Gli Usa devono aumentare gli sforzi se vogliono vincere in Afghanistan
01 Novembre 2008
Anthony Cordesman, tra i massimi esperti americani in materia di strategie militari e geopolitiche, ha pubblicato per il Center for Strategic & International Studies (CSIS) di Washington i suoi ultimi studi sulla situazione afghana. Ne emerge un quadro sempre più completo sui buoni propositi dell’amministrazione americana, gravemente vanificati, però, dai propri errori. Sullo sfondo campeggia la presa di coscienza di come, passata la solidarietà dell’Europa agli Usa dopo l’11 settembre, rimanga ora, invece, una mancanza d’affidabilità dei governi europei (con esclusione della Gran Bretagna) verso gli impegni presi come alleati nella guerra al terrorismo jiahdista e talebano. I molteplici dossier pubblicati dal CSIS sull’argomento non lesinano denunce sull’ambiguità e l’inefficienza dei vertici pakistani, sul ruolo del narcotraffico, sulla corruzione diffusa negli apparati afghani, sulle difficoltà tribali e topografiche della regione, ma sono altresì assai critici con le decisioni strategiche e politiche dell’amministrazione statunitense, nonché sulla conduzione degli interventi nel paese.
Innanzitutto, vengono individuate le aree di maggior rischio, divise a seconda del grado d’ostilità. Si nota subito come negli ultimi anni siano fortemente aumentati i territori definiti Extreme Risk Areas, ossia dove la presenza del nemico combattente è talmente estesa da creare situazioni di totale insicurezza e impedire qualsiasi programma civile. Sono le parti meridionali e all’estremo nord della provincia di Helmand, la maggior parte della provincia di Kandahar, una porzione settentrionale della provincia di Nimroz, la quasi totalità delle province di Zabuland e Uruzgan, una zona nella provincia di Paktika, la regione di Tora Bora a sud di Nangahar, e le terre più a nord di Nuristan. Tolte le aree di Medium Risk, soggette cioè a continua instabilità (province di Farah, Badghisand, Faryab), rimane una frazione di territorio Low Risk molto piccola dove poter sviluppare programmi di pace e ricostruzione civile: sono le province di Maydan Wardak, Badakshan, Takharand e Baghlan. L’influenza dei gruppi Taliban e dei signori della guerra, come Hekmatyar e Haqqani, è costantemente in ascesa anche nei territori FATA (Federally Administered Tribal Areas) e del Belucistan pakistano, mentre sempre più numerosi sono le infiltrazioni di combattenti islamici stranieri. Un discorso a parte meritano le bande armate dei narcotrafficanti.
Il grido d’allarme proveniente dal think-tank statunitense è molto semplice: gli Usa, dopo averla vinta, stanno adesso perdendo la guerra in Afghanistan e, se non viene invertita l’attuale rotta, le prospettive non potranno che peggiorare. La condizione bellica e sociale del paese necessita di programmi a lungo termine, con soluzioni che si potranno apprezzare non prima di parecchi anni, tanto che per certi obiettivi di sviluppo si parla del 2010 e 2019. Quindi non esiste la risposta risolutiva per far scomparire con un colpo di bacchetta magica l’insieme articolato dei problemi, ma ciò che occorre re-impostare è un nuovo approccio intellettuale, e quindi politico, alla questione afghana.
Cordesman assume come punto di partenza la necessità di non nascondere le difficoltà concrete, di non crogiolarsi in ottimistiche previsioni, di non illudersi su false stime, di non mascherare la verità con rapporti edulcorati. Proprio tutto ciò ha creato negli ambienti decisionali governativi un’ingannevole sottostima delle difficoltà insite nella guerra – che Cordesman giustamente chiama afghano-pakistana –, lasciando che col passare degli anni la situazione sul campo si deteriorasse fino a rimetterci via via la maggior parte dei successi ottenuti all’inizio. Occorre guardare onestamente in faccia la realtà, e ricominciare daccapo.
Oggi, la stessa Casa Bianca ammette finalmente d’aver fallito nell’impiego delle truppe sul terreno, nell’invio di personale civile specializzato, negli investimenti finanziari per vincere il conflitto. Le forze militari Usa e Nato possono anche primeggiare negli scontri campali e ottenere qualche successo tattico, ma la vera guerra non è quella. La vera guerra è politica e ideologica, afferma il rapporto di Cordesman: è una lotta per il controllo dello spazio politico ed economico dello Stato afghano. La posizione di vantaggio ce l’hanno talebani e jihadisti, dovendo solo tentare di sopravvivere alle incursioni degli eserciti Usa, Nato/Isaf, pakistano e aghano, ma se le cose restano così, prima o poi essi riprenderanno il predominio sul territorio, almeno di fatto.
Ma qual è il vero errore compiuto dalla presidenza Bush? Cordesman ne è convinto: per cinque anni sono stati investiti fondi insufficienti ed è stato impiegato personale militare e civile in misura ridicolmente inferiore alle necessità. Insomma, troppi pochi soldi e troppo poche persone capaci a gestirli. Un solo dato enuncia a sufficienza il problema: in Afghanistan è stato erogato appena il 20% del finanziamento speso per l’intervento in Iraq, sebbene siano entrambe operazioni belliche della medesima scala (171.1 miliardi di dollari in otto anni per l’Afghanistan, contro 653.1 di dollari per sei anni in Irak). Ciò è poi notevolmente aggravato dal fatto che l’Afghanistan sia un paese territorialmente molto più vasto e complesso dell’Iraq, più popoloso, socialmente assai più arretrato e frammentato, e privo d’ogni risorsa economica. Quest’ultimo punto è d’importanza capitale: in Afghanistan non si poteva pensare d’usufruire di strutture economiche e industriali locali, come accade in Iraq. Qui non esiste niente. La guerra afghano-pakistana, quindi, si vince o si perde in base a quanto vi s’investe in termini di energie finanziarie e umane. Tutte le discussioni fra gli organi governativi americani ed europei non portano a nulla se comunque sul campo mancano uomini, aiuti, mezzi.
Un secondo punto d’interesse del dossier è la consapevolezza che non occorra andare alla ricerca di strategie militari innovative perché il Pentagono è già sommerso da ogni possibile studio sugli scenari bellici. Non servono nuove idee, serve un nuovo coordinamento fra le strutture di comando, un nuovo assetto operativo e soprattutto una nuova lista delle priorità. Ciò significa budget seri, nuovi programmi d’impiego delle risorse, e definizioni chiare e trasparenti sugli investimenti finanziari e su chi li gestisce. L’assenza di trasparenza contabile negli organi preposti impedisce di comprendere dove si sbagli e chi sbaglia, al fine di porvi rimedio. Ne deriva un’importante conseguenza: gli Usa non devono eludere la Nato, il governo afghano o quello pakistano, ma non possono nemmeno illudersi di vincere questa guerra per interposta persona. L’intero comando delle operazioni belliche e civili, della sicurezza militare e della ricostruzione amministrativa del paese deve appartenere a un’unica autorità centrale Usa – CENTCOM –, sostenuta dai governi alleati, e in cui confluisca tutta l’attività di controllo delle truppe americane e alleate, dell’intelligence, degli apparati burocratici e giudiziari, delle imprese civili, delle organizzazioni umanitarie, e soprattutto dei fondi finanziari. Nell’attuale fase militare questo verticismo dirigistico è fondamentale per evitare, oltre al disordine operativo, lo sperpero del denaro e la corruzione. Tale coordinamento è a tutt’oggi mancato, ed è invece da sviluppare al massimo grado specie con le autorità afghane e pakistane.
Se la guerra in campo dev’essere vinta in prima persona dagli americani, come incentivare, di contro, l’alleanza coi governi afghani e pakistani, vitali per lo sforzo bellico? Con misure di sostegno finanziario e con vantaggi economici e materiali, congiunti però a precisi impegni dalle controparti nella partecipazione attiva al conflitto, il che significa fornire truppe da addestrare e dirigere direttamente sotto il comando Usa. Le incursioni aeree e gli attacchi dei droni sono essenziali per colpire il nemico ma non servono per governare il territorio; queste battaglie si combattono e si vincono a livello locale, ed è sempre più una guerra Pashtun, quindi oltre l’Afghan National Army occorre muovere il Pakistani National Army, le truppe del Frontier Corps e l’Afghan National Police. Il lungo processo di nation building non può infatti prendere le mosse sino a che non venga ripristinato il controllo di ogni vallata, di ogni tribù, di ogni governance locale.
Da qui si evince un altro errore commesso nella gestione militare afghana: nel 2001 ci si era posto l’obiettivo di aumentare l’esercito afghano a 50.000 unità. Nel 2002 l’obiettivo era stato portato a 70.000. Oggi si contano 80.000 militari afghani bilanciati etnicamente; cifra ancora totalmente sottodimensionata. Nel frattempo si è voluto incrementare l’arruolamento della Polizia nazionale, nei cui ranghi si sono ufficialmente rifugiati 82.000 uomini, ma la cui attività e capacità sono pericolosamente sospette. La strategia ha portato a non poter disporre di truppe sufficienti nelle azioni di combattimento e di controllo territoriale, mentre si è disperso un quantitativo enorme di risorse per unità di polizia inefficienti, scoordinate, inutilizzabili e corrotte. In un paese allo sbando e in preda all’anarchia come l’Afghanistan si deve disporre di esercito forte che possa intervenire efficacemente per mantenere la sicurezza e riportare il controllo dell’autorità centrale. Prima dell’Afghan National Police bisogna pertanto reclutare uomini per l’Afghan National Army; uomini che non si limitino a fingere di pattugliare le strade di città, ma che siano addestrati e pronti a combattere nei territori in mano al nemico. Lo Stato Maggiore Usa ha finalmente ammesso lo sbaglio e ora annuncia l’implemento dell’esercito da 85.000 a 162.100 unità entro il 2010.
In tutto questo, rimangono scoperti i ranghi civili per gli interventi di nation building, ed è proprio lì che gli Usa devono farsi carico, poiché, se per la sicurezza si può ricorrere all’addestramento e all’impiego di truppe locali e alleate in aggiunta a quelle americane, non si può invece prescindere dal personale specializzato e dalle imprese di provenienza americana per il colossale lavoro di ricostruzione e di riappacificazione da farsi nel paese, dall’urbanistica alla sanità, dall’agricoltura all’industria, dalle infrastrutture ai commerci, dai tribunali alle scuole.
