Così gli Usa stanno cercando di disintossicare il sistema finanziario
02 Ottobre 2008
Il piano Paulson è passato al Senato americano. Con una ampia maggioranza, è stato votato ed approvato il piano di salvataggio del sistema finanziario che prevede lo stanziamento di 700 miliardi di dollari, nonostante la bocciatura per una manciata di voti alla Camera. Bocciatura che ha fatto crollare i mercati borsistici che, nella giornata di lunedì hanno perso oltre 1300 miliardi di dollari.
«Senza questo pacchetto di salvataggio l’economia Usa pagherebbe un prezzo disastroso». Con queste parole si è concluso il comunicato del presidente Usa George W. Bush, in cui chiedeva l’appoggio al piano per evitare il collasso dell’economia statunitense, già pesantemente colpita dagli sviluppi nefasti della peggiore crisi finanziaria degli ultimi dieci anni. Le misure, create dal Segretario del Tesoro Henry Paulson, prevedono la creazione di un fondo di 700 miliardi di dollari per rilevare i “toxic assets” delle società a rischio con i mutui subprime, ma non solo. Infatti, nel passaggio al Senato, sono state incorporate altre manovre, come un corposo taglio del carico fiscale e la richiesta di maggiori garanzie sui depositi bancari con il bollino della FDIC (Federal Deposit Insurance Corporation), per un totale di circa 150 miliardi in più rispetto al pacchetto bocciato lunedì scorso. Anche per questo sono sempre più i dubbi che sorgono sul prossimo rinvio alla Camera per la ratifica dell’atto: lecito domandarsi quali possano essere le armi di persuasione dell’amministrazione Bush, anche considerando che l’ammontare del piano è aumentato. Ma i dubbi sono legati anche all’effettiva efficacia, come fanno notare molti fra analisti ed economisti, specialmente riguardo alla troppa indulgenza nei confronti dei colpevoli della crisi.
Si pensi infatti a Fannie Mae & Freddie Mac, le due agenzie governative titolari del 45% dei mutui americani, salvate nelle scorse settimane dopo i crolli di metà luglio. Il loro ruolo nella creazione della bolla speculativa dei subprime è palese, dal momento che hanno contribuito a spostare il target di numerosi istituti di credito, i quali non potevano permettersi di praticar il pricing delle due GSEs. Eppure quello che sta facendo il governo Usa (ma anche la Federal Reserve) si limita alla mera immissione di denaro, a bailouts continui ripetendo sempre la solita solfa: «gli Stati Uniti intendono ristabilire fiducia e stabilità del sistema finanziario», come affermato da Bush tre giorni fa. Il risultato finora è però stato tanto svilente da abbattere l’autostima di chiunque: tagli ai tassi federali di oltre 2 punti percentuali, miliardi su miliardi di dollari perduti in borsa, migliaia di posti di lavoro in meno, economia statunitense che viaggia solo grazie alla forte bilancia commerciale, riassetto completo delle principali investment banks, fiducia di consumatori ed operatori di mercato ormai ai minimi storici. Quella che stiamo vivendo è una crisi che non ha precedenti, per portata e per modalità della stessa: il contagio con il settore industriale sembra ancora lontano, mentre il mercato finanziario ha visto terminare il periodo di vacche grasse iniziato negli anni ’80. Come ricordato da Giovanni Vagnone sulle pagine dell’Occidentale, tutto lo sfarzo, il lusso e la sregolatezza degli yuppies si è infranta contro il muro dei subprime. Bush, Paulson e Ben Bernanke stanno cercando di mettere una pezza all’utilizzo distorto della finanza derivata, ma stanno operando come se fosse questo il primo colpevole della crisi. Peccato che essa sia governata dalle stesse mele marce che abbiamo visto cadere dall’albero in questi mesi.
Ora che il danno è stato fatto, difficile tornare indietro, considerando la posta in gioco. Lasciar che il mercato agisca secondo le sue regole o applicare una politica restrittiva di regolamentazione indiscriminata? Nel primo caso, nel breve periodo si potrebbe avere un forte contraccolpo, a causa dell’estirpazione decisa delle erbacce, salvo poi ritrovarsi con un sistema finanziario valido e addetti ai lavori dissuasi dall’utilizzo scorretto di esso. Nel secondo caso, forse si avrebbe un risultato più immediato (benchè effimero), ma non si farebbe capire che il tempo delle mele (marce…) è terminato, proiettando la soluzione completa molto più in la. Il sentore è che il piano, nonostante i timori riguardo il voto, sarà approvato. Con un contagio europeo che è appena cominciato, ci dobbiamo attendere un periodo di molte turbolenze, sperando che non si tocchi troppo l’economia reale. Finora le misure Usa sono servite a poco, hanno pesato molto sui contribuenti e hanno allargato la crisi. Quando lo capiranno Paulson e Bernanke?
