C’è tanto impegno sociale neI cinema partenopeo volato alla Berlinale

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C’è tanto impegno sociale neI cinema partenopeo volato alla Berlinale

15 Febbraio 2011

"Napoli non è mai qualcosa di statico, ma è sempre in movimento". E’ il commento che qualche anno fa il regista napoletano Francesco Rosi rilasciava alla stampa durante la Berlinale (il festival internazionale del cinema di Berlino, ndr) in occasione del meritato Orso d’oro alla carriera. Da sempre il capoluogo partenopeo rappresenta, infatti, per il padre del film-inchiesta, una fucina di nuovi talenti e un esempio di grande operosità. "Sotto la superficie di città splendida", però, quella che un recente sondaggio di Astra ricerche definisce come una delle mete più romantiche d’Italia (seconda solo a Roma), “nasconde anche miseria e disoccupazione”. I problemi del Mezzogiorno d’Italia sono secolari e “riguardano dominazioni straniere, povertà, sfruttamento, criminalità”.

Il maestro ha sempre inseguito lo stesso obiettivo durante la sua carriera: approfondire i perché dell’arretratezza della società e della borghesia del Sud, “una borghesia che ha vissuto più sulla rendita che sulla produzione di ricchezza”. Innegabile il suo contributo alla conoscenza e alla riflessione su una realtà in perenne attesa di riscatto. Rosi ribadisce ad ogni intervista la passione spesa nel tentativo di comprendere Napoli e raccontarla al pubblico senza filtri, con ammirazione ma senza indulgenti semplificazioni. La sua è una vera e propria “fede”, la stessa che muove anche altri artisti impegnati nel tentativo di fotografare la drammaticità dei contrasti partenopei.

In questi giorni, sempre a Berlino, Minerva Pictures Group, presenta all’EFM (European Film Market) due documentari su Napoli: Down There di Guido Lombardi (uno dei principali esponenti del cinema underground italiano, autore di documentari, film sperimentali e indipendenti, video sociali, programmi di finzione e inchieste per la Rai) e Il loro Natale di Gaetano Di Vaio, sul mondo carcerario di Poggio Reale e Pozzuoli.

Quest’ultimo – già presentato alla 67esima edizione della Mostra del cinema di Venezia nella sezione “Controcampo italiano” – rappresenta un percorso nella quotidianità delle tante donne legate ai detenuti nelle carceri di Napoli. Le giornate di Maddalena, Mariarca, Titina, Stefania, riprese in un momento dell’anno simbolico come il Natale, sono scandite dal dolore e dalla solitudine. Ci sono tutti i fotogrammi di una giornata tipo: la preparazione per i colloqui settimanali, le visite all’avvocato messaggero di speranze spesso tradite, i bambini a scuola, la magia dei regali e forse i tanti sogni negati per esigenze di realismo. Non c’è tempo per colorare le loro vite di buone intenzioni, ma solo lo spazio per analizzarne la sofferenza e la rassegnazione. La loro esistenza significa vivere, sotto la minaccia incombente della camorra, in un ambiente dove lo Stato e la legalità sono pura utopia.

Il regista Gaetano Di Vaio è fondatore della casa di produzione Figli del Bronx e nel 2009 ha scritto un’altra docu-fiction dal titolo “Napoli Napoli Napoli”, firmata dal regista americano Abel Ferrara. Cambia la prospettiva, ma non il soggetto: qui l’obiettivo è puntato sulle detenute e il loro isolamento. Prima in cella, poi oltre le sbarre, la ricerca di Di Vaio continua con coerenza nel segno dell’amore per il cinema verità, rappresentando un dramma che ha vissuto in prima persona. La sua è una storia positiva di redenzione che merita di essere raccontata: ex microcriminale napoletano, una volta fuori dal giro della malavita e dalla prigione ha avviato un percorso di riabilitazione.

Oggi, attraverso la sua associazione e il suo impegno sociale nei quartieri malfamati della città, cerca di porre un argine alla criminalità giovanile. Da anni Di Vaio è impegnato nel tentativo di canalizzare il talento di giovani campani meno fortunati in circuiti produttivi virtuosi. L’obiettivo è opporsi a un destino spesso già scritto, affinché la sua tragica esperienza sia l’eccezione e non più la regola.