Afghanistan buco nero dell’Occidente

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Afghanistan buco nero dell’Occidente

Afghanistan buco nero dell’Occidente

29 Ottobre 2025

C’è un buco nero nella coscienza morale dell’Occidente, e ha la forma dell’Afghanistan. Mentre le piazze europee risuonano di slogan contro Israele, nessuno ricorda più il regime che abbiamo consegnato al potere talebano con le nostre stesse mani. Dopo vent’anni di guerra, l’Afghanistan è tornato alle leggi coraniche, e con esso la schiavitù delle donne, le esecuzioni pubbliche, il divieto d’istruzione femminile, il ritorno dei campi di addestramento di Al-Qaeda.

A quattro anni dal disastroso ritiro americano da Kabul, il mondo libero ha già riallacciato i rapporti con i carnefici che aveva giurato di combattere. In nome del “dialogo tecnico”, le cancellerie occidentali accettano funzionari del regime nelle loro ambasciate, rilasciano visti, negoziano rimpatri. È la realpolitik, la diplomazia che baratta la dignità con la convenienza.

Il paradosso è che, mentre la Corte penale internazionale ha incriminato i vertici talebani per crimini contro l’umanità, gli stessi funzionari del regime rilasciano documenti nelle capitali europee. Quando la Corte indaga Israele, i governi si stracciano le vesti in nome del diritto internazionale; quando colpisce i Talebani, cala il silenzio. È questa la misura dello smarrimento morale dell’Occidente.

Ma lo smarrimento non è solo etico. È anche strategico. Il mondo nato dopo il 1989 si è dissolto: l’unipolarismo americano, che per trent’anni ha garantito ordine e sicurezza, è finito. Siamo entrati in un’era dove nessuno guida davvero i processi globali e la linea di confine tra democrazia e totalitarismo si assottiglia. Il fascismo islamico diventa un interlocutore dei nuovi realisti opportunisti occidentale.

Un vecchio mondo è tramontato, ma quello nuovo che sta emergendo sembra peggiore del precedente. In questa zona grigia della storia, l’Europa ha una sola possibilità: riscoprire la propria unità e la propria capacità di decisione. Ma soprattutto i suoi valori. I valori occidentali. Abbiamo il dovere di guardare di nuovo verso Kabul. Non solo per misurare la profondità della sua sconfitta, ma per chiudere i conti aperti con la nostra coscienza.

Migliaia di interpreti, insegnanti, medici e attivisti hanno creduto nella nostra parola, hanno combattuto per i nostri valori, e oggi vivono nascosti, braccati, condannati dal regime che abbiamo lasciato vincere. Non si tratta di riaprire una guerra perduta, ma di mantenere una promessa. Restituire un futuro a chi ha creduto nell’Occidente è il primo passo per restituire un senso all’Occidente stesso.

In questo compito, l’Italia e l’Europa possono ancora esercitare una leadership diversa: non quella delle armi, ma quella della responsabilità. L’Italia, che in Afghanistan ha conosciuto il prezzo del sacrificio e della ricostruzione, può spronare i partner per il rimpatrio sicuro di chi ha collaborato con le missioni internazionali, per il sostegno alle donne afghane in esilio, per la riapertura di corridoi umanitari.

Sarebbe un atto di giustizia, ma anche di politica: un segnale che il Vecchio Continente non ha smesso di credere nella dignità umana come fondamento dell’ordine mondiale. Perché il nuovo ordine non nascerà solo dalla forza, ma anche dalla memoria di chi è stato abbandonato. E forse, solo quando sapremo riportare a casa gli afghani che hanno creduto in noi, potremo dire di aver cominciato a ritrovare anche la nostra casa morale.