3/ Per ridurre i costi dell’apparato pubblico serve una riforma definitiva della burocrazia

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3/ Per ridurre i costi dell’apparato pubblico serve una riforma definitiva della burocrazia

3/ Per ridurre i costi dell’apparato pubblico serve una riforma definitiva della burocrazia

13 Marzo 2008

Aumentare
la capacità produttiva del Paese con l’obiettivo di migliorare la competitività
del sistema economico nazionale è – lo abbiamo già detto nella precedente
puntata di questa rubrica – il problema dei problemi. Questione assai complessa
per la moltitudine delle variabili in gioco quali: il carico fiscale sul lavoro
dipendente e sulle imprese; l’anomalia di un capitalismo che non favorisce le
nuove iniziative imprenditoriali; un modello formativo inadeguato; e,
soprattutto, l’enorme “peso” dello Stato  in termini di costi, di leggi e di adempimenti
burocratici. A quest’ultimo punto è dedicata questa rubrica.

Il
Paese non cresce per colpa del carico burocratico. L’Italia ha un basso livello
di benessere diffuso a causa dell’inefficienza e degli sprechi della Pubblica
amministrazione. Quando un Paese costa troppo si sottraggono risorse ai
cittadini. Le dimensioni del nostro apparato pubblico rispondono più a logiche
clientelari sedimentate nel tempo che ai reali bisogni dei cittadini e delle
imprese. Uno degli esercizi preferiti dal Legislatore è la creazione di nuove
leggi, dimenticando troppo spesso di abolire le precedenti, creando
complicazioni a chi quelle leggi dovrà comunque rispettarle. È diffusa la
percezione per cui il pubblico dipendente è uno strumento impotente e
rassegnato dell’azione amministrativa, nei fatti disincentivato a fare il
proprio dovere (nel rispetto di una scellerata filosofia di vita che invita a
“non fare se anche gli altri non fanno”). È ormai consolidata la sensazione nei
cittadini e nelle categorie produttive (artigiani, commercianti, imprenditori
in genere) che lo Stato, inteso come apparato pubblico, sia un’altra cosa, un
mondo a parte con cui interagire nella stessa maniera in cui possono dialogare
un terrestre e un alieno. Non ci si intende. Punto. Quasi una rassegnata
consapevolezza che nulla potrà cambiare. Da un lato chi tutti i giorni deve
“combattere” per far quadrare i conti, dall’altro il simbolo più attuale del
concetto di conservatorismo auto-referenziale: la pubblica amministrazione.

Non
è un caso che l’Unione europea (anch’essa vittima di un eccesso di
burocratizzazione) abbia elaborato all’interno della ormai arcinota strategia
di Lisbona specifiche indicazioni per migliorare la qualità delle leggi (la
c.d. better regulation) e,
soprattutto, l’efficienza della P.A. nella motivata convinzione che la pubblica
amministrazione debba assolvere al ruolo di volano dell’economia (quanti giorni
un imprenditore trascorre a occuparsi di iter e oneri burocratici sottraendoli
alla propria attività? Troppi se paragonati con la media UE) pesando il meno
possibile sulle tasche dei contribuenti.

È
condivisibile, quindi, il proposito di Berlusconi (così come annunciato) di
ridurre il costo pro capite della P.A. in capo ad ogni singolo cittadino da
4500 euro, come oggi avviene nel nostro Paese, ai 3000 euro della Germania.

Come
fare? Innanzitutto – a parere degli esperti della Fondazione Magna Carta che
hanno elaborato una dettagliata proposta per raggiungere un simile obiettivo –
è necessario rendere immediatamente visibile la centralità politica della
strategia di semplificazione normativa, assai utile può risultare l’adozione di
terapie shock che puntino attraverso meccanismi semplificati e semi-automatici
a smaltire lo stock normativo consolidato (meccanismi del tipo taglia-leggi
approvato alla fine della precedente legislatura). In ogni caso, occorre
adottare strategie di comunicazione politica dirette a consolidare alcune idee
che oggi possono apparire bizzarre,quali ad esempio l’idea in base alla quale:

  1. il grado di libertà degli individui è
    inversamente proporzionale al numero di norme che li vincolano ;

  2. la capacità e la produttività delle
    istituzioni (governo e parlamento) si misurano non dal numero di leggi che
    approvano ma dal numero di leggi inutili che sopprimono;

  3. il numero di leggi in vigore è inversamente
    proporzionale al grado di effettiva applicazione delle medesime.

Contestualmente
è urgente avviare una definitiva riforma della burocrazia che:

a) risolva il problema di un’eccessiva
sindacalizzazione del pubblico impiego, equiparando la disciplina delle
prerogative sindacali del settore pubblico a quello privato;

b) riduca il numero dei dipendenti
pubblici al fine di adeguarne la consistenza a quella dei grandi Paesi europei
attraverso un efficace blocco del turnover
;

c) ridefinisca il ruolo della
dirigenza pubblica. È necessario superare la logica dello Spoil System (da
riservare solo ai ruoli di vertice dell’Amministrazione) e  far sì che i dirigenti della P.A. siano
di nuovo titolari di funzioni gerarchiche nella gestione delle risorse
umane;

d) riformi il sistema delle relazioni
industriali nel settore pubblico con l’ obiettivo primario di
riequilibrare l’andamento delle retribuzioni con quelle del settore
privato (le retribuzioni dei pubblici dipendenti sono cresciute nel
periodo 2000-2007 del 36%, mentre i salari dei lavoratori dell’industria
sono aumentati del 15%.[dati BCE]) e favorisca una mobilità del personale
che non sia più solo su base volontaria;.

Per pudore non entriamo nel
dettaglio dei costi della sanità e della scuola (dove da anni oltre il 90 % del
bilancio è assorbito dagli stipendi, se fosse un’azienda la scuola avrebbe già
consegnato i “libri” in tribunale per il fallimento), bisogna però fare
professione di realismo è accettare, se non si cambia direzione di marcia,
l’inesorabile declino. Non sogniamo l’efficienza dei paesi scandinavi – mito di
certa sinistra – dove gli stipendi dei pubblici dipendenti sono rapportati all’andamento
delle aziende locali che esportano, sancendo così il sacrosanto principio che quando
un paese si sviluppa anche i lavoratori del settore pubblico ne vengano
ricompensati di conseguenza. Forse è troppo per il nostro Paese. Ma si può
sempre sperare di avvicinarci il più possibile a quel modello!

*Beppe Lanzilotta è il
Segretario generale della Fondazione Magna Carta