Che errore ripubblicare Bobbio in salsa elettorale

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Che errore ripubblicare Bobbio in salsa elettorale

Che errore ripubblicare Bobbio in salsa elettorale

19 Aprile 2008

Una intelligenza che si spegne è sempre motivo di profonda tristezza. Specialmente se è quella di un grande studioso, come Norberto Bobbio, che per molti della mia generazione, è stato un maestro impareggiabile di rigore intellettuale e di raffinate esegesi dei classici del pensiero politico e della filosofia del diritto. Ma la tristezza si tramuta  in sentimento di sdegno e di disgusto morale quando i parti della mente di una malinconica senescenza vengono biecamente strumentalizzati per operazioni di bassa cucina elettorale. E’ il caso di una raccolta—di cui non si sentiva affatto il bisogno, trovandosi agevolmente i testi in Internet—di ‘scritti sul berlusconismo’pubblicata alla vigilia delle elezioni politiche di aprile, con premessa di Enzo Marzo e postfazione di Franco Sbarberi, col titolo Contro i nuovi dispotismi (edizioni Dedalo). E tuttavia, come insegnava Plinio, non c’è cattivo libro che non insegni qualcosa e questo non fa eccezione. Il libello, infatti, contrariamente alle intenzioni dei curatori, finisce per riaprire, a livello storiografico, il ‘problema Bobbio’ e per porre una serie di domande che investono non solo l’intellettuale ma un’intera stagione culturale italiana. Tali domande possono compendiarsi in una sola, decisiva: ma siamo proprio sicuri che Bobbio fosse un autentico ‘liberale’e qualora lo si definisse tale, non si dovrebbe rivedere ab imis la categoria del liberalismo, espungendone, ad esempio,  pensatori come Benjamin Constant o Raymond Aron?

 Probabilmente, nessuno–nel campo d’Agramante di (non corrisposti) ‘amateurs’ del sapere, come Enzo Marzo, e di professionisti accademici, come Franco Sbarberi—s’è ancora accorto della ‘rivoluzione intellettuale’ rappresentata dal revisionismo storiografico di Renzo De Felice.  Dopo l’imponente lavoro del biografo del duce, è sul metro del giudizio storico sul fascismo che si misurano, nel nostro tempo, sia la capacità di un pensiero a intendere le società postbelliche del 1918 e del 1945 sia la qualità ideologica di una riflessione politica. Non è casuale, del resto, che, in Italia come in Francia , nell’Europa insulare (Gran Bretagna e Stati Uniti) come in quella medio-orientale (Israele), l’adesione ai metodi e ai risultati della ricerca sul totalitarismo compiuta dai revisionisti si accompagni a una sicura Weltanschauung liberale. Esemplare il caso di François Furet (e della rivista ‘Commentaire’ ) che nell’antifascismo dei critici del revisionismo ha visto il cavallo di Troia degli sconfitti del secondo Ottantanove.

 Ebbene  quali sono le citazioni che il lettore trova subito in apertura di volume? La prima   è di Piero Gobetti:(1923). La seconda  è di Bobbio (1994). Come si vede, le fattispecie politiche (fascismo e berlusconismo) sono incomparabili ma il rifiuto di comprenderne la natura, al di là  delle intemperanze e degli sfoghi moralistici è, dopo settant’anni, identico. Nel caso del giovane Gobetti la cecità era giustificata sia dalla giovane età sia dall’attacco delle camicie nere allo Statuto albertino e a quel poco che sopravviveva ancora dell’Italietta liberale; nel caso di Bobbio,non c’è alcuna giustificazione. Per lui l’analisi defeliciana–che, delle tre interpretazioni del fascismo, come lotta di classe, come malattia morale, come ‘autobiografia della nazione’, riguardava quest’ultima, divenuta poi il vangelo della cultura azionista, come la più superficiale e ingannevole—è come se non ci fosse mai stata. Un silenzio di tomba che, negli epigoni, mal si distingue dall’oblio programmato nei romanzi di Milan Kundera.

 A leggere gli articoli scritti da Bobbio per la ‘Stampa’, le interviste rilasciate a ‘Repubblica’, all’Unità’ , a ‘Reset’, i brani antologici del Dialogo interno alla Repubblica, a cura di M. Viroli (Ed. Laterza)— forse il nadir della produzione intellettuale del Maestro torinese—o del Tra due Repubbliche (Ed. Donzelli), non si trova una sola idea che spieghi davvero il successo elettorale del ‘berlusconismo’ ove si eccettuino la fascinazione mediatica di massa, resa possibile dalla proprietà dei tre canali  Mediaset, e la solita ’grande paura’ dei benpensanti dinanzi al comunismo. .

 Come si vede, nessuno sforzo per comprendere le ragioni e i bisogni dei ceti che hanno votato per la Casa delle Libertà e per il Carroccio; nessuna scheggia di analisi sociologica; nessun accenno a un sistema di potere, come quello italiano, in cui l’intreccio tra economia e politica ha generato effetti perversi che hanno comportato la fine del boom degli anni sessanta e macroscopici ‘conflitti di interesse’ che hanno coinvolto governo, imprese, banche, enti locali etc. No, per Bobbio la colpa di tutto è la pubblicità, e poco rileva che Umberto Bossi–—  quando si è presentato, per la prima volta, alle elezioni politiche, abbia preso una valanga di voti senza essere quasi mai apparso in tv. Ma che cosa vende, poi, l’imbattibile pubblicitario di Arcore? Come c’era da aspettarsi, i bisogni delle masse berlusconiane vengono ridotti alla richiesta (scandalosa?) di law and order,: . Della fiscalità rovinosa per le piccole aziende e per vasti settori del commercio e dell’agricoltura, dell’inefficienza senza confronti dei servizi pubblici, anche per colpa delle rigidità e dei privilegi sindacali, degli sprechi enormi del Welfare State all’italiana, su cui richiama da anni l’attenzione uno scienziato politico non di destra come Maurizio Ferrera, della macchina della giustizia pesante, costosa, spesso iniqua e degli altri innumerevoli fattori che spiegano i successi ricorrenti del centro-destra (indipendentemente poi dal fatto che i passati governi Berlusconi e quello che nasce in questi giorni siano o siano stati in grado di risolvere i problemi relativi) neppure l’ombra. Un amico del cavaliere non avrebbe potuto desiderare di meglio giacché se il grado di comprensione dei punti di forza dell’avversario è ai livelli  infimi di queste pagine, il centro-destra può dormire sonni tranquilli. nessun esercito in campo, infatti, ha mai vinto senza una realistica visione delle risorse strategiche del nemico.

. Non    arriva  a tanto neppure Eugenio Scalfari che nell’editoriale del 13 aprile sul quotidiano da lui fondato scrive di Berlusconi:.

 Come si è accennato, però, grazie a Marzo, a Nadia Urbinati, a Maurizio Viroli, a Franco Sbarberi, però, i limiti dell’ultimo Bobbio gettano più di un’ombra sulla valenza liberale della sua opera di filosofo politico e del diritto. I suoi allievi non potevano rendergli un peggiore servizio. Prendiamo l’articolo sul Separatismo liberale: a ragione vi si rileva che la divisione del potere economico, del potere politico e del potere culturale—assai più di quella tra legislativo, esecutivo e giudiziario—fa parte del bagaglio ideologico del liberalismo ma si sorvola sul fatto che, a identificare quest’ultimo, più che la divisione è la limitazione del potere, quella limitazione che lo statalismo iscritto (c’è poco da ironizzare) nel dna della sinistra tende a vanificare. E’ vero che qualche volta Bobbio se ne ricorda allorché esalta lo Stato di diritto, ma, nella foga polemica contro la ‘tirannide della maggioranza’ berlusconiana, sembra poi non distinguere tra una legge cattiva (perché fatta dagli avversari) e una legge incostituzionale, sulla quale  debbono pronunciarsi non i cittadini—anche se si chiamano Bobbio—o la stampa ‘impegnata’ ma gli organi dello Stato a ciò preposti, dalla Presidenza della Repubblica alla Corte costituzionale.

 In realtà, per Bobbio, come per gli azionisti che volevano superare capitalismo e collettivismo, il Welfare è sacro e inviolabile; i diritti sociali sono diritti di libertà; la nostra Costituzione è   liberale e democratica, al di là di ogni ragionevole dubbio,  anche se la proprietà privata vi è riconosciuta non come ‘diritto preesistente’ ma unicamente per la sua funzione sociale ;la sola sicurezza decente è ;la democrazia  non è (e quindi in fabbrica, a scuola, in parrocchia etc.); criticare la magistratura e Mani pulite vuol dire assicurare il etc. Naturalmente si è liberissimi di avere tali convincimenti e non ne faremo certo una colpa  all’autore dell’ambiguo Politica e cultura e alla sua, improvvisata, progenie intellettuale. E’ intollerabile, invece, che Maestro e allievi dell’ultima mezz’ora, promotori dell’’Appello contro la Casa delle Libertà’ (2001), si ergano a difensori della libertà contro il fascismo– — e   affermino, con tanta sicumera, che il Polo della Libertà , non avendo< nulla di simile al liberalismo di Einaudi>. Berlinguer concedeva all’URSS qualche ‘elemento di socialismo, Bobbio e i suoi, che non concedono a ‘Forza Italia’ neppure qualche  ‘elemento di liberalismo’, non sospettano, neppure per un attimo, che  il germe del terrorismo intellettuale non sta in quel che si pensa ma in quello che si attribuisce a chi non la pensa come noi. E’ un fanatismo che non meraviglia se è vero, come rileva giustamente Sbarberi, che la  riflessione etico-politica di Bobbio è rimasta sempre nel segno dell’azionismo. Quest’ultimo, stando alle Direttive programmatiche del 1944, riconosceva e ad esse senza arretrare dinanzi  all’uso di una ‘violenza’ certo solamente ovvero intesa come e di una nuova libertà. Le masse democristiane vanificarono, nel 1948, quel progetto rivoluzionario––consentendo alle  di continuare   a incidere pesantemente sulla vita italiana, e, da quel momento, si riaprì—dopo il Risorgimento incompiuto—un’altra ferita non rimarginata—la Resistenza tradita. In questa amarezza  dei  ‘conti in sospeso’ sta il motivo profondo della totale delegittimazione etica dello schieramento di centro-destra , ossessivo refrain  di Contro i nuovi dispotismi.

Occorre prendere atto, ormai, che le sinistre,in Italia, sono due: c’è la sinistra micromeghista dell’antiberlusconismo teologico per la quale  una vittoria  del PDL mina ; c’è la sinistra occidentale di Michele Salvati, di Augusto Barbera, di Franco Debenedetti per la quale ‘Annibale non è alle porte’ e ogni coalizione ha . I vinti di aprile,è facile previsione, si ritroveranno tutti nella   prima e così, ancora una volta, col suo moralismo immarcescibile, l’azionismo piemontese costituirà il lievito dell’antiriformismo, dell’antagonismo, del movimentismo, del reducismo sessantottesco. Che questa ‘Italia livida’ faccia di Bobbio il suo last refugee è abbastanza comprensibile: se anche Veltroni ne verrà catturato, la Lega sarà lì ad arruolare le truppe allo sbando.