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300. La riscoperta dell’epica in chiave pop-art

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L’inaspettato successo di botteghino di 300, il film di Zack Snyder a metà tra il cartoon, l’animazione e l’horror, frutto del connubio tra il regista e il maestro del fumetto americano Frank Miller, ha gettato lo scompiglio tra critici, analisti perbenisti e l’universo tutto del conformismo politicamente corretto. Da più parti si scapicollano a mettere insieme approfondimenti, distinguo, stigmatizzazioni, con l’obiettivo strumentale, e peraltro dichiarato, di gridare allo scontro di civiltà. Ragazzi noi non c’entriamo niente con questa storia! E’ solo un film. E sì perché il film, tratto dall’omonimo fumetto pubblicato per la prima volta nel 1998, in epoca ancora non sospetta, dalla casa editrice di nicchia Dark Horse (per l’Italia, 300, Dark Horse Books, Magic Press, 2007), con i testi e i disegni di Miller e i colori di Lynn Varley, prende di petto uno dei momenti fondativi del nostro senso della storia: la battaglia delle Termopili.

 La storia dei trecento spartani che si immolano per consentire alla Lega greca, sconfitta la flotta achemenide, di compattarsi e vincere la guerra sulla piana di Platea respingendo l’invasione persiana è di quelle che anche insegnate alla scuola dell’obbligo e del multiculturalismo di Stato, si ficca ben salda sotto la pelle di chi la ascolta. Con 300 il Comic World si avventura a giocare una partita delicata proponendo interpretazioni della storia che, con buona pace di tanti, hanno lo stesso valore delle speculazioni accademiche dacché, trattandosi di fatti che si perdono nelle brume della storia, di esse si tratta anche quando a farle sono storici di professione. E se la narrazione della storia resta quindi un’interpretazione basata su fatti riscontrati, il lavoro di Snyder e Miller conferma al genere il giusto credito di status Letterario.

La bellezza del tratto di Miller, il vigore delle chine e dei colori di Varley, il gioco del chiaro-scuro, rendono i personaggi sempre lontani da una speranza qualsiasi di salvezza introducendo ad una comunione intima tra le cose. Snyder nelle sue inquadrature coglie perfettamente la chiave di lettura della graphic novel  riuscendo ad associare alla potenza consueta che Miller riesce ad imprimere nei testi un non-detto profondo e radicato nell’immaginario collettivo, una voglia di riscoprire origini e basi del nostro senso della Storia, della Libertà e dello Stato di Diritto che in una fascia di popolazione ubriacata da un overdose di proiezioni anti-occidentaliste e colpevoliste ha l’effetto di un adrenalinico soprassalto – “Va torna a Sparta e dì che noi qui moriamo secondo le sue leggi” sono le parole di Leonida narrate da Erodoto e riprese fedelmente da Miller.

Certo il film come il fumetto non manca di errori storici marchiani – Leonida fu tra i primi dei trecento a morire e la battaglia infuriò anche e soprattutto perché i suoi vollero riscattarne le spoglie – discrasie – gli elefanti erano di là da essere utilizzati in battaglia -  imprecisioni – i trecento andarono lì per una decisione strategica ben precisa – libertà artistiche – gli efori e l’aspetto religioso nella società greca erano non l’abbandono ad un misticismo oscuro ma la ricerca di un unità filosofica ed etica nell’agire - ma quello che passa e non per il sangue, non per le battaglie o per il piglio gladiatorio di Leonida è di un immediatezza tale che scavalca chilometri di pagine e parole spese, abboffate di documentari e tentativi a vario titolo per annacquarne il messaggio.  

Miller e Snyder giocano sottilmente nella narrazione con la difesa della libertà di tutti da parte di una Sparta fondata su principi guerrieri, un codice d’onore ferreo che nella esaltazione del narrato vuole evidentemente segnare la distanza tra una società brutale ma fondata su una sua etica dalle nostre di società, i nostri di paesaggi urbani, che vivono una decadenza che sembra inarrestabile, nell’abbandono e nel degrado causati dalla corruzione di rapporti sociali ipocriti e ispirati dall’apparenza: è l’assenza di etica il vero nemico da combattere.

L’iperbole di Miller è legata a quella straordinaria stagione fumettistica statunitense degli anni ’80 e ’90, allorché i supereroi della Marvel e della DC, inossidabili e verginali, sotto la sua penna divennero incarnazioni della giustizia, di rabbia vendicativa cieca ed oscura, adottando un linguaggio fatto di “tagli” e stilemi del tutto cinematografici. E alla fine l’industria cinematografica statunitense, Hollywood o non Hollywood, ha finito per accorgersi di lui coinvolgendolo a più non posso in progetti che attingono all’ottava arte. Già, perché dopo Tarantino, il cinema dalla critica passa alla regia attiva alimentandosi di generi letterari fino a poco tempo fa considerati secondari. La reazione scomposta cui abbiamo assistito alla fine è determinata da motivazioni molto prosaiche: il carattere della novità del successo che si lega al film 300 va infatti posto nel solco della riscoperta in chiave pop-art di un’epica tornata prepotentemente all’attenzione del grande pubblico. I protagonisti della fabbrica dell’intrattenimento nostrano da oggi sanno di essere ancora un po’ più soli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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