Quando la Costituzione diventa un’ideologia

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Quando la Costituzione diventa un’ideologia

14 Giugno 2008

 

 In un acutissimo articolo pubblicato nel maggio scorso sul ‘Corriere della Sera’, La ribellione delle masse, Ernesto Galli della Loggia, spiegava <il grande fascino che, anche nei tempi della più aspra conflittualità, i comunisti hanno di continuo esercitato sulla borghesia italiana> con <la loro capacità di presentarsi come un partito fatto apposta per dirigere, per governare, luogo vocazionale del potere, di un potere capace di mettere insieme l’alto e il basso della società>. Di qui il successo piovuto loro addosso <dall’epoca di Mani Pulite e subito dopo, allorché parti via via crescenti dell’establishment italiano, per scampare al naufragio dei suoi tradizionali referenti politici—la Democrazia Cristiana, il Partito socialista e quello Repubblicano—corsero a rifugiarsi sotto le ali ospitali dei postcomunisti. Il furbo dirigente RAI, la giovane industriale in sintonia con il tempo, il navigato notabile meridionale, il pm in carriera, il banchiere di peso, il direttore generale desideroso di non perdere il posto, tutti andarono inevitabilmente ‘a sinistra’ (o da quella sua versione allargata che da lì a poco sarebbe stato l’Ulivo), della classe dirigente italiana non rimase praticamente che ben poco. E quel poco, per giunta, mantenne quasi sempre il più assoluto silenzio: accrescendo così ancor di più la visibilità pubblica dell’altra parte, quella della grande trasmigrazione a sinistra. Il cui adeguato involucro ideologico fu subito approntato: l’ideologia della ‘difesa della Costituzione’ opportunamente messa a punto e diffusa proprio allora dall’ex sinistra democristiana con il potente ausilio strategico del Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro>.

 Un’analisi, come si vede, tanto realistica quanto imbarazzante che non è affatto piaciuta al    costituzionalista, Leopoldo Elia, prestigioso esponente del cattolicesimo progressista. In una lettera inviata al ‘Corriere’, Difendere la Costituzione non è un’ideologia, Elia ha dato sfogo al suo, peraltro legittimo, disappunto :<Scrive Galli, per qualificare meglio la grande trasmigrazione a sinistra di molti borghesi italiani dopo il referendum elettorale del ’93: l’adeguato ‘involucro ideologico’ di tale trasmigrazione ‘fu subito l’ideologia della difesa della Costituzione..’|…| Ebbene è del tutto improprio, a mio avviso, ridurre a ideologia, a involucro ideologico, la difesa della Costituzione. Chi si è battuto per quella difesa non ha mai ritenuto di fare opera di parte: quando si parla di costruzioni ideologiche ci si riferisce invece, in grande, a quelle estinte con il secolo scorso o, più modestamente, a sovrastrutture strumentali di partiti in debito di ossigeno>.

 In realtà, come capita sovente a molti suoi colleghi, Elia non sembra prestare attenzione agli usi del linguaggio politico, ormai invalsi tra gli storici e gli scienziati politici. Le ‘costruzioni ideologiche’ di cui scrive, infatti, sia a intenderle come ‘grandi racconti’ sia a definirle <più modestamente, sovrastrutture strumentali>( ma cosa significa?)non hanno nulla a che vedere col significato conferito da Galli della Loggia al termine ‘ideologico’. Quest’ultimo richiama la ‘falsa coscienza’ di Karl Marx ovvero la ‘motivazione’ con la quale un gruppo  giustifica il suo ‘agire di concerto’, indipendentemente dallo specifico contenuto ideale al quale afferma di richiamarsi. La ‘verità’ e il valore  delle dottrine non vengono presi in considerazione dall’analista, che non vuol essere un esegeta di testi più o meno sacri ma intende solo indicare di quali panni ideologici gli attori di cui tratta si siano rivestiti. Se si afferma che il marxismo era l’<l’involucro ideologico> della nomenklatura sovietica non si dice nulla in fatto di portata epistemologica del materialismo storico e dialettico. Alla stessa maniera, rilevare che il liberalismo lockeano è stato l’ideologia dei Padri Fondatori  degli Stati Uniti d’America non significa pronunciarsi pro o contro il giusnaturalismo laico o la divisione dei poteri .

 L’anomalo ‘blocco sociale’ ritratto da Galli della Loggia ha trovato nella ‘difesa della Costituzione’ il suo collante spirituale. Che l’abbia fatto a ragion veduta, che si sia assunto un compito che tutti i democratici (‘antifascisti’) dovrebbero assumersi, che non abbia  affatto inteso ‘fare opera di parte’, è  ferma convinzione di Elia ed è convinzione rispettabile come tutte quelle espresse da uomini seri e pensosi, preoccupati delle ‘sorti della patria.

 Resta il fatto che, giusta o meno che fosse la battaglia dei ‘vecchi ceti emergenti’ individuati nell’editoriale in questione, il quadrato attorno alla nostra ‘’Magna Carta’ è stato il punto di fusione di forze un tempo eterogenee che hanno dato origine a un’area politica specifica, raccolta, in un primo momento, attorno all’Ulivo prodiano. E’ quanto è  davvero accaduto o il costituirsi del nuovo soggetto politico deve considerarsi parto della mente di Galli della Loggia? Se si è trattato solo di difendere un <interesse generale> e di una nobile testimonianza di <patriottismo costituzionale>–che a ragion veduta avrebbe unito Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano e, naturalmente, Oscar Luigi Scalfaro–se ne deve dedurre   che quanti non hanno condiviso uno zelo così ardente,  si sono posti al di fuori della legittimità democratica in quanto portatori di progetti ‘particolari’–se non eversivi. Per Elia, in realtà, l’<area politica> non solo si è costituita ma ha dato prova del suo alto sentimento dello Stato, con il suo impegno a far fallire il progetto di revisione costituzionale del centro-destra nel referendum del 25 giugno 2006. Niente da eccepire specie da chi, come lo scrivente, a quel progetto era, a ragione o a torto, contrario.

 Il problema, però, è un altro e riguarda la interpretazione che giuristi e intellettuali militanti—ormai lontani dal pianeta riformista—danno della ‘difesa della Costituzione’. La nostra carta, sempre più riguardata come espressione coerente e compiuta dell’antifascismo, è divenuta, proprio come l’antifascismo, il tribunale supremo dal cui insindacabile giudizio dipendono i visti d’ingresso di tutte le ideologie della ’modernità’. La democrazia liberale, in tal modo, va considerata una cosa buona solo se, e nella misura in cui, è iscritta nella Costituzione: se pretende, invece, di pesarne gli articoli e, soprattutto, i ‘principi generali’ sulle sue bilance, diventa, nel migliore dei casi, un ferro vecchio della storia..

<Nei fatti, e da circa venti anni—ha detto un giurista impegnato come Elia nella difesa della Costituzione, Gustavo Zagrebelsky nella conferenza tenuta il 21 novembre 2005 su La Costituzione italiana. Carta fondamentale dei valori—si è delegittimata la nostra Costituzione, ma soprattutto si è intaccata la persistenza delle sue ragioni storiche. La causa più importante di questo ‘relativismo’ è il cambiamento psicologico nei confronti della Costituzione da parte delle forze politiche: la Costituzione sta ‘sopra’ alle forze politiche, mentre l’atteggiamento psicologico dominante negli ultimi anni porta a porre la Costituzione al di sotto delle necessità politiche contingenti(l’es. più ricorrente è la cosiddetta ‘governabilità)>.

  In quest’ottica dovremmo prendere per oro colato i manuali di educazione civica scritti da Norberto Bobbio, da Alessandro Galante-Garrone e da altri reduci dell’azionismo, per i quali   la nostra Grudgesetz è quanto di meglio abbia prodotto la saggezza politico-giuridica dell’Occidente  sicché ‘delegittimarla’ significherebbe ignorare ‘la persistenza delle sue ragioni storiche’, <stravolgere l’ordinamento della Repubblica>. Ma i dubbi sulla sua tenuta dinanzi alle sfide del tempo non furono avanzati anche da uno dei più geniali storici delle istituzioni che abbia avuto l’Italia del Novecento, Giuseppe Maranini, uno studioso di solido orientamento liberale–e forse anche per questo inviso all’azionista Piero Calamandrei che avrebbe voluto ‘epurarlo’ dall’Università? Insomma si ha o non si ha il diritto di pensare a una qualche sostanziale riforma della Costituzione, in nome dei valori della società aperta, senza per questo incorrere nella riprovazione morale e nella damnatio memoriae?

 Sono state <le dure repliche della storia> a farci venire il dubbio che forse il secondo comma dell’art.3 della nostra Costituzione–<E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese>–unito al secondo comma dell’art. 42 –<La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti>–poteva  porre le premesse di uno Stato dirigista, portato a ad anteporre, ad esempio, i bisogni di un’azienda che dà lavoro a decine di operai e quindi svolge una <funzione sociale> (anche se produce utilissimi dentifrici al rum) ai diritti di proprietà degli individui.

 Si può, si deve, esigere, il rispetto della Costituzione finché questa è legge fondamentale dello Stato ma pretenderne anche un apprezzamento incondizionato che squalifichi—almeno sul piano morale—ogni proposta di revisione mi sembra illiberale. I nostri padri costituenti hanno fatto del loro meglio per evitare una guerra civile e mettere d’accordo tre tradizioni diverse e incompatibili —la socialista, la liberale, la cattolica. Ma oggi i nodi sono venuti al pettine e, al di là delle modifiche richieste—sulle quali occorre una discussione ‘secolarizzata’ e pacata— chi ha scelto il lavoro intellettuale come professione si riserva la libertà di una analisi immune da pregiudiziali ideologiche.

 Da qualche anno, tutti citano Tocqueville— elogiato persino dal ‘Manifesto’ fedele   a  Lenin e a Che Guevara!—ma i suoi improvvisati ammiratori s’indignano quando un opinionista liberale come Piero Ostellino osserva che proclamare la Repubblica italiana <fondata sul lavoro> se non è pura retorica, o al più poco impegnativa dichiarazione di intenti, può legittimare un regime politico liberticida. Evidentemente ignorano che nel discorso all’Assemblea Costituente del 12 settembre 1848, Tocqueville, respingendo l’emendamento di Mathieu de la Drome sul ‘diritto al lavoro’, aveva osservato: <questo emendamento porta necessariamente a una delle seguenti conseguenze: o lo Stato si assume il compito di dare a tutti i lavoratori che si presenteranno a lui l’impiego che non hanno, e allora viene a poco a poco trascinato a fare l’industriale; e dato che esso è l’imprenditore che si incontra ovunque, |…| esso è invincibilmente condotto a rendersi il principale e, ben presto, l’unico imprenditore dell’industria.|..| Accumulando, così, nelle proprie mani tutti i capitali dei singoli, lo Stato finisce per divenire l’unico proprietario di ogni cosa. E questo è comunismo. O, al contrario, se lo Stato |…| vuole dar lavoro a tutti gli operai che si presentano, non più da solo e con le proprie risorse, ma vegliando acché essi ne trovino presso i privati |…| è obbligato a fare in modo che non vi sia disoccupazione, cosa che lo porta forzatamente a distribuire i lavoratori in modo che non si facciano concorrenza, a regolare i salari, a moderare a volte la produzione, a volte ad accelerarla, in una parola a farsi il grande e unico organizzatore del lavoro>.

  In Italia, la filosofia di Mathieu de la Drome è così radicata che se qualcuno proponesse per la nostra dissestata economia drastiche misure thatcheriane potrebbe venire espulso dall’<arco costituzionale>, come mezzo secolo fa vennero espulsi i neo-fascisti che guardavano con nostalgia alla RSI, o tenuto fuori , se non dal ‘palazzo’ ,dalla cabina di comando come accadde col vecchio PCI, a causa de fattore K.

 Per riassumere, il conflitto sui valori è un fatto non eliminabile con un retorico colpo di spugna e sarà tanto più aspro quanto più una parte rilevante del centro-sinistra assumerà atteggiamenti  responsabili sulle strategie proposte dal governo  per venir fuori dalla crisi che ci attanaglia. Tale conflitto potrebbe indurre a rivedere quella sintesi cattolico-liberal-socialista che dettò la nostra Costituzione: a difenderne con intransigenza la lettera e lo spirito si troverà la coalizione politico-culturale che ne ha fatto il proprio <involucro ideologico>, mentre dall’altra parte, si vorrà dividere le ‘famiglie spirituali’ che nel 1946 si trovarono costrette a collaborare. Ognuno è libero di riconoscersi nell’uno e nell’altro  schieramento ma se si vede nel proprio quello benedetto dai ‘Geni della Città’ si pongono solo le premesse della guerra civile.   

 In un acutissimo articolo pubblicato nel maggio scorso sul ‘Corriere della Sera’, La ribellione delle masse, Ernesto Galli della Loggia, spiegava <il grande fascino che, anche nei tempi della più aspra conflittualità, i comunisti hanno di continuo esercitato sulla borghesia italiana> con <la loro capacità di presentarsi come un partito fatto apposta per dirigere, per governare, luogo vocazionale del potere, di un potere capace di mettere insieme l’alto e il basso della società>. Di qui il successo piovuto loro addosso <dall’epoca di Mani Pulite e subito dopo, allorché parti via via crescenti dell’establishment italiano, per scampare al naufragio dei suoi tradizionali referenti politici—la Democrazia Cristiana, il Partito socialista e quello Repubblicano—corsero a rifugiarsi sotto le ali ospitali dei postcomunisti. Il furbo dirigente RAI, la giovane industriale in sintonia con il tempo, il navigato notabile meridionale, il pm in carriera, il banchiere di peso, il direttore generale desideroso di non perdere il posto, tutti andarono inevitabilmente ‘a sinistra’ (o da quella sua versione allargata che da lì a poco sarebbe stato l’Ulivo), della classe dirigente italiana non rimase praticamente che ben poco. E quel poco, per giunta, mantenne quasi sempre il più assoluto silenzio: accrescendo così ancor di più la visibilità pubblica dell’altra parte, quella della grande trasmigrazione a sinistra. Il cui adeguato involucro ideologico fu subito approntato: l’ideologia della ‘difesa della Costituzione’ opportunamente messa a punto e diffusa proprio allora dall’ex sinistra democristiana con il potente ausilio strategico del Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro>.

 Un’analisi, come si vede, tanto realistica quanto imbarazzante che non è affatto piaciuta al    costituzionalista, Leopoldo Elia, prestigioso esponente del cattolicesimo progressista. In una lettera inviata al ‘Corriere’, Difendere la Costituzione non è un’ideologia, Elia ha dato sfogo al suo, peraltro legittimo, disappunto :<Scrive Galli, per qualificare meglio la grande trasmigrazione a sinistra di molti borghesi italiani dopo il referendum elettorale del ’93: l’adeguato ‘involucro ideologico’ di tale trasmigrazione ‘fu subito l’ideologia della difesa della Costituzione..’|…| Ebbene è del tutto improprio, a mio avviso, ridurre a ideologia, a involucro ideologico, la difesa della Costituzione. Chi si è battuto per quella difesa non ha mai ritenuto di fare opera di parte: quando si parla di costruzioni ideologiche ci si riferisce invece, in grande, a quelle estinte con il secolo scorso o, più modestamente, a sovrastrutture strumentali di partiti in debito di ossigeno>.

 In realtà, come capita sovente a molti suoi colleghi, Elia non sembra prestare attenzione agli usi del linguaggio politico, ormai invalsi tra gli storici e gli scienziati politici. Le ‘costruzioni ideologiche’ di cui scrive, infatti, sia a intenderle come ‘grandi racconti’ sia a definirle <più modestamente, sovrastrutture strumentali>( ma cosa significa?)non hanno nulla a che vedere col significato conferito da Galli della Loggia al termine ‘ideologico’. Quest’ultimo richiama la ‘falsa coscienza’ di Karl Marx ovvero la ‘motivazione’ con la quale un gruppo  giustifica il suo ‘agire di concerto’, indipendentemente dallo specifico contenuto ideale al quale afferma di richiamarsi. La ‘verità’ e il valore  delle dottrine non vengono presi in considerazione dall’analista, che non vuol essere un esegeta di testi più o meno sacri ma intende solo indicare di quali panni ideologici gli attori di cui tratta si siano rivestiti. Se si afferma che il marxismo era l’<l’involucro ideologico> della nomenklatura sovietica non si dice nulla in fatto di portata epistemologica del materialismo storico e dialettico. Alla stessa maniera, rilevare che il liberalismo lockeano è stato l’ideologia dei Padri Fondatori  degli Stati Uniti d’America non significa pronunciarsi pro o contro il giusnaturalismo laico o la divisione dei poteri .

 L’anomalo ‘blocco sociale’ ritratto da Galli della Loggia ha trovato nella ‘difesa della Costituzione’ il suo collante spirituale. Che l’abbia fatto a ragion veduta, che si sia assunto un compito che tutti i democratici (‘antifascisti’) dovrebbero assumersi, che non abbia  affatto inteso ‘fare opera di parte’, è  ferma convinzione di Elia ed è convinzione rispettabile come tutte quelle espresse da uomini seri e pensosi, preoccupati delle ‘sorti della patria.

 Resta il fatto che, giusta o meno che fosse la battaglia dei ‘vecchi ceti emergenti’ individuati nell’editoriale in questione, il quadrato attorno alla nostra ‘’Magna Carta’ è stato il punto di fusione di forze un tempo eterogenee che hanno dato origine a un’area politica specifica, raccolta, in un primo momento, attorno all’Ulivo prodiano. E’ quanto è  davvero accaduto o il costituirsi del nuovo soggetto politico deve considerarsi parto della mente di Galli della Loggia? Se si è trattato solo di difendere un <interesse generale> e di una nobile testimonianza di <patriottismo costituzionale>–che a ragion veduta avrebbe unito Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano e, naturalmente, Oscar Luigi Scalfaro–se ne deve dedurre   che quanti non hanno condiviso uno zelo così ardente,  si sono posti al di fuori della legittimità democratica in quanto portatori di progetti ‘particolari’–se non eversivi. Per Elia, in realtà, l’<area politica> non solo si è costituita ma ha dato prova del suo alto sentimento dello Stato, con il suo impegno a far fallire il progetto di revisione costituzionale del centro-destra nel referendum del 25 giugno 2006. Niente da eccepire specie da chi, come lo scrivente, a quel progetto era, a ragione o a torto, contrario.

 Il problema, però, è un altro e riguarda la interpretazione che giuristi e intellettuali militanti—ormai lontani dal pianeta riformista—danno della ‘difesa della Costituzione’. La nostra carta, sempre più riguardata come espressione coerente e compiuta dell’antifascismo, è divenuta, proprio come l’antifascismo, il tribunale supremo dal cui insindacabile giudizio dipendono i visti d’ingresso di tutte le ideologie della ’modernità’. La democrazia liberale, in tal modo, va considerata una cosa buona solo se, e nella misura in cui, è iscritta nella Costituzione: se pretende, invece, di pesarne gli articoli e, soprattutto, i ‘principi generali’ sulle sue bilance, diventa, nel migliore dei casi, un ferro vecchio della storia..

<Nei fatti, e da circa venti anni—ha detto un giurista impegnato come Elia nella difesa della Costituzione, Gustavo Zagrebelsky nella conferenza tenuta il 21 novembre 2005 su La Costituzione italiana. Carta fondamentale dei valori—si è delegittimata la nostra Costituzione, ma soprattutto si è intaccata la persistenza delle sue ragioni storiche. La causa più importante di questo ‘relativismo’ è il cambiamento psicologico nei confronti della Costituzione da parte delle forze politiche: la Costituzione sta ‘sopra’ alle forze politiche, mentre l’atteggiamento psicologico dominante negli ultimi anni porta a porre la Costituzione al di sotto delle necessità politiche contingenti(l’es. più ricorrente è la cosiddetta ‘governabilità)>.

  In quest’ottica dovremmo prendere per oro colato i manuali di educazione civica scritti da Norberto Bobbio, da Alessandro Galante-Garrone e da altri reduci dell’azionismo, per i quali   la nostra Grudgesetz è quanto di meglio abbia prodotto la saggezza politico-giuridica dell’Occidente  sicché ‘delegittimarla’ significherebbe ignorare ‘la persistenza delle sue ragioni storiche’, <stravolgere l’ordinamento della Repubblica>. Ma i dubbi sulla sua tenuta dinanzi alle sfide del tempo non furono avanzati anche da uno dei più geniali storici delle istituzioni che abbia avuto l’Italia del Novecento, Giuseppe Maranini, uno studioso di solido orientamento liberale–e forse anche per questo inviso all’azionista Piero Calamandrei che avrebbe voluto ‘epurarlo’ dall’Università? Insomma si ha o non si ha il diritto di pensare a una qualche sostanziale riforma della Costituzione, in nome dei valori della società aperta, senza per questo incorrere nella riprovazione morale e nella damnatio memoriae?

 Sono state <le dure repliche della storia> a farci venire il dubbio che forse il secondo comma dell’art.3 della nostra Costituzione–<E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese>–unito al secondo comma dell’art. 42 –<La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti>–poteva  porre le premesse di uno Stato dirigista, portato a ad anteporre, ad esempio, i bisogni di un’azienda che dà lavoro a decine di operai e quindi svolge una <funzione sociale> (anche se produce utilissimi dentifrici al rum) ai diritti di proprietà degli individui.

 Si può, si deve, esigere, il rispetto della Costituzione finché questa è legge fondamentale dello Stato ma pretenderne anche un apprezzamento incondizionato che squalifichi—almeno sul piano morale—ogni proposta di revisione mi sembra illiberale. I nostri padri costituenti hanno fatto del loro meglio per evitare una guerra civile e mettere d’accordo tre tradizioni diverse e incompatibili —la socialista, la liberale, la cattolica. Ma oggi i nodi sono venuti al pettine e, al di là delle modifiche richieste—sulle quali occorre una discussione ‘secolarizzata’ e pacata— chi ha scelto il lavoro intellettuale come professione si riserva la libertà di una analisi immune da pregiudiziali ideologiche.

 Da qualche anno, tutti citano Tocqueville— elogiato persino dal ‘Manifesto’ fedele   a  Lenin e a Che Guevara!—ma i suoi improvvisati ammiratori s’indignano quando un opinionista liberale come Piero Ostellino osserva che proclamare la Repubblica italiana <fondata sul lavoro> se non è pura retorica, o al più poco impegnativa dichiarazione di intenti, può legittimare un regime politico liberticida. Evidentemente ignorano che nel discorso all’Assemblea Costituente del 12 settembre 1848, Tocqueville, respingendo l’emendamento di Mathieu de la Drome sul ‘diritto al lavoro’, aveva osservato: <questo emendamento porta necessariamente a una delle seguenti conseguenze: o lo Stato si assume il compito di dare a tutti i lavoratori che si presenteranno a lui l’impiego che non hanno, e allora viene a poco a poco trascinato a fare l’industriale; e dato che esso è l’imprenditore che si incontra ovunque, |…| esso è invincibilmente condotto a rendersi il principale e, ben presto, l’unico imprenditore dell’industria.|..| Accumulando, così, nelle proprie mani tutti i capitali dei singoli, lo Stato finisce per divenire l’unico proprietario di ogni cosa. E questo è comunismo. O, al contrario, se lo Stato |…| vuole dar lavoro a tutti gli operai che si presentano, non più da solo e con le proprie risorse, ma vegliando acché essi ne trovino presso i privati |…| è obbligato a fare in modo che non vi sia disoccupazione, cosa che lo porta forzatamente a distribuire i lavoratori in modo che non si facciano concorrenza, a regolare i salari, a moderare a volte la produzione, a volte ad accelerarla, in una parola a farsi il grande e unico organizzatore del lavoro>.

  In Italia, la filosofia di Mathieu de la Drome è così radicata che se qualcuno proponesse per la nostra dissestata economia drastiche misure thatcheriane potrebbe venire espulso dall’<arco costituzionale>, come mezzo secolo fa vennero espulsi i neo-fascisti che guardavano con nostalgia alla RSI, o tenuto fuori , se non dal ‘palazzo’ ,dalla cabina di comando come accadde col vecchio PCI, a causa de fattore K.

 Per riassumere, il conflitto sui valori è un fatto non eliminabile con un retorico colpo di spugna e sarà tanto più aspro quanto più una parte rilevante del centro-sinistra assumerà atteggiamenti  responsabili sulle strategie proposte dal governo  per venir fuori dalla crisi che ci attanaglia. Tale conflitto potrebbe indurre a rivedere quella sintesi cattolico-liberal-socialista che dettò la nostra Costituzione: a difenderne con intransigenza la lettera e lo spirito si troverà la coalizione politico-culturale che ne ha fatto il proprio <involucro ideologico>, mentre dall’altra parte, si vorrà dividere le ‘famiglie spirituali’ che nel 1946 si trovarono costrette a collaborare. Ognuno è libero di riconoscersi nell’uno e nell’altro  schieramento ma se si vede nel proprio quello benedetto dai ‘Geni della Città’ si pongono solo le premesse della guerra civile.