La dottrina Fukuda avvicina il Giappone alla Cina

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La dottrina Fukuda avvicina il Giappone alla Cina

21 Giugno 2008

L’annuncio ufficiale risale a mercoledì sera. Cina e Giappone hanno siglato un accordo di massima sullo sfruttamento congiunto di alcuni giacimenti off-shore di gas nel Mar Cinese Orientale, oggetto di una disputa che si  trascinava ormai da oltre quattro anni, tra aspre polemiche e momenti di tensione. Una querelle che a giudizio di molti ha rappresentato un vivido esempio della crescente competizione di potenza tra i due giganti asiatici. 

I giacimenti in questione si trovano a ovest dell’isola giapponese di Okinawa, in una area dove si sovrappongono le rivendicazioni territoriali cinesi e giapponesi. Pechino e Tokyo, infatti, non sono mai riuscite a trovare una intesa per delimitare le rispettive zone economiche esclusive in questo specchio d’acqua. Per la prima il confine dovrebbe correre lungo il limite della propria piattaforma continentale sottomarina. Per l’altra, invece, dovrebbe coincidere con la linea mediana tra la propria costa e quella cinese. Lo spinoso problema non è stato risolto neanche questa volta, con le due parti che hanno preferito rimandare a futuri negoziati la demarcazione finale, preferendo concentrarsi al momento sui soli progetti di cooperazione economica.

Tecnicamente l’accordo – che dovrà essere formalizzato in un trattato, e ratificato da entrambe le parti, prima di divenire operativo – prevede che il Giappone investa nel giacimento di Shirakaba (Chunxiao per i cinesi), in accordo con le leggi della Cina, che lo ha già cominciato a sfruttare. Entrambe le parti esploreranno congiuntamente un settore ancora non sfruttato a sud del giacimento di Asunaro (Longjing). Nulla è stato ancora specificato sull’esatto ammontare degli investimenti e la distribuzione degli eventuali profitti. Ciascuna parte si è poi impegnata a non violare le posizioni legali dell’altra nel periodo transitorio, che intercorre tra la firma dell’intesa e la definizione effettiva delle rispettive zone economiche. 

Chunxiao non è soggetto allo sfruttamento congiunto, ma solo agli investimenti giapponesi, perché si trova a ovest della linea mediana invocata da Tokyo, in una area che Pechino considera indiscutibilmente sotto la propria sovranità. Masahiko Komura, ministro degli Esteri nipponico, ha detto di comprendere la posizione cinese, e che per il Giappone l’importante è aver ottenuto l’opportunità di sfruttare un giacimento che la Cina ha già iniziato a sviluppare. Komura ha rimarcato la reciproca convenienza dell’intesa raggiunta, importante non solo in termini di sicurezza energetica, ma anche per il rafforzamento dei rapporti bilaterali tra i due Paesi. 

La disputa per questi giacimenti di gas scoppiò nel giugno 2004, dopo che Pechino avviò unilateralmente una serie di esplorazioni geologiche nell’area. Come risposta, Tokyo inviò unità navali e mezzi aerei per pattugliare la zona, fin nei pressi delle piattaforme cinesi. La tensione salì ulteriormente dopo che una pattuglia navale cinese bloccò una nave appartenente a una ditta norvegese, incaricata di compiere esplorazioni sottomarine per conto dei giapponesi. 

La demarcazione delle rispettive zone economiche esclusive nel Mar Cinese Orientale non ha un valore solo economico, ma anche strategico, in quanto l’area è prossima alle isole Senkaku (Diaoyu per i cinesi), amministrate dal Giappone e rivendicate da Cina e Taiwan. Il controllo delle Senkaku-Diaoyu è fondamentale per gli equilibri geostrategici della regione, perché si trovano lungo le rotte percorse dalle petroliere provenienti dal Medio Oriente. Pechino le considera di fondamentale interesse difensivo, parte della cosiddetta ‘prima linea delle isole’, uno spazio di sicurezza che si estende tra la costa meridionale di Okinawa e le Filippine settentrionali. 

Con il suo mix tra rivendicazione territoriale e competizione per il controllo di risorse energetiche, la contesa sullo sfruttamento di questi giacimenti ha suscitato una viva emozione sia tra l’opinione pubblica cinese sia tra quella giapponese. Una attenzione a dire il vero eccessiva, se si considera che le riserve di gas stimate nel Mar Cinese Orientale sono piuttosto limitate (l’equivalente di circa 90 milioni di barili di petrolio). 

In questo senso, l’accordo di mercoledì pare riflettere più la comune volontà di ridurre i motivi di attrito, nella speranza di raggiungere sul piano politico lo stesso grado di cooperazione e interdipendenza che esiste già da anni in campo economico. Magari prima che possano sorgere incomprensioni tali da scatenare una crisi generalizzata. E’ una svolta pragmatica, avviata timidamente in Giappone dall’ex primo ministro Shinzo Abe nel 2006, e portata a maturazione dal suo successore Yasuo Fukuda. 

Per Fukuda, Giappone e Cina dovrebbero collaborare alla creazione di uno spazio asiatico di sviluppo e prosperità, dove entrambi i Paesi possano convivere pacificamente in un contesto di fiducia reciproca. Ciò presuppone un comune cammino di normalizzazione politico-diplomatica. Una visione strategica che, a parere di molti, si può definire una estensione della dottrina elaborata nel 1977 per il sud-est asiatico da un altro capo di governo giapponese: Takeo Fukuda, padre dell’attuale primo ministro di Tokyo. 

Secondo Liu Nanlai, esperto di relazioni sino-giapponesi intervistato dall’agenzia di stampa cinese Xinhua, l’accordo sui giacimenti di gas nel Mar Cinese Orientale ha il pregio di trasformare un potenziale conflitto in occasione di cooperazione, una sfida dai costi incalcolabili in un’opportunità ad ampio spettro per entrambi i Paesi. Un po’ quello che sta accadendo nelle nuove relazioni tra Pechino e Taipei. E’ da osservare, però, che nessun alto esponente della nomenklatura cinese ha espresso un parere ufficiale sull’intesa raggiunta. Una scelta che probabilmente tradisce la volontà di non inasprire i sentimenti nazionalistici – e antigiapponesi – di larga parte del popolo cinese. 

Il pericolo in cui rischiano di incorrere Cina e Giappone nel loro comune sforzo di riappacificazione, è proprio quello di rimanere ostaggio di visioni parziali della storia, che servono solo ad avvalorare gli interessi egoistici di ciascuna parte. Per l’ex primo ministro nipponico Yasuhiro Nakasone, Tokyo e Pechino potrebbero scongiurare questo rischio imitando l’esempio di riconciliazione offerto da Francia e Germania dopo il secondo conflitto mondiale. Bonn e Parigi si sedettero infatti intorno a un tavolo per risolvere le loro incomprensioni storiche. Da nemici si trasformarono non solo in alleati, ma anche nel direttorio che guidò la prima fase del processo d’integrazione europea. Il ruolo che potrebbero ricoprire in futuro Giappone e Cina in Estremo Oriente.