La Georgia è caduta nella trappola del nemico ma l’Europa ce l’ha spinta

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La Georgia è caduta nella trappola del nemico ma l’Europa ce l’ha spinta

11 Agosto 2008

Quand’è che una vittoria smette di essere una vittoria? Quando intacca l’immagine di un paese, spaventa i suoi alleati e lo precipita in una guerra dall’esito scontato contro un avversario infinitamente più forte.

Queste le grigie prospettive che si delineano per la Georgia in questo fine settimana, all’indomani di quella che sembrava una rapida vittoria militare contro il regime separatista in Ossezia del Sud. La Georgia ha attaccato dopo una settimana di provocazioni sempre più pesanti, tra cui ore e ore di bombardamenti da parte della provincia secessionista spalleggiata dalla Russia e segnali di un imminente, massiccio invio di rinforzi russi.

Grazie al sostegno militare americano le forze armate georgiane, con un effettivo di 18000 uomini, sono la forza militare meglio addestrata e meglio equipaggiata del Caucaso. Però una cosa è sconfiggere le truppe male assortite di un paese da due soldi come l’Ossezia del Sud (70000 abitanti); un’altra è competere con la Russia (142 milioni di abitanti) quando si è un popolo di appena cinque milioni di persone. Adesso il Cremlino sta reagendo con le maniere forti. Secondo le ultime notizie gli aerei russi stanno bombardando bersagli georgiani. I rinforzi arrivano come un fiume in piena, e la possente macchina propagandistica del Cremlino sta lentamente entrando in azione, mentre una guerriglia elettronica sembra aver messo fuori uso i siti internet della Georgia.

Sarà la guerra dell’informazione, non quello che accadrà sul campo di battaglia, a stabilire i vincitori del conflitto. La Russia sta presentando la Georgia come l’aggressore, un paese intransigente e imprevedibile deciso a ristabilire il proprio dominio su una provincia recalcitrante per mezzo della violenza armata e della “pulizia etnica”. Un paese del genere, evidentemente, non meriterebbe il sostegno dei paesi occidentali.

La strategia sembra dare i suoi frutti. I leader europei hanno spesso avuto dubbi sul conto di Mikheil Saakashvili, il carismatico avvocato di formazione americana rocambolescamente giunto al potere con la Rivoluzione delle Rose del 2003. Dove i sostenitori del presidente georgiano vedono fascino e intelligenza, i suoi critici – come il cancelliere tedesco Angela Merkel – vedono un leader pericolosamente ostinato e incostante. L’imposizione di severe restrizioni ai partiti dell’opposizione lo scorso novembre, prepotenze ai danni dei mezzi di comunicazione e alcuni casi di abuso di ufficio tra i maggiori esponenti del governo hanno offerto ai detrattori l’occasione per tracciare inquietanti paralleli tra la Georgia e la Russia di Vladimir Putin.

Niente sarebbe più sbagliato: la Georgia non è un paese perfetto, ma non è una dittatura. La sua classe dirigente non va propagandando un’ideologia posticcia come il miscuglio di nostalgia post-sovietica e sciovinismo zarista messo in giro dal Cremlino. La Georgia vanta una prospera società civile, un’opposizione vivace e desidera ardentemente entrare nell’Unione Europea e nella Nato. Ragioni di tipo morale basterebbero da sole a imporre di sostenerla contro l’aggressione russa.

Però in gioco c’è anche molto altro: un interesse decisivo per l’Occidente. Agli occhi dell’Europa la principale minaccia rappresentata dalla Russia è il monopolio sui canali di esportazione di energia dall’ex Unione Sovietica all’Europa esercitato dal Cremlino. L’unica breccia sono l’oleodotto e il gasdotto che portano dall’Azerbaigian, ricco di fonti di energia, alla Turchia, passando per la Georgia. Se cade la Georgia cadrà per l’Europa anche l’unica speranza di indipendenza energetica dalla Russia.

Eppure l’Occidente è diviso e poco attento. L’America andrà su tutte le furie se sarà confermato che gli aerei da guerra russi hanno bombardato un aeroporto che ospitava consulenti militari del Pentagono. Un presidente uscente, però, non rischierebbe mai di imbarcarsi nella terza guerra mondiale in nome della Georgia. In Europa gli alleati della Georgia sono soprattutto piccoli stati ex-comunisti come la Lituania, numericamente inferiori a quelli che, come la Germania, sembrano tenere più di ogni altra cosa ai loro buoni rapporti con la Russia. La Russia sembra pronta a colpire con violente ritorsioni, nella speranza di schiacciare una volta per tutte il pestifero protégé dell’Occidente.

In breve, più il tempo passa, più sembra che la Georgia sia caduta nella trappola del nemico. Il copione era più o meno questo: primo, accumulare provocazioni intollerabili, poi attendere una reazione e infine rispondere con forze militari infinitamente superiori e con l’umiliazione diplomatica. Non ha alcun senso affermare che la Georgia ha ricercato questa guerra. Strappare il controllo dell’Ossezia del Sud al suo governo spalleggiato dalla Russia è da anni una delle principali priorità della Georgia. Nessuno, però, ha mai creduto che la parola sarebbe passata agli eserciti. La strategia georgiana era fondata su un utilizzo discreto del potere, in linea con la prosperità economica del paese e con le molte battaglie vinte dal governo Saakashvili contro la corruzione. Tale atteggiamento forniva un contrasto marcato con l’isolazionismo e la politica di favoritismo dell’Ossezia, che vive quasi esclusivamente di contrabbando e di sussidi russi.

Questa strategia è andata in pezzi. Per come stanno le cose, la Georgia non combatterà per recuperare l’Ossezia del Sud, e neppure per scoraggiare ulteriori aggressioni, ma per sopravvivere. È difficile immaginare un lieto fine. La Georgia non è riuscita a ottenere una vittoria lampo: l’errore cruciale è stato non riuscire a bloccare il tunnel di Roki che passa sotto il Caucaso, generalmente utilizzato come autostrada del contrabbando, ora via di ingresso per i mezzi pesanti russi, che la Georgia non potrà respingere ancora per molto. Quel che è peggio, le autorità dell’Abkhazia, l’altra regione secessionista della Georgia, potrebbero organizzare un attacco, da sole o con l’aiuto della Russia.

Questi scontri dovrebbero suonare come un formidabile campanello d’allarme all’orecchio dei paesi occidentali. L’errore fatale l’abbiamo commesso in occasione del vertice Nato dello scorso aprile, quando il tentativo della Georgia per ottenere un programma di ingresso nell’alleanza è stato respinto. Il presidente Saakashvili aveva avvertito che la Russia avrebbe approfittato del minimo segno di debolezza e indecisione da parte dei paesi occidentali. Così ha fatto.

Edward Lucas è autore di The New Cold War [La nuova guerra fredda], editore Bloomsbury

(The Times, 9 agosto 2008. Traduzione dall’inglese di Francesco Peri)