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Un altro 25 Aprile

1943-1945: dove la storia vecchia e la storia nuova s’intersecano

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(…) le due Italie, quella dell’8 settembre e quella della resistenza, così apparentemente lontane, sono invece assai più comunicanti di quanto si è fin qui fatto apparire. Secondo una stima recente, i militari morti nei combattimenti successivi all’8 settembre furono circa 20.000, non certo pochi per un periodo di tempo così breve. Vi furono inoltre alcuni casi in cui reparti italiani seguirono i tedschi. Molti soldati in fuga dalle caserme, quando non potevano raggiungere le loro case, andarono in montagna assieme a quella minoranza di anti-fascisti che scelsero liberamente di combattere contro i tedeschi. Molti ufficiali combatterono anche nelle formazioni partigiane politiche e all’inizio venne loro riconosciuto un ruolo significativo. La mancanza di una motivazione politica, che avrebbe spinto questi uomini a cedere e ad abbandonare le formazioni dopo i primi scontri con i nazi-fascisti, è alla base dei giudizi negativi a loro rivolti nelle storie della resistenza. Ma la resistenza fu un contenitore per molti ideali e obiettivi diversi, che sfuggono a ogni interpretazione schematica e manichea.

Viceversa l’interpretazione univoca della resistenza come movimento rivoluzionario, data dai partiti di sinistra che vi parteciparono, ha finito per escludere tutti coloro che al momento dell’armistizio e poi nel corso dei due anni seguenti hanno reagito contro i tedeschi e li hanno combattuti in nome solo della difesa della patria e per orgoglio nazionale. La stessa espressione di “badogliani” fu usata dei resistenti “politici” come etichetta spregiativa: appena fu possibile essi furono isolati ed esclusi, e in alcune zone si verificarono scontri armati e uccisioni.

L’esigenza del ripristino della dignità nazionale, tradita dal fascismo e dal governo Badoglio, è uno dei motivi dominanti del movimento di resistenza: L’uso della parola “patria” era molto diffuso tra i partigiani e non aveva quel significato desueto e quasi disdicevole assunto più tardi.

Nella storiografia della resistenza l’elemento patriottico è stato posto in secondo piano rispetto a quello di guerra “civile” e guerra “di classe”, per prendere in prestito l’ultima classificazione proposta da Pavone nel suo libro. Questo testo, del resto, riassume emblematicamente le contraddizioni della storiografia resistenziale. Esso rappresenta un punto di svolta in quanto introduce la riflessione sull’elemento patriottico ma, al contempo, non si libera del tutto da antichi condizionamenti, dedicando alla guerra patriottica uno spazio assai inferiore a quello concesso agli aspetti “civile” e, soprattutto, “di classe” del conflitto,

E’ lecito affermare che il sentimento nazionale non fu travolto dal trauma dell’8 settembre né cancellato come ideale punto di riferimento. Il fatto, semmai, che così a lungo la storiografia italiana abbia ignorato quest’aspetto rappresenta una prova retrospettiva che l’affievolirsi della nostra identità nazionale iniziò con la fondazione della democrazia post-fascista, anche come conseguenza del fatto che l’egemonia politica fu allora conquistata da forze, come i partiti di sinistra e il partito cattolico, che ricevevano la loro legittimazione fuori dai confini della nazione. Inoltre esse erano nate come forze di opposizione allo stato italiano e non avevano condiviso gli ideali del Risorgimento su cui era stato fondato. Passata la necessità di una mobilitazione dell’opinione pubblica, sia le forze di opposizione sia quelle di governo misero da parte l’elemento nazionale in cui non si riconoscevano, per valorizzare invece l’idea del partito.

(…) E’ forse giunto il momento per uno sforzo di ripensamento che ci consenta di riconquistare un’idea unitaria del nostro passato e di riconsiderare al di fuori di miti ormai non più legittimanti la fondazione dell’Italia repubblicana. Questo deve necessariamente partire dalla frattura operata con l’8 settembre: il rifiuto di fare i conti con la nostra storia da parte della classe politica post-fascista e dalla storiografia ha a lungo artificialmente separato due Italie. Quella vecchia dello sfascio dell’esercito e quella nuova della risposta antifascista. Esse invece s’intersecano, e il punto di congiunzione è rappresentato proprio dal periodo caotico e confuso delle settimane che seguirono l’armistizio.

E. Aga-Rossi, Una nazione allo sbando. L’armistizio italiano del settembre 1943, il Mulino, Bologna, 1998 (nuova edizione), pp. 199-201.

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