In Libano regna finalmente la pace, quella di Hezbollah

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In Libano regna finalmente la pace, quella di Hezbollah

In Libano regna finalmente la pace, quella di Hezbollah

23 Maggio 2008

Alla fine tutti hanno salutato con favore l’accordo raggiunto il 21 maggio a Doha, in Qatar, tra le fazioni libanesi in lotta. L’accordo pone fine a 18 mesi di crisi istituzionale e mette una pietra sopra agli scontri dei giorni scorsi. Hezbollah ha espresso tutta la propria soddisfazione, gli esponenti della coalizione del 14 marzo pure, Iran e Siria hanno inneggiato alla riconciliazione tra i fratelli libanesi, mentre l’Occidente ha applaudito alla maturità dimostrata dai capigruppo libanesi. Un bel quadretto, non c’è che dire, ma la realtà è diversa. L’accordo prevede la costituzione di un nuovo governo di unità nazionale, l’elezione alla carica di presidente della Repubblica del generale Suleiman, su cui la convergenza di tutti i partiti libanesi c’era da tempo, e una serie di modifiche alla legge elettorale. Un trionfo di Hezbollah, e se non è tale poco ci manca. 

Il Partito di Dio e i suoi alleati hanno ottenuto quello che da tempo volevano: 11 ministri nella nuova compagine governativa, ovvero il potere di veto sulle decisioni del governo. Il cosiddetto terzo di garanzia che offre alla minoranza ampio potere d’interdizione. Gli altri 16 ministri spettano alla maggioranza e i restanti tre al presidente. Non potendo dividerli a metà, non abbiamo dubbi che l’astuto Suleiman, già capo delle Forze Armate libanesi, assegni almeno due di questi ultimi a uomini di area sciita o, comunque, non invisi ad Hezbollah. Del resto, la capacità del generale di annusare il ponentino libanese è proverbiale. L’intesa raggiunta a Doha prevede anche il ritorno alla legge elettorale del 1960 per le elezioni politiche della primavera del prossimo anno. Una misura temporanea in attesa di un nuovo censimento della popolazione libanese che apra la strada ad un accordo su delle regole definitive. La legge elettorale attualmente in vigore, promulgata nel 2000, prevede la suddivisione del Libano in 14 grandi circoscrizioni elettorali, più o meno coincidenti con i muhafazat (governorati), nelle quali vengono eletti i 128 membri del Parlamento. Con la decisione di ritornare, almeno temporaneamente, alla legge del 1960 si reintroduce, invece, il sistema delle qada (contee) con la costituzione di circoscrizioni elettorali più piccole. In totale 27 qada, cui bisogna aggiungere i tre distretti di Beirut nei quali, ancora a Doha, è stato deciso di suddividere la capitale. Nel complesso la legge elettorale del 1960 garantisce una più equilibrata rappresentatività a tutte le confessioni. Tuttavia, la coalizione guidata da Hezbollah potrebbe trarne lo stesso vantaggio visto che la comunità cristiana è sostanzialmente spaccata in due e che la sua percentuale rispetto al totale della popolazione libanese è calata notevolmente rispetto agli anni 50 e 60. 

La vittoria di Hezbollah è stata completata dal rinvio sine-die della questione relativa al suo arsenale militare. Dai colloqui è uscito solo un vago impegno per tutte le fazioni a non utilizzare le armi per risolvere i problemi interni e a non volgerle contro cittadini libanesi. In cambio di tutto ciò, Hezbollah e compagni si sono limitati a rimuovere il picchetto che da due anni era posto simbolicamente a presidio del Gran Serraglio. Nasrallah esce così enormemente rafforzato dai colloqui di Doha, per assurgere a figura centrale della politica libanese. La prova di forza scatenata nelle scorse settimane, costata la vita a quasi 100 persone, ha consentito al Partito di Dio di ottenere gli obiettivi prefissati e di veder riconosciuta l’esistenza della propria struttura militare, parallela a quella dello Stato. Hezbollah tocca così il vertice di una storia iniziata nel 1983, con la scissione da Amal dell’ala khomeinista, e suggella definitivamente il proprio controllo sulle istituzioni libanesi. D’ora in avanti, nessun governo di Beirut potrà prendere decisioni contrarie agli interessi politici e militari di Hezbollah e, quindi, di Siria e Iran. 

Il povero Siniora esce tristemente di scena. Magari potrà essere riciclato da Suleiman al comando di una compagine priva di poteri di fatto come il nuovo governo di unità nazionale, ma anche se così fosse il senso della sua esperienza politica, e della coalizione del 14 marzo, è venuto meno. Con la sconfitta di Siniora, Hariri e Jumblatt, termina la rivoluzione dei cedri e con essa tutte le speranze di un Libano indipendente. A questo punto lo scenario cambia radicalmente. Francia, Italia, Stati Uniti ed Arabia Saudita, le potenze che più di tutte hanno sostenuto Siniora, hanno fatto buon viso a cattivo gioco ed espresso il proprio plauso per il raggiungimento dell’accordo di Doha promettendo di impegnarsi affinché in Libano sia raggiunta la stabilità e le parti lavorino assieme per la riconciliazione. Nell’ipotesi peggiore si tratta di ipocrisia, nella migliore di dichiarazioni ad uso e consumo dell’ufficialità diplomatica e delle agenzie internazionali. Dietro le formule diplomatiche la situazione è incandescente, come dimostrano i movimenti dell’US Navy nel Mediterraneo orientale. 

Soprattutto è sul destino di UNIFIL che adesso si agitano pesanti interrogativi. L’obiettivo della missione era rafforzare Siniora, oltre che garantire un cessate il fuoco tra Libano e Israele. Adesso Siniora non c’è più. Non c’è più il governo del 14 marzo, ma ce n’è uno nel quale l’azionista principale è Nasrallah, con la conseguenza logica che i nostri caschi blu si trovano ora in Libano per puntellare un governo di fatto in mano a Hezbollah. A meno che…  a meno che qualcosa non si muova sul fronte siriano. Il giorno seguente l’annuncio dell’accordo di Doha è arrivata la notizia dell’avvio di colloqui di pace indiretti tra Israele e Siria, dopo una stasi durata otto anni, con la mediazione della Turchia. Si parla della restituzione del Golan alla Siria in cambio della pace. Chissà se è l’ennesimo bluff o se le intenzioni sono davvero serie. I più smaliziati pensano che in realtà l’abboccamento israelo-siriano sia solo un messaggio che Damasco ha voluto inviare ad Hezbollah: forse il Partito di Dio è andato troppo in là con i suoi successi. Perché un conto è vincere, un altro è stravincere. E in quest’ultimo caso qualcuno potrebbe montarsi la testa e farsi idee sbagliate, vagheggiando di un’improbabile autonomia. Ma c’è chi addirittura suggerisce l’ipotesi secondo cui l’Occidente avrebbe sacrificato Siniora, e la rivoluzione dei cedri, in cambio dell’apertura siriana alla ripresa dei colloqui con Israele. Uno scenario condito da spericolato bizantinismo, che potrebbe anche concretizzarsi in un’area, il Medio Oriente, dove l’equilibrio è precario per definizione e guerra e pace vanno eternamente a braccetto.