18 aprile ’48. Cosa sarebbe accaduto se i De Paolis non avessero votato?

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18 aprile ’48. Cosa sarebbe accaduto se i De Paolis non avessero votato?

21 Ottobre 2007

Sulle elezioni del 18 aprile 1948 esiste una
leggenda interpretativa che solo a fatica la storiografia sta, man mano,
dissipando. Secondo questa tendenziosa lettura degli avvenimenti, il grande
successo della Democrazia Cristiana registratosi in quelle elezioni (il 48% dei
voti, una percentuale mai più ripetuta in nessuna delle successiva tornate
elettorali) sarebbe stato dovuto alla eccezionale mobilitazione della chiesa a
sostegno del partito dello scudo crociato. Tale fantasiosa interpretazione è
stata accredita fin da subito dagli sconfitti. All’indomani del voto i partiti
del fronte popolare trovarono comodo dare questa spiegazione degli avvenimenti
per nascondere, o attenuare, una più realistica lettura dei fatti. Dare la
responsabilità del clamoroso successo del partito degasperiano alle processioni
di madonne pellegrine, era un modo per scusare le proprie responsabilità,
rigettandone la colpa sull’arretratezza civile degli italiani. Insomma, solo il
trionfo di una concezione oscurantista della vita aveva impedito, obnubilando
le masse, i consensi al fronte del popolo, portatore di una più razionale
visione del mondo e dei rapporti politici. L’insuccesso elettorale veniva
spiegato, così, come un caso particolare della nota tesi generale: la religione
è l’oppio dei popoli.

Non casualmente questa tesi fu da subito
autorevolmente contestata. In una lettera al «Corriere
della sera» del 26 aprile 1948, Benedetto
Croce criticava l’interpretazione delle elezioni data dai comunisti. Lungi
dall’essere stato determinato dalle “indicazioni dei preti”, il risultato
elettorale gli appariva, invece, il normale risultato di una “spontanea
diffidenza” popolare “verso i demagoghi della violenza”. Dopo  vent’anni di dittatura, una volta
riconquistata la libertà, gl’italiani non avevano voluto “lasciarsela strappare
la seconda volta da un partito, il quale ha mostrato coi fatti come intende
quella che si chiama eufemisticamente la «democrazia progressiva»”. Per cui,
pur avendo votato per il partito liberale, Croce capiva le ragioni di quanti
“hanno stimato prudente di non disperdere i voti in una questione che era di
vita o di morte”.

In altri termini%2C per intendere quel
risultato elettorale occorre por mente al fatto che la paura del comunismo non
era un’ipotesi di scuola, ma un fatto reale. Proprio in quei mesi, in Europa
orientale, nei paesi d’influenza sovietica, le libertà politiche venivano
progressivamente limitate in spregio ai risultati elettorali. Per riportarci al
clima di quel momento torna assai utile la lettura di un libretto che,
arricchito da alcune testimonianze del tempo, è stato recentemente ristampato a
cura di Francesco Perfetti (D. Martucci, U. Ranieri, Non votò la famiglia De
Paolis. Lettere scritte domani
, Firenze, Le Lettere, 2007, € 8,00). Si
tratta di un racconto di fantapolitica scritto da due dipendenti del ministero
degli esteri, ma ispirato in buona parte da Leo Longanesi, che venne
distribuito in parecchie centinaia di migliaia di copie durante la campagna elettorale.
La domenica delle elezioni i De Paolis (padre professore di ginnasio, madre
casalinga e due figli già grandi) vanno in gita a Frascati, a casa di parenti,
che li convincono a restare anche il lunedì per godersi la campagna, visto che
non c’è scuola. Le elezioni vedono il successo del Fronte popolare. S’insedia
un governo apparentemente pluralista, ma con il passare dei mesi la situazione
cambia man mano in peggio. La libertà viene progressivamente ristretta, le
condizioni economiche peggiorano rapidamente (inflazione galoppante, carenza di
beni di prima necessità, razionamenti, code). Lo scenario disegnato dai due
autori riprende in salsa italiana quanto accaduto nei paesi della zona
sovietica. All’inizio il “moderato” Romita diventa presidente del consiglio.
Dopo alcuni mesi il Fronte dà vita al P.U.P. (Partito unico progressivo). C’è
poi un processo ai deviazionisti socialisti (Nenni, Lizzadri). La liquidazione
dei “cospiratori” apre la strada a una stretta di freni da parte del nuovo
governo guidato da Longo. Si arriva così al decreto Secchia-Poliakof che
legalizza il terrore e la persecuzione dei dissenzienti. La conclusione è
tragica: anche il mite professor De Paolis viene giustiziato, e muore
coraggiosamente citando un motto di Seneca. Narrato sotto forma epistolare, il
racconto è condotto con piglio e vivacità e si fa leggere con piacere ancora
oggi. Soprattutto, però, esso offre un quadro realistico dei sentimenti e delle
comprensibilissime paure che agitavano i ceti medi in quel difficile momento.
La sintesi di questo diffuso stato d’animo la troviamo nel titolo di un
articolo di Giovanni Ansaldo, scritto all’indomani del voto, e opportunamente
riprodotto in appendice: La famiglia De Paolis ha votato.