometria variabile, coalizioni, amicizie non disinteressate, amori di convenienza, camarille, dispetti, conventicole, consorterie, aggregazioni e ammiccamenti, club vari con nomi pittoreschi (ricordate il “coffee club”?), manovre palesi e sotterranee, sgambetti e accoltellamenti alle spalle, imboscate e trabocchetti che si susseguono da quasi un ventennio, inseguimenti e blandizie per assicurarsi l’appoggio di sperdute isolette del Pacifico che nessuno conosce ma il cui voto in Assemblea Generale conta quanto quello dei Paesi più ricchi, evoluti e popolosi. E poi le chiamano Nazioni “Unite”.

Per favorire certe candidature e per contrastarne altre, Brasile e India si sono messi alla guida dei Paesi in via di sviluppo, mentre Sudafrica e Nigeria si sono posti alla guida dei Paesi afroasiatici. Germania, Giappone, Brasile e India, tutti desiderosi di occupare un seggio permanente, hanno fondato il cosiddetto “G4”, un club esclusivo formato da loro stessi. Ad ogni club è seguita la fondazione di un club uguale e contrario per affossare le candidature antipatiche o percepite come pericolose. Come l’inedito asse italo-pakistano, nato per “mettersi di traverso” ad altri: il Pakistan contro l’India, l’Italia contro la Germania. E pensare che un tempo l’Italia faceva un altro tipo di “Asse”, proprio con Germania e Giappone.

In linea di principio alcuni attuali membri permanenti non sarebbero contrari ad accogliere nel loro ambito anche chi perse la lontanissima seconda guerra mondiale, ma a questo punto è l’Italia che non ci sta. E insorge contro le candidature di Giappone e Germania al grido semiserio di “anche noi abbiamo perso la guerra!” Questo è vero, ma c’è modo e modo di perdere le guerre. Né Germania né Giappone sono passati al campo avverso guerra durante e chi ha un “8 settembre” nella sua storia acquisisce la fama di Paese inaffidabile in eterno. Consapevole, in fondo, di questa triste realtà, l’Italia ha rinunciato ad avanzare una candidatura propria per un nuovo seggio permanente, proponendo invece l’ampliamento del numero dei membri a rotazione (detti anche “semipermanenti”, con un orrendo termine che è un insulto alla logica: o si è permanenti o non lo si è) nella speranza di potersi intrufolare, di quando in quando, nel “salotto buono” del governo mondiale.

E’ stata poi escogitata la proposta di “un seggio per l’UE”. Che senso avrebbe un seggio europeo, quando nel Consiglio di Sicurezza già siedono Francia e Regno Unito? E poi, perché mai la UE dovrebbe ottenere un seggio e non l’Unione Africana o l’Organizzazione degli Stati Americani? Oggi è sotto gli occhi di tutti come i principali criteri che dovrebbero sovrintendere al funzionamento di un ente come l’ONU (rappresentatività geografica, trasparenza ed efficienza) siano tutti ampiamente disattesi.

Che fare, dunque? Ecco una proposta. Partendo dalla constatazione che nessuna riforma del Consiglio sarà possibile focalizzandola esclusivamente sugli Stati nazionali e che gli Stati stessi stanno progressivamente perdendo importanza in favore delle Organizzazioni internazionali che invece stanno acquisendo sempre maggiori settori di sovranità, una ragionevole proposta di riforma potrebbe essere basata proprio sul ruolo delle Organizzazioni internazionali a carattere regionale.

Ecco come: individuare una quindicina di organizzazioni che siano geograficamente rappresentative di tutto il globo e assegnare loro i seggi del CdS su base paritaria, vale a dire senza l’anacronistico diritto di veto.

Nulla vieta che, almeno in una fase iniziale, i seggi delle varie Organizzazioni vengano occupati proprio da un certo Paese nazionale, ma quel certo Paese non potrà più parlare esclusivamente in proprio nome, ma sarà costretto a parlare anche in nome degli altri Paesi membri di quella certa Organizzazione. In questo modo i già nominati criteri di rappresentatività geografica, trasparenza ed efficienza sarebbero tutti salvaguardati, o per lo meno i primi due. E sarebbe già un bel passo avanti rispetto alla situazione attuale, in cui nemmeno uno di quei tre criteri è osservato.

Utopia? Può darsi. Soluzione semplice? Tutt’altro, anzi le difficoltà sono tante, almeno quante se ne incontrano quando si tenta di ridurre i parlamentari italiani dall’attuale migliaio a quei cento che sarebbero più che sufficienti. Si sa che le difficoltà arrivano proprio dai diretti interessati, che sono i parlamentari stessi nel caso italiano e gli Stati nazionali nel caso onusiano. Come ha sottolineato il nostro Premier, “è difficile chiedere ai capponi di anticipare il Natale”. Ma tentare non nuocerebbe.