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Natura e leve finanziarie

Non regaliamo l’ambiente alla sinistra

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La politica e l’ambiente: binomio di estremi opposti, di speculari paradossi. C’è la sinistra, di cui già Pasolini aveva preconizzato la trasformazione in un grande partito radicale di massa, che ha trangugiato, digerito e metabolizzato qualsiasi manipolazione dell’umano, epperò è pronta a schierarsi come un sol uomo se un allevatore prova a difendere il proprio bestiame da un branco di lupi o un artista estrae una scultura in legno dal tronco di albero già mezzo andato. C’è la destra, che dopo aver sperimentato la categoria un po’ sgangherata del sovranismo sembra aver scoperto il fascino del conservatorismo, epperò vorrebbe conservare tutto fuorché l’ambiente in cui viviamo.

Nel mezzo? Nel mezzo c’è un vasto campo che – per rimanere in tema – bisognerebbe arare per evitare che la bandiera dell’òikos resti appannaggio esclusivo di chi ne ha fatto un vessillo ideologico privo di contenuti ed erto di contraddizioni. Già, perché – ammesso che su un argomento come questo le etichette abbiano un senso – l’ambientalismo nasce “di destra”. E, inteso nella sua accezione più corretta, è ontologicamente assai più prossimo a quelle correnti di pensiero che intendono l’”ecologia integrale” come una scala che vede al primo posto l’ecologia umana, che non ai salotti radical chic o alle piazze rumorose nelle quali accanto alle effigi di Greta contro il riscaldamento globale si agitano le bandiere dei “nuovi diritti” senza chiedersi se essi siano compatibili con i fondamenti del diritto naturale.

E allora, per farla breve, non bisogna commettere l’errore di regalare questo terreno alla sinistra. Per farlo, ad esempio, non è utile né intelligente, e neppure veritiero, in nome dello sviluppismo a tutti i costi negare che un problema ambientale vi sia. La sfida, magari, è rendere i modelli di sviluppo sempre più compatibili con la preservazione degli ecosistemi che ci circondano, dai quali la salubrità della nostra vita dipende in misura assai maggiore di quanto si possa immaginare.

Al fondo, è un problema di scala gerarchica. Se, cioè, l’ambiente debba essere inteso come la casa nella quale l’uomo vive e opera, e in quanto tale preservato e reso funzionale alle attività antropiche senza comprometterne la sopravvivenza, o al contrario debba essere un totem di fronte al quale prostrarsi, nuovo vitello d’oro che in epoca recente ha fatto capolino fin nei luoghi più sacri della Cristianità sotto forma di “pachamama”.

Per combattere l’ambientalismo ideologico è il momento di mettere da parte il negazionismo ambientale e di abbracciare un sano ambientalismo antropocentrico. E da lì articolare proposte politiche di sviluppo. Possibilmente in fretta: l’agenda dei prossimi anni sarà dettata dalla ripartizione del Recovery Fund, e non è un caso se il premier Draghi ha dedicato al tema ecologico buona parte del suo discorso di insediamento davanti alle Camere.

Il dibattito culturale (e non solo) sarà ampio e agguerrito, nei Palazzi e nel Paese. Abbiamo già incredibilmente concesso un grande vantaggio narrativo a quanti inneggiano alla natura per poi disconoscere il diritto naturale. Vediamo di non devolvere loro anche il controllo delle leve finanziarie che dovranno declinare in concreto il nostro futuro.

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