Sui rifiuti la Lega vota con l’Udc, poi il proveddimento viene annullato
19 Giugno 2008
Tira una brutta aria nella maggioranza di centrodestra. Aria pesante, quella per intendersi dei bracci di ferro, dei veti incrociati e dei duelli all’ultimo voto che alla fine si scaricano sul Parlamento dove può capitare che venga meno la stessa maggioranza in Aula. Come appunto è accaduto oggi sul decreto legge sui rifiuti quando una parte della Lega Nord alla Camera ha votato a favore di un emendamento dell’Udc. Votazione che però poi alla fine è risultata nulla per “errore materiale” visto che “il testo su cui incideva l’emendamento era già stato soppresso da una precedente deliberazione dell’Assemblea”. Il danno politico però resta o meglio come ha spiegato lo stesso capogruppo leghista Roberto Cota “il messaggio politico” mandato alla maggioranza. Un messaggio giudicato dai leghisti “costruttivo” e che punta a far capire che si deve cambiare “registro: è finita l’era in cui pagava sempre pantalone”. Oggetto ufficiale della contesa un emendamento leghista il quale prevede che i soldi concessi per superare l’emergenza rifiuti siano rimborsati allo Stato entro trent’anni. Questione di non poco conto che tocca nell’animo i leghisti che proprio ieri hanno dovuto abbozzare sul prestito di 500 milioni di euro al Comune di Roma. Una concessione a “Roma ladrona” di cui i “lumbard” avrebbero voluto fare a meno ma che alla fine hanno dovuto accettare per spirito di coalizione. Chiaro che stavolta non avrebbero fatto sconti, facendo passare un decreto che garantisce un prestito a fondo perduto per l’emergenza rifiuti. Appunto era necessario un segnale per “un cambio di registro”. A complicare il tutto poi anche il governo che sull’emendamento leghista ancora non ha espresso il proprio parere. Da qui la decisione dei leghisti di lanciare un messaggio agli alleati ed anche ai propri elettori e che cioè questo provvedimento non dovrà essere l’ennesima elargizione di denaro pubblico alla cattiva amministrazione campana.
Tutto qui? Normale dinamica parlamentare? Non proprio perché dando uno sguardo d’insieme, oltre alle mura di Montecitorio, il voto leghista di oggi assume una valenza maggiore ed anche più complessa. A pochi infatti è sfuggito che mentre i “lumbard” votavano l’emendamento dell’Udc, Silvio Berlusconi aveva appena finito di dire all’Assemblea di Confcommercio che “daremo indicazioni per approvare il Trattato di Lisbona”. Non è un mistero che ai leghisti piacerebbe mettere da parte il trattato facendo un po’ come hanno fatto gli irlandesi la scorsa settimana. Ed appunto quasi a replicare le parole del premier il ministro Roberto Calderoli nel suo stile schietto e diretto ha ribadito che “il Trattato di Lisbona non esiste più perché il Trattato richiede l’unanimità e quindi o l’Irlanda vota a favore di una sua esclusione o Lisbona è morta”. Fibrillazioni che naturalmente finiscono per scaricarsi su altre questioni, come appunto su quella dei rifiuti. Ed a poco vale la correzione di rotta del leader della Lega Umberto Bossi giunta poco dopo il quale ha tranquillizzato spiegando che “penso che lo voteremo anche noi. Dove vado io vanno tutti. Quello che io dico di votare, votano”. Chiarimenti a parte il braccio di ferro resta.
In realtà però, ridurre tutta la tensione nella maggioranza al confronto Lega-Pdl sarebbe banalizzare perché i malumori ed i mal di pancia coinvolgono un po’ tutti i settori del centrodestra. Ad essere scontenta infatti non è solo la Lega ma molti deputati del Pdl da cui scaturirebbero i maggiori problemi per il centrodestra. Prova ne è lo scivolone di due settimane fa sempre alla Camera su un provvedimento che riguardava adempimenti in sede europea. Casi non isolati e che devono essere analizzati insieme dando così la chiave di lettura di quella che è la reale situazione nel centrodestra in questo momento. La situazione di una coalizione la quale benché goda a Montecitorio di una maggioranza ampia si trova spesso a dover rincorrere i propri deputati per evitare il sorpasso dell’opposizione. E la spiegazione di tutto questo, oltre che in una gestione del gruppo che manca ancora di meccanismi ben oliati, appunto in quella frangia abbastanza ampia di deputati di seconda e terza legislatura rimasti fuori da ogni incarico. Delusi, fuori dai giochi, questi parlamentari avrebbero deciso di prendere le distanze dalle direttive di maggioranza e di usare il proprio voto come strumento di pressione. Un problema di non poco conto frutto anche delle scelte berlusconiane di varare un governo “smart” e che ha tagliato tanti nomi, anche di primo piano. Ecco allora spiegato l’assenteismo, la scarsa reperibilità ed il fatto che troppo spesso le votazioni a favore del centrodestra si risolvano con un pugno di voti. Un primo tentativo per recuperare questa fascia di scontento è stata la nomina di una decina di vicepresidenti del gruppo fatta qualche giorno fa, ma la soluzione finale dovrebbe giungere dopo l’estate quando il Cavaliere metterebbe mano alla squadra di governo operando una nuova infornata di sottosegretari. E chiaramente il premier pescherà proprio in questo vivaio dello scontento. Ma almeno fino ad allora, ed alle nuove nomine, c’è da giurarci che ci saranno ancora sorprese alla Camera con nuovi scivoloni. In fin dei conti cosa non si farebbe per una poltrona.
