Maggioranza in fermento

2020, inizia la maratona di Conte, ma il fiato è già corto

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“Finora abbiamo corso i 100 metri e sono orgoglioso dei risultati, ma ci aspetta una maratona di tre anni. Non significa che andremo a passo lento, marceremo spediti, ma questo spazio temporale ci consentirà di programmare senza l’affanno di questi mesi le nostre iniziative di governo. Vogliamo un piano ambizioso riformatore per realizzare quelle misure che il paese attende da anni per migliorare la qualità della vita dei cittadini”. Giuseppe Conte ha concluso il 2019 con quest’ auspicio rivolto alla sua maggioranza. Per il premier questo è stato l’anno della consacrazione politica perché se nel 2018 “l’avvocato del Popolo” era sembrato essere subalterno alle dichiarazioni di Salvini e Di Maio, nei dodici mesi appena trascorsi ha invece determinato la creazione del governo “giallorosso”, apparendo come il vero antagonista del leader della Lega. Se a tutto questo uniamo una certa popolarità che i sondaggi continuano ad attribuirgli, possiamo notare come Conte stia ritagliandosi il ruolo di leader del centro sinistra in quelle che saranno le prossime elezioni politiche (mentre voci ben informate, riferiscono che il suo reale obiettivo sia di salire al Quirinale nel 2022, quando sarà scelto il successore di Mattarella). Al di fuori della figura del Primo Ministro, però, lo stato di salute della maggioranza non sembra essere ottimale e il partito maggiormente in difficoltà è senz’altro il Movimento 5 Stelle.

Da qualche tempo ormai all’interno dei gruppi parlamentari grillini si respira un’aria da tutti contro tutti e la vicenda che ha portato alle dimissioni da Ministro dell’Istruzione di Lorenzo Fioramonti (poi accasatosi nel gruppo misto) non ha fatto altro che acuire le tensioni che agitano gli esponenti pentastellati, divisi sostanzialmente in chi vorrebbe andare sempre più a sinistra e chi – come Gianluigi Paragone, espulso due giorni fa – vorrebbe tornare a intessere rapporti con Matteo Salvini. Come assicurare stabilità al Governo (seguendo l’auspicio di Conte) se il partito di maggioranza relativa vive il momento più difficile degli ultimi dieci anni? A questo starebbero lavorando Di Maio, Casaleggio e Grillo che punterebbero a silenziare entro un paio di mesi i dissidi principali creatisi in quest’anno e mezzo che ha visto il Movimento perdere circa la metà dei suoi consensi, anche al costo di dover espellere un numero rilevante di parlamentari. A tutto questo, si aggiungono i mal di pancia di uno storico esponente 5 Stelle come Alessandro Di Battista, ormai sempre più lontano (anche con le sue dichiarazioni) dalla leadership attuale.

Per il PD, la situazione pare essere più tranquilla, ma solo in superficie. Finora il segretario Zingaretti ha deciso di riporre l’ascia di guerra dopo che in estate era stato tra i più scettici nel dare vita al nuovo esecutivo, profondamente convinto che non potesse di nuovo essere Giuseppe Conte il Primo Ministro. Se proprio con quest’ultimo i rapporti sembrano essere abbastanza improntati al sereno, “Zinga” teme che le mine più difficili da disinnescare sulla strada della legislatura arriveranno dalla forte instabilità dei 5 Stelle e da Matteo Renzi, sempre pronto a pungolare il Governo nel momento in cui vengono prese decisioni a lui non congeniali. Per questo saranno fondamentali i risultati delle varie elezioni regionali in programma quest’anno (a partire dall’Emilia Romagna): in caso di risultato positivo, Zingaretti potrebbe veder ulteriormente rafforzata la sua leadership nel PD e sarebbe in grado di mettere maggiormente il suo marchio sull’attività di governo ma se, invece, le cose dovessero andar male, ecco che anche all’interno del Partito Democratico potrebbe riaprirsi l’atavica discussione sulla leadership, con la conseguenza di rendere ancor più accidentata la strada da percorrere per dare più vigore all’esecutivo guidato da Conte.

Infine, menzione particolare la merita Matteo Renzi: il senatore toscano è stato il grande costruttore della formazione del nuovo governo ad agosto, quando tutto lasciava trasparire uno scontato ritorno alle urne. Renzi ha messo da parte i suoi litigi precedenti con il M5S e ha fatto sì che la legislatura potesse proseguire ma ha sempre messo in chiaro che lui non potrà mai far parte di una stabile alleanza con i grillini. E forse proprio a questo è servito fondare “Italia Viva”, per ritagliarsi uno spazio tutto suo da rivendicare in ogni circostanza possibile, soprattutto quando i numeri in Parlamento per la maggioranza dovessero farsi più risicati. Lealtà al governo, dunque, ma sono in molti a credere che appena Renzi non dovesse più trovare convenienza nel sostenerlo non esiterebbe a togliere il suo appoggio.

La situazione nella maggioranza appare così molto frastagliata con un leader discretamente popolare ma con le forze politiche che lo sostengono più o meno in difficoltà. Basterà per poter “tirare a campare” e governare ancora a lungo?

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