Per il Brasile un futuro da potenza energetica
06 Giugno 2008
I brasiliani attendono con ansia di vedere cosa il mondo abbia in serbo per la loro fragile economia. Ma nel frattempo si danno da fare proprio per cercare di rendere il loro Paese forte e competitivo.
E’ parere comune che il Brasile non abbia mai sfruttato pienamente le sue enormi potenzialità. Quando Stefan Zweig, scrittore austriaco lì esiliato, sosteneva nel lontano 1941 come la sua nuova casa fosse “il paese del futuro”, voci popolari aggiungevano con ironia “e lo sarà per sempre”. Eppure, più di recente, la banca d’affari Goldman Sachs ha affiancato il Brasile a Russia, India e Cina nel gruppo dei “BRIC” quale economia emergente e con grandi margini di crescita per il futuro.
Del resto, un volo sopra le terre del Brasile, dal sud di San Paolo al nord di Bahia, farebbe sorgere in chiunque mille perplessità circa la povertà del Paese: centinaia e centinaia sono i rettangoli verdi di canna da zucchero da ammirare in lontananza, alternati ad altrettanti cerchi di caffè. Più ad ovest enormi distese per il pascolo del bestiame e numerose pianure di soia. Al lato opposto, verso il mare, un vasto campo petrolifero, scoperto proprio di recente. E ancora, grandi depositi di minerali sottoterra. Eppure, per tutti gli anni 90 l’economia del Brasile è cresciuta ad un ritmo inferiore a quello di Haiti.
Solo oggi possiamo guardare una realtà ben diversa. A partire dal 2004 la crescita economica ha avuto un tasso medio del 4.5%, il più alto da 20 anni a questa parte. E il Presidente Luiz Inacio Lula da Silva sta raccogliendo tutti i benefici politici del cambiamento, sebbene questo sia dovuto in realtà più agli sforzi del governo precedente. In effetti per gli appassionati di meltdown economici e agitazioni politiche, attualmente il Brasile sembra diventato piuttosto noioso. Lo scorso anno la borsa ha visto un incremento del 44% in termini di moneta locale, oltre aduna pioggia di quotazioni. La crescita economica generale ha avuto un’accelerazione al 5.4%.
Qualcuno potrebbe obiettare che si tratta di risultati ancora scarsi, se paragonassimo il Brasile a Russia, India o Cina. Ma in realtà tale paragone sarebbe fuorviante. Il Brasile è un paese molto più ricco rispetto a India e Cina. Dal 1940 al 1980 la sua economia è cresciuta ad un tasso del 7% annuo, grazie al giusto incontro tra capitale e forza lavoro. Un’ottima strategia, interrotta solo dalla crisi arrivata proprio agli inizi degli anni ’80. Tre i grandi temi che da allora hanno afflitto il Paese: l’inflazione, il debito e la democrazia. Oggi si può ben dire che la crisi sia stata superata.
Nel 1994 il governo di Fernando Henrique Cardoso, attraverso delle riforme che prevedevano la privatizzazione delle imprese e il rigore finanziario, è riuscito ad arrestare l’inflazione. A quel punto è stato possibile rilanciare l’economia e stabilizzare le tensioni sociali. Anche il debito pubblico è sceso al 42.2% del Pil, una volta superati i problemi legati alla moneta: solo oggi, infatti, il debito pubblico è espresso in reais piuttosto che in dollari. Anche per quel che riguarda la democrazia, dopo anni di interruzioni e fasi alterne, un reale consolidamento sembra essere finalmente in atto. Diversi passi sono stati mossi per rendere la democrazia brasiliana sempre più autentica. Il Presidente Lula è stato rieletto nel 2006, nonostante un grave scandalo per corruzione. Senza dubbio la sua popolarità è cresciuta costantemente proprio grazie al buon andamento dell’economia. Il rischio ora potrebbe essere quello di compiacersi troppo dei risultati raggiunti e non affrontare prontamente le incognite future. A cominciare da quella del petrolio.
Lo scorso anno la compagnia petrolifera brasiliana Petrobras, in parte di proprietà statale, ha annunciato la più grande scoperta mondiale di petrolio dal 2000: si tratta della riserva “Tupi”, che si spera arriverà a produrre tra 5 e 8 miliardi di barili. Inoltre, proprio nello scorso mese di aprile, il capo dell’Agenzia nazionale del petrolio del Brasile (ANP), Haroldo Lima, ha annunciato in via non ufficiale l’ulteriore scoperta di "un mega-giacimento" di greggio e gas nella Cuenca de Santos, forse il terzo più grande del mondo Le riserve di questo campo potrebbero essere stimate a 33 miliardi di barili di greggio. Se tali stime fossero confermate, il Brasile raggiungerebbe l’ottavo posto tra i maggiori produttori petroliferi mondiali.
Al momento in tutto il Sud America sembrano persistere alcune resistenze all’integrazione dei mercati energetici: molto spesso le decisioni vengono prese ancora in base a considerazioni politiche piuttosto che economiche. Del resto, sebbene diversi paesi sudamericani dispongano di risorse energetiche, attualmente solo Venezuela, Bolivia ed Ecuador esportano quantità significative di petrolio e gas – il Venezuela, in particolare, vanta un posto tra i dieci maggiori produttori petroliferi mondiali. L’attuale produzione di Brasile, Colombia, Argentina e Perù in questo campo, invece, si concentra quasi totalmente nella soddisfazione della richiesta energetica nazionale. Ciononostante, tutti gli occhi sembrano puntati sulle enormi potenzialità del Brasile quale esportatore di energia. Il governo di San Paolo è entusiasta di fronte alle rendite potenziali dei nuovi giacimenti, anche se saranno necessari ancora molti anni ed enormi investimenti per svilupparli adeguatamente.
Nel frattempo non bisogna dimenticare le piaghe che affliggono il Paese: la dilagante corruzione nella vita pubblica, la violenza diffusa, l’alto tasso di analfabetismo, la povertà sempre presente. Senza dubbio, rispetto al passato, si ha la sensazione che il Brasile stia vivendo una sorta di “età dell’oro”. Ma prima di lasciarsi prendere dall’euforia, forse è bene che i leader politici si chiedano come affrontare vecchie e nuove sfide, sfruttando finalmente in modo adeguato tutte le possibilità che la loro terra offre.
