Troppo soli per essere gemelli

Banner Occidentale
Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

Troppo soli per essere gemelli

20 Aprile 2008

«Sapeva come far funzionare una storia. Sapeva che tutta la violenza è racchiusa nella precisione di un dettaglio».  E di precisione di dettagli, di tutta la possibile violenza di un particolare, si intende Paolo Giordano, giovane e osannata rivelazione della narrativa (classe 1982, torinese, di professione fisico teorico). In più con l’invenzione di un titolo originale ha messo un fiocchetto attraente a un libro di pregio, anche se non eccezionale quanto un asfittico scenario editoriale vorrebbe farci credere. È difficile non essere incuriositi dall’insolita associazione tra cifre e sentimenti di “La solitudine dei numeri primi”, e una volta capito di cosa tratta, non iniziare a leggere questo buon page turner, per dirla con gli inglesi, perché un po’ a tutti può raccontare il bambino o il ragazzo che in qualche momento siamo stati.

Tanto per cominciare, i numeri primi sono quelli divisibili solo per 1 e per se stessi. Poi ci sono anche coppie di numeri primi che stanno “vicini, anzi quasi vicini, perché fra di loro vi è sempre un numero pari che gli impedisce di toccarsi per davvero. Numeri come l’11 e il 13, come il 17 e il 19, il 41 e il 43”. Questi due numeri primi gemelli ed estremamente solitari che negli anni si sfiorano, si accompagnano e non riescono a unirsi mai, al matematico Mattia paiono proprio lui e Alice. Presentati attraverso i rispettivi eventi clamorosi dei loro sette e otto anni, eventi che li segneranno per sempre, li faranno riconoscere come simili ad una sola prima occhiata – e con i quali cercheranno di fare i conti per tutta la vita. “Le scelte si fanno in pochi secondi e si scontano per il tempo restante”.

Alice bambina della vita sa ancora poco, ma sa con certezza di odiare lo sci che un padre severo e distante le impone con rigidità d’altri tempi. È durante uno degli allenamenti che si allontana dal gruppo e si procura una brutta caduta che la lascerà per sempre zoppicante. Mattia è un bambino geniale con una sorella gemella ritardata, sulla quale vigila fuori casa e di cui si vergogna molto. Invitato insieme a lei per la prima volta ad una sospirata festa di compleanno di un amichetto, deciderà di abbandonare la ragazzina in un parco con l’idea di tornare a prenderla più tardi. Senza ovviamente trovarla mai più, svanita nel nulla.  Da questo esordio da maestro in avanti, il libro seguirà le vicende dei due ragazzi, destinati ad accompagnarsi senza sapersi mai stare vicini, nell’adolescenza e nella giovinezza. Mutando con notevole abilità anche la complessità della scrittura, man mano che le personalità si evolvono. Una scrittura pregevole, pulita, lucida, mai solo letteraria, anzi immediata e però precisa.  

Mattia, senza sorprendere neanche solo per un attimo, finirà ricercatore solitario e prodigioso in un paese nordico, Alice si sceglierà la passione della fotografia anziché gli studi universitari programmati dai genitori.  Per un bel pezzo a dire il vero i due riescono a risultare piuttosto insopportabili con il loro atteggiamento da principi in esilio, le loro ritrosie, le loro paturnie, e la storia, con effetto possibilmente voluto, arranca tra stallo e disagio. Ad una bella fetta di pubblico, quella che sta decretando il successo del libro, piace senz’altro identificarsi nel giovane Werther che ogni adolescente in misura più o meno grande è stato, rivivere le difficoltà di reale vicinanza con l’altro sesso sperimentate in ogni percorso di educazione sentimentale.  E Paolo Giordano sembra anche abbastanza sveglio da aver capito quanto è premiante inserirsi in un filone narrativo europeo in espansione, che ruota intorno ai traumi dell’infanzia, gli abusi sempre incomprensibili degli adulti, le famiglie che sanno essere spietati laboratori di inferni.

Ma la vera bravura di questo esordiente, che speriamo davvero non si unisca svogliatamente a tante altre eterne promesse, e sappia trovare spunti meno facili ai quali applicare il talento, è davvero in quella violenza racchiusa nella precisione di un dettaglio. Giordano sa come e dove colpire: la mano nel guantino della bambina debole che si affida al fratello senza avere presagio del suo destino, e quella della mamma che appena dopo la perdita della figlia, quando Mattia che ha pur sempre otto anni le si avvicina, la ritrae di scatto, sono dettagli che si imprimono nella memoria e non la abbandonano per giorni. E che sollievo invece, quando in questo racconto sempre cupo e soffocante un altro ragazzo mette gli occhi su Alice ormai adulta, e la investe di una solarità agognata tanto dall’inconsapevole ragazza che dallo sfinito lettore. Di colpo si spalanca una finestra ed entra un po’ di vento leggero e di luce morbida, dalle pagine sale il profumo delle belle giornate di primavera e l’ottimismo di chi si è fatto meno seghe mentali dei protagonisti, e sa come campare.