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5 febbraio 2008, il giorno del giudizio

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Segnate bene questa data: 5 febbraio 2008. Al termine di questa giornata, con buone probabilità, sapremo il nome dei due sfidanti per la presidenza. Il tradizionale Super Tuesday, ovvero il primo martedì di febbraio nell’anno delle presidenziali in cui numerosi Stati sono chiamati alle urne per le primarie, si tramuterà infatti in un Super Super Tuesday.

O, come già è stato ribattezzato mutuando il linguaggio dell’informatica, in un Giga Tuesday. Se tutto va come previsto, quel giorno il 60 per cento degli elettori americani di una ventina di Stati dell’Unione saranno chiamati ad esprimere la preferenza sui candidati alla Casa Bianca. La corsa degli Stati ad iscriversi nel voto del  “Super Martedì” è stato guidato dalla California, le cui primarie si sono svolte fino ad ora nel mese di giugno. Il governatore del Golden State, Arnold Schwarzenegger, ha appoggiato la decisione del Parlamento statale, motivandolo con una richiesta di maggior peso sulle presidenziali da parte del suo Stato, che, con 35 milioni di abitanti, è il più popoloso degli USA. “Voglio che i candidati alla presidenza sappiano che non possono venire in California solo per raccogliere fondi”, ha tuonato l’ex Mister Universo. Ed ha aggiunto: “Ora dovranno rispondere alle mie domande e a quelle della gente californiana”. La mossa di Schwarzy è stata imitata da altri Stati come Arizona, New Jersey, Michigan, New York ed Illinois. C’è chi, come la Florida, ha addirittura anticipato il voto al 29 gennaio. Uno “sgambetto” che gli elettori della California non sembrano aver gradito. Anche in Illinois, l’anticipo delle primarie di 6 settimane - da metà marzo al 5 febbraio - è stato motivato con una domanda di maggiore influenza sul processo decisionale. Non a caso, tra gli Stati che hanno guidato la “cordata” per il Super Tuesday spiccano quelli da cui provengono i candidati con più chance di vittoria: Barack Obama per l’appunto dall’Illinois, Hillary Clinton e Rudy Giuliani da New York e John McCain dall’Arizona. A rimetterci sono soprattutto gli elettori dell’Iowa e del New Hampshire, per tradizione prime tappe della corsa alla Casa Bianca. I due Stati, scarsamente popolati, voteranno sempre prima degli altri (rispettivamente il 14 e 22 gennaio). Tuttavia, l’attenzione dei mass media sarà, anzi già è, tutta concentrata sul Giga Tuesday, vero banco di prova per gli aspiranti presidenti.

C’è anche chi, dopo un primo ubriacamento da Super Martedì, sta forse tornando sui suoi passi. E’ il caso del Texas, dove, come segnalato dal settimanale Time, la classe politica sta riesaminando la sua decisione di anticipare la data del voto. Per l’analista repubblicano Roya Masset, per esempio, il sovraffollamento del 5 febbraio è una “pessima idea”, perché gli Stati interessati vedranno i politici solo negli spot televisivi senza avere occasione di poterli incontrare, come avviene quando gli appuntamenti elettorali sono meno concentrati. Di fatto, il Giga Tuesday rappresenterebbe una sorta di primarie su scala nazionale con profonde conseguenze sul processo elettorale. “Se i candidati presidenziali emergeranno già all’inizio di febbraio”, ha rilevato il prof. Peter Brown del Qunnipiac University Polling Institute, “ciò darà vita ad una campagna elettorale generale di nove mesi, la più lunga nella storia americana”. Ovviamente, la concentrazione di Stati in una singola data comporterà un dispendio di risorse incomparabile con gli anni passati. Risultano perciò favoriti i candidati più ricchi come Hillary, che in un solo trimestre di campagna elettorale ha incamerato la cifra record di 26 milioni di dollari. Non tutti sono contenti di questo cambiamento della natura delle primarie. Bill Clinton, ha fatto notare Susan Milligan sul Boston Globe, nel 1991 era praticamente sconosciuto fuori dal suo Stato, l’Arkansas. Eppure, lentamente è riuscito a conquistare consensi fino all’approdo a Pennsylvania Avenue. Una cosa oggi impensabile, scrive la Milligan, visto che nelle primarie del 2008 si partirà subito con la fiammata del Mega Tuesday, in cui solo chi ha i soldi per inondare le tv di spot potrà sperare di andare avanti. Questa accelerazione, avverte il politologo della George Washington University, Dennis E. Johnson, renderà davvero difficile la vita ai candidati di seconda linea privi delle risorse necessarie a far fronte ad una campagna sempre più competitiva. Ancora più irta d’ostacoli si presenta la via per quanti hanno intenzione di entrare in pista solo nei prossimi mesi. Potrebbe essere troppo tardi. Michael Bloomberg, Al Gore e Fred Thompson sono avvertiti.

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