Obama e McCain vinceranno combattendo la paura della recessione
29 Ottobre 2008
L’American Enterprise Institute, storico think tank che dal 1943 si occupa di promuovere la ricerca e il dibattito in merito a temi di economia, politica, benessere sociale, istruzione e immigrazione, si accinge a terminare la propria analisi della campagna presidenziale statunitense. In questo ultimo appuntamento della serie Election Watch, prima del voto negli USA il prossimo 4 novembre, gli esperti, giornalisti e analisti politici dell’AEI hanno analizzato e commentato quello che oramai sembra un consolidato – seppur non ancora definitivo – vantaggio di Barack Obama negli ultimi sondaggi. Alla vigilia di un voto così importante, e di fronte ad una crisi finanziaria che preoccupa il Paese, gli americani concentrano soprattutto la loro attenzione sulla posizione dei rispettivi candidati in merito all’economia ed agli accorgimenti necessari proposti per garantire stabilità a Wall Street.
Apre i lavori Karlyn Bowman, scienziata politica ed editorialista per l’AEI, che conferma come secondo i sondaggi più recenti effettivamente McCain si rivela in crescente difficoltà rispetto a Barack Obama – che a sua volta conserva, peraltro piuttosto saldamente, la propria posizione di favore rispetto all’elettorato. “I Democratici ormai sono i più apprezzati dagli americani per la loro posizione in merito alla maggior parte degli issues”, ha affermato la studiosa; in tal senso, un recupero di John McCain lo vedrebbe impegnato a riconquistare dai 5 ai 10 punti percentuali, cifre che rendono complicata la rimonta, tenendo presente che i sostenitori di Obama sono generalmente più entusiasti, più fattivi e più disposti ad agire per promuovere il proprio candidato con un margine di circa 7 punti percentuali in più dei Repubblicani. Anche nell’ambito della party identification, ovvero la volontà degli elettori di riconoscersi nel proprio schieramento, i Democratici hanno oramai raggiunto un consistente vantaggio che si aggira intorno ai 15 punti percentuali.
In uno scenario tutt’altro che incoraggiante per il Grand Old Party, Bowman tuttavia non manca di ricordare – a prescindere da chi sarà il vincitore – che si tratta delle 56esime elezioni negli Stati Uniti, un ciclo che dura ininterrotto sin dai tempi di George Washington. Nel caso dovesse prevalere Barack Obama, sarebbe la ventitreesima volta che il passaggio di consegne da un partito all’altro avviene pacificamente, a conferma della grande tradizione democratica che caratterizza il cammino politico della giovane nazione americana; un traguardo ancora più notevole, ricorda la studiosa, visto che il trasferimento di potere tra poli politici opposti – di natura pacifica e frutto della volontà del popolo – è un fatto abbastanza raro al giorno d’oggi.
Norman J. Ornstein – scienziato politico ed esperto di politiche pubbliche – prosegue il dibattito dichiarandosi d’accordo con Bowman riguardo al fatto che i sondaggi d’opinione pubblica, ed ancor più i principi che ispirano il Partito Democratico, sembrano favorire nettamente Obama in questo momento, rendendo difficile l’ipotesi di una rimonta. Ornstein arriva persino a formulare, tra il sottile sgomento dei presenti, che potremmo trovarci ad assistere a una schiacciante vittoria del Senatore dell’Illinois nei confronti di McCain come accadde negli anni Ottanta con Ronald Reagan. Obama è anche in vantaggio se si guarda alla presenza capillare di sostenitori sul territorio, prosegue lo studioso, e alla capacità di convincere gli elettori a votare; un dato che sorprende, visto che per tradizione erano sempre stati i Repubblicani in passato a dominare incontrastati nella raccolta fondi, così come nelle cifre investite in campagna elettorale.
A questo punto prende la parola Michael Barone, uno dei più autorevoli analisti politici statunitensi, giornalista per “U.S. News & World Report” e fondatore dell’“Almanac of American Politics”. Barone riprende i dati citati dai colleghi a sostegno del vantaggio di Barack Obama e conclude come – unitamente alle percentuali di gradimento verso George W. Bush, scese ancora una volta ai minimi storici – “secondo i fondamentali principi di analisi dell’equilibrio politico, i Democratici sono essenzialmente favoriti nelle elezioni di novembre”. Il vantaggio di cui inizialmente i Repubblicani sembravano potersi avvalere per ribaltare i sondaggi – costituito principalmente dal successo della surge in Iraq e dallo stabilizzarsi della benzina intorno ai 4 dollari al gallone – si è oramai dissolto, complice la crisi economica che sembra preoccupare sempre di più gli americani.
Barone nota che l’annuncio del pacchetto di soccorso straordinario voluto da Bush (il financial rescue package approvato tra il 18 e il 19 settembre scorso) ha coinciso con il sorpasso decisivo di Obama nei confronti di McCain, sempre più stabilmente associato al Grand Old Party tradizionalista e secondo molti cittadini il vero responsabile della crisi. Il Senatore dell’Arizona è stato percepito dall’elettorato come un candidato “impulsivo”, che non ha esitato a sospendere la propria campagna elettorale per correre in soccorso di Bush e ha minacciato per lo stesso motivo di far slittare il primo dibattito presidenziale (si vedrà se la recente dichiarazione di Obama riguardo alla sospensione dei convegni, per recarsi al capezzale della nonna malata, sortirà un effetto simile).
John Fortier, scienziato politico ed editorialista, conclude i lavori soffermandosi ancora una volta sul fenomeno dell’absentee ed early voting, sul quale lo studioso è il maggior esperto a livello nazionale. Si tratta, lo ricordiamo, della possibilità per molti americani – data la particolare conformazione del sistema elettorale statunitense – di ricorrere al voto anticipato, per via postale, telematica oppure, come abbiamo visto recentemente in alcuni programmi televisivi, persino dalla propria auto mentre si è in coda per recarsi al lavoro. Quest’anno, nota Fortier, le percentuali del voto sono molto alte: si pensa che fino a un terzo della popolazione potrebbe esprimere la propria preferenza prima del 4 novembre, ma in ogni caso anche i sondaggi tra gli absentee voters sembrano privilegiare, ancora una volta, i Democratici.
Una situazione nel complesso sfavorevole per il Grand Old Party, dunque, che secondo Fortier avrà un’ulteriore conseguenza negativa sinora sottovalutata: la forza carismatica di Obama, unitamente alla crisi economica, si ripercuoterà anche sulle elezioni congressuali. Difatti, rimarca lo studioso, i Repubblicani già si vedono costretti ad investire massicciamente per tutelare i propri seggi al Senato provenienti dalla Georgia, Kentucky, Maine e Mississippi; e i Democratici potrebbero guadagnare sino a 20 seggi alla Camera dei Rappresentanti. Questo potrebbe far sì che il partito di Barack Obama goda di larghissime maggioranze, con una situazione simile a quella verificatasi nel 1994; ma con intese più robuste e una coesione ideologica maggiore, in grado di indirizzare l’America nel 2009 verso un reale – seppur ancora forse non troppo scontato – cambiamento.
(Tratto da AEI ELECTION WATCH NO. 9)
Traduzione di Alia K. Nardini
