Vincere in Iraq significa stabilizzare  il Medio Oriente e fermare l’Iran

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Vincere in Iraq significa stabilizzare il Medio Oriente e fermare l’Iran

 Tutti i più importanti obbiettivi della “surge” irachena sono stati centrati. La guerra civile settaria è finita; al Quaeda in Iraq (AQI) ha dovuto incassare un colpo devastante; inoltre la milizia Sadrista e altri gruppi militanti supportati dall’Iran sono stati smantellati.

 Nel frattempo il governo iracheno ha raggiunto tutti i traguardi legislativi imposti dal Congresso Usa e dall’Amministrazione Bush. Cosa ancora più importante: si sta guadagnando sempre più legittimazione tra la popolazione. L’attenzione degli iracheni si sta focalizzando sempre di più verso le prossime elezioni regionali, che costituiranno un momento cruciale nello sviluppo del paese.

Il risultato di tutto ciò è che ci troviamo di fronte ad una straordinaria – ma anche sfuggente – opportunità d’incrementare la sicurezza americana e la stabilità d’una regione d’importanza vitale per il mondo intero.

Per quanto riguarda la guerra civile, non si sono praticamente registrati casi di uccisioni settarie durante le ultime dieci settimane. I gruppi organizzati seminano ancora violenza, ma AQI, quello che rimane degli insorti sunniti e i guerrieri sciiti, ora come ora si dedicano ad attaccare i loro stessi membri che hanno disertato per passare dalla nostra parte. Il che dà la misura della loro attuale debolezza, la popolazione irachena, poi, si sta mobilizzando sempre di più contro i violenti, e sta inondando di indizi riguardo alla posizione di depositi d’armi e d’importanti leader militari le forze americane e irachene– I sunniti lo fanno per i sunniti e gli sciiti per gli sciiti.

I guerriglieri, però, non hanno deposto le loro armi e si sono seduti, semplicemente per attendere la prossima opportunità di scannarsi a vicenda. Gli insorti sunniti, così come AQI, sono stati seriamente danneggiati. Le forze della Coalizione e quelle irachene hanno catturato o ucciso un grande numero di leader, cacciato i militanti armati da tutte le grandi città irachene (inclusa Mosul), e ora stanno inseguendo quello che rimane dei gruppi terroristi nelle aree rurali e nel deserto.

Anche la milizia sciita è stata letteralmente fatta a pezzi e i suoi capi sono stati costretti a elemosinare un riparo in Iran. Le forze di sicurezza irachene continuano a cacciare i gruppi speciali dietro cui si nasconde l’Iran e gli elementi dell’esercito del Madhi di al Sadr contro i quali si sono già scontrati a Sadr City, nella provincia di Maysan e in altri luoghi. A questo punto, nessuno di questi network del terrore sarebbe in grado di portare avanti operazioni in grado d’impensierire il governo iracheno. Anche se c’è da dire che sia al Qaeda che l’Iran stanno lavorando duramente per tentare di ricomporre i cocci del loro network.  

Il significato strategico di fondo di questi passi avanti militari e politici deve essere tenuto bene in mente. L’Iraq rimane un fronte fondamentale nella guerra che l’America ha intrapreso contro al Qaeda.

Invero, i dibattiti nei medi americani sul fatto che al Qaeda in Iraq sia “veramente” al Qaeda sono puerili. La leadership di AQI, in gran parte di origini straniere, fa parte del network globale di al Qaeda che opera a favore di Osama Bin Laden. Bin Laden e suoi luogotenenti in Pakistan, e in altre parti del mondo, inviano aiuti (inclusi guerriglieri stranieri) in Iraq e seguono attentamente lo sviluppo della situazione, come d’altronde le loro ripetute dichiarazioni dimostrano non meno delle loro azioni. La leadership centrale di al Qaeda non è disposta a perdere in Iraq e sta da tempo tentando di recuperare il terreno perduto.

Dall’interno del paese, gli uomini di AQI stanno ancora provando – con aggressività – a riguadagnarsi le basi da cui poter lanciare in futuro operazioni militari più efficaci. Questi tentativi stanno fallendo solamente grazie alle continue pressioni che gli americani e le forze di sicurezza irachene esercitano nei loro confronti, da Baghdad a Mosul. Se queste pressioni dovessero venire meno, gli uomini di al Qaeda ricomincerebbero ad avere la meglio.

Anche i leader iraniani responsabili per la politica di Teheran in Iraq – principalmente l’Ayatollah Khamenei e il Brigadier Generale Qassim Soleimani, comandante delle Quds Force rimangono determinati nei loro intenti. Al momento attuale sono impegnati a ri-arruolare e a ri-equipaggiare migliaia di guerriglieri che sono sfuggiti alle più recenti operazioni di pulizia irachene e della Coalizione a Baghdad, Bassora e nelle province di Maysan.

I modelli di comportamento più recenti dimostrano che questi guerriglieri proveranno a ritornare in Iraq per provare ad attaccare di nuovo le forze della Coalizione, giusto in tempo per rovinare le elezioni irachene e quelle americane. I loro attacchi saranno probabilmente più spettacolari del solito anche se meno efficaci nel comportare danni seri al governo ed alla società irachena.

Se l’America rimanesse determinata nel suo impegno vincere in Iraq, il successo sarebbe molto probabile. AQI e le milizie sciite non hanno, al momento, la capacità di far deragliare il treno iracheno a meno che sia gli Usa che il governo di Baghdad non compiano una serie di gravi errori.

Il più grande errore consisterebbe nel ritirare le forze americane in maniera troppo rapida. Questo, infatti, rafforzerebbe la convinzione di al Qaeda e dell’Iran nel continuare con gli sforzi tesi alla distruzione del giovane Stato iracheno e al contempo indebolirebbe le sicurezze degli iracheni, in particolare delle Forze di Sicurezza, che stanno affidando le loro vite ad un’assistenza americana continuativa.

In sostanza: in Iraq, al Qaeda è alle corde e le milizie sciite stanno perdendo l’equilibrio. È proprio il momento in cui si deve continuare a lavorare ai fianchi per evitare che riprendano fiato è stabilità. Per perseguire questo obbiettivo, ora come ora, non si richiede un grosso numero di morti americani e probabilmente non ce ne sarà bisogno neanche in futuro. Si richiederà, però, la presenza di un numero considerevole di truppe lungo tutto il 2009.

Le voci che di recente hanno circolato in quel di Washington in merito al fatto che una riduzione di truppe potrebbe cominciare prima del previsto e procedere più rapidamente del previsto, sono quantomeno premature. Il livello attuale di sforzo bellico sarà necessario almeno fino allo svolgimento delle elezioni regionali di fine anno e un eventuale valutazione in merito alla riduzione del numero dei soldati avrà senso soltanto quando il comandante entrante delle forze irachene, il Generale Ray Odierno, avrà valutato la nuova situazione.

I benefici che gli Usa potrebbero ricavare dal rimanere in guerra fino alla fine, sovrasterebbero di gran lunga gli eventuali costi. Per esempio, gli iracheni hanno dimostrato di essere determinati a incrementare la loro produzione giornaliera di petrolio, che si attesta attualmente attorno ai 2,5 milioni di barili al giorno, il più velocemente possibile – cosa che potrebbe accadere soltanto qualora il paese si riveli sicuro.

Più importante ancora sarebbe l’opportunità di lavorare con una nazione musulmana che si trova nel cuore del mondo arabo per infliggere ad al Qaeda la più vistosa e umiliante sconfitta possibile. Il successo in Iraq renderebbe anche possibile l’entrata in vigore d’una parternship strategica con uno Stato legittimo, democratico e a maggioranza sciita, allineato con gli Usa contro l’Iran.

I recenti commenti rilasciati da alcuni leader iracheni riguardo allo stato attuale delle negoziazioni per un accordo sulle forze in campo – nel contesto di una sempre più calda stagione elettorale in Iraq e con il desiderio di aumentare il potere di trattativa da parte irachena – non mettono in discussione la parternship con gli americani. Come abbiamo recentemente avuto modo di constatare a Baghdad, anche i più convinti sostenitori di una rapida riduzione delle truppe americane insistono per una fratellanza strategica con l’America che possa aiutare l’Iraq a ergersi contro l’Iran. Oltre a ciò, gran parte dei leader militari iracheni sono inequivocabilmente a favore della presenza continuativa delle forze Usa nel loro paese.

Il governo e il popolo iracheno – il cui sentimento anti-persiano diventa sempre più ovvio man mano che passano i giorni –  hanno già dimostrato la loro volontà di respingere l’intervento iraniano nei loro affari. L’attacco che il Primo Ministro iracheno Nouri al-Maliki ha ordinato contro le forze supportate dall’Iran a Bassora, seguito dalle operazioni a guida irachena a Baghdad, nell’Iraq centrale e a Maysan, è la prova della volontà del governo iracheno. Aiutare l’Iraq ad avere la meglio rappresenta anche la nostra chance migliore di trovare una soluzione al problema iraniano senza dover venire alle mani.

È ora che l’America riconosca il suo nuovo ruolo in Iraq. La guerra civile è finita, le truppe americane non rappresentano più il motivo d’irritazione che causa le rivolte e, lungi dal dimostrare dipendenza, il governo iracheno e l’esercito dimostrano di essere sempre più determinati a guidare e proteggere la loro nazione. In ogni caso, continuano a volere la nostra assistenza e ad averne bisogno.

Anche se la vittoria in guerra non è mai certa fino alla fine, per una volta i pronostici sono tutti per noi, sempre ammesso che si faccia la cosa giusta. Il che consiste nel rimanere a fianco del nostro miglior alleato nella guerra contro al Qaeda e nella battaglia contro l’Iran.

(Traduzione di Andrea Holzer)

Copyright Wall Street Journal ©

Frederick Kagan è un ricercatore dell’American Enterprise Institute. Kimberly Kagan è il Presidente dell’Institute for the study of War. Jack Keane è l’ex Vice-Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Usa. Tutti e tre sono di ritorno dalla loro più recente visita in Iraq.