Caro Veca, per essere tutti uguali dobbiamo essere tutti meno liberi
31 Ottobre 2008
Nel chiaro e denso intervento sull’<autonomia delle persone> scritto per il volume collettivo Sinistra senza sinistra. Idee plurali per uscire dall’angolo (Ed. Feltrinelli), Salvatore Veca ripropone, ancora una volta, il classico tema del socialismo liberale: giustizia e libertà <simul stabunt, simul cadent>. Al solito vengono richiamati filosofi politici d’oltreoceano come John Rawls e Ronald Dworkin, ma in Italia, le stesse enunciazioni teoriche erano state avanzate, con ben altra sobrietà di linguaggio,molti decenni prima da pensatori come Guido Calogero o da scrittori impegnati come Ignazio Silone. Al di là delle fonti e dei <precursori>, però, quella di Veca, rimasto oggi il più eminente ideologo della sinistra, è una deontologia etico-politica che ha tutte le carte in regola col ‘socialismo’(democratico, beninteso) ma lascia non poco scoperto il fianco liberale. Vediamo di che si tratta con le sue parole:
<Le risposte coerenti con la nostra visione e la nostra convinzione di base sono queste. Primo non possiamo accettare che il destino delle persone sia dominato e plasmato da circostanze sociali, economiche, culturali e istituzionali che giacciono al di fuori della loro scelta e responsabilità |…| Secondo: la politica deve mirare con i suoi provvedimenti e le sue scelte pubbliche a ridurre, quando non ad azzerare, gli effetti pervasivi che sui piani di vita delle persone esercita la lotteria naturale e sociale. |…| Terzo: in agenda devono avere priorità i provvedimenti che generino uguaglianza delle opportunità per le persone avendo di mira la massimizzazione delle loro libertà e delle loro capacità di scegliere se stesse nel tempo>
Queste <regulae ad directionem ingenii> del liberalsocialista riposano su una ‘filosofia’ che così l’autore sintetizza:
<la politica deve mantenere la promessa fondamentale dell’eguale libertà delle persone, in quanto cittadini e cittadine considerati come agenti morali di pari dignità, mirando con i suoi provvedimenti a ridurre le diseguaglianze che il valore dell’eguale libertà ha per le persone. Il punto cruciale, da tenere bene in mente, è che il valore dell’eguale libertà di ciascuno di noi può essere maledettamente ineguale, e che ciò dipende dalla distribuzione ineguale ci cose e risorse e titoli e capacità che sono connessi al funzionamento delle istituzioni economiche e sociali, all’esercizio arbitrario di potere di persone su altre persone, alla lotteria della sorte e al mutevole portafoglio dei rischi>
Nel progetto del ‘nuovo
Questa delegittimazione (implicita) della destra, a ben riflettere, ha un rapporto non sempre consapevole con la debolezza del versante liberale della teorica in esame. Se si crede, infatti, che < che il destino delle persone sia dominato e plasmato da circostanze sociali, economiche, culturali e istituzionali che giacciono al di fuori della loro scelta e responsabilità> e che, quindi, nella politica e nell’economia, non ci siano realtà dure e immodificabili—sulle quali aveva a lungo riflettuto la grande cultura di destra, sia dei disprezzati reazionari alla de Maistre, sia dei conservatori alla Burke–, ma che tutti i mali del mondo dipendano da uomini in carne e ossa che hanno creato una società su misura per i detentori del privilegio, si potrà anche avere un atteggiamento di cautela per quanto riguarda l’intervento riformatore—non si può disfare il già fatto d’emblée ,senza versar sangue—ma si è obbligati ad assegnare alla ‘politica’ <la promessa fondamentale dell’eguale libertà delle persone>.
Certo, si obietterà, la ‘politica’ non identifica solo il locus dello Stato: ci sono i sindacati, i ‘movimenti’, i partiti, ci sono le petizioni, i cortei, le manifestazioni, ci sono i mass media, le fondazioni e le istituzioni educative, ci sono, soprattutto, le ‘autonomie locali’ etc. Il problema, però, in un’ottica liberale non riguarda la titolarità del potere—chi comanda– ma i suoi limiti—che cosa può ordinare chi comanda e che cosa no. Si tratta di stabilire, in altre parole, fino a che punto il mio bagaglio lockeano di diritti—vita, libertà, proprietà—possa venire manomesso in nome dell’<eguale libertà>, al fine di rimuovere <vincoli e interferenze e minacce che l’esercizio di potere sociale di alcuni genera arbitrariamente sul destino di altro>. Se il pluralismo non si limitasse ad assicurare a tutti, gruppi e individui, spazi di libertà sottratti alla sfera pubblica (‘erga omnes’), ma diventasse il sostituto del vecchio stato nella ridistribuzione più equa delle risorse sociali, non sarebbe meglio allora tornare all’antico, quando la ‘certezza del diritto’—ovvero del rispetto dei diritti e delle spettanze di ciascuno– non doveva fare i conti col ‘diritto mite’? (Perché dovrei preferire un tipo di scuola voluto dai sindacati, dopo lunghe ed estenuanti ‘trattative tra le parti’, a quello prefigurato da una legge parlamentare, ‘piovuta dall’alto’?)
La dignità, che sta giustamente a cuore a Veca, è un albero che affonda le sue radici sul terreno della libertà. <Libertà in tutto>, come scriveva Benjamin Constant, <libertà in religione, in filosofia, in letteratura, nell’industria, in politica e, per libertà intendo il trionfo dell’individualità, tanto sull’autorità che vorrebbe governare con sistemi dispotici, quanto sulle masse che rivendicano il diritto di asservire la minoranza alla maggioranza>. Per ricordare un esempio abusato, la libertà può essere quella del lupo di mangiarsi l’agnello, ma senza la libertà gli agnelli non potranno mai organizzare una valida difesa contro i lupi. Grazie alla libertà ci si può rendere meno ineguali ma se si vuole realizzare l’eguaglianza è difficile farlo senza manomettere, in qualche modo, la libertà. In altri termini, l’eguaglianza è più incompatibile con la libertà di quanto non lo sia la libertà con l’eguaglianza sicché, sempre in un’ottica liberale, i due termini non fanno un’endiadi. Come si diceva un tempo, la libertà è la mitica lancia che sana le ferite che essa stessa ha procurato.
C’è, però, un’accezione dell’eguaglianza di cui l’etica liberale non può disinteressarsi. Se per eguaglianza s’intende, infatti, l’impegno della collettività—non solo attraverso lo Stato ma, altresì, attraverso i settori della società civile più sensibili alle sofferenze altrui—ad assicurare un cibo e un tetto ad ogni essere umano, non possiamo non dirci tutti ‘egualitari’ (a cominciare, com’è noto, da Friedrich Hayek) ma se, per eguaglianza, s’intende il principio in base al quale, nella gara per il posto al sole, tutti i concorrenti debbono partire con le stesse chances ovvero con le stesse dotazioni, non ci si può arrestare a mezza strada e rimuovere le conseguenze alle quali porta la seconda accezione.
La storia e la natura, infatti, non conoscono l’eguaglianza ma una implacabile <lotteria della sorte>. E’ vero che <sono molti i volti dell’oppressione, rude o gentile, crudele o urbana> e che essi <riducono la gamma delle opzioni per le persone> ed <erodono la loro autonomia di agenti morali liberi ed eguali> ma chi e come assicurerà la <pari dignità di cittadinanza> facendo in modo che sulla linea di partenza non ci siano concorrenti avvantaggiati? Per risollevare le sorti degli uni è gioco forza togliere agli altri .Sennonché ,in tal caso, quali principi seguirà il Robin Hood liberalsocialista, allievo di Philip Pettit e di Salvatore Veca? Se non è un irrimediabile ‘buonista’, dovrebbe sapere che i diritti di prima e seconda generazione non sono sempre compatibili con quelli delle generazioni successive. Può essere (ed è) giusto limitare la mia libertà d’imprenditore obbligandomi a ‘mettere in regola’ i miei dipendenti ma la norma potrebbe comportare tali costi da indurmi a chiudere bottega e burattini. Può essere giusto far gravare sulle successioni un’imposta che, in sostanza, fa della pubblica amministrazione un coerede del de cuius (il liberale John Stuart Mill, del resto, non riconosceva il diritto ereditario) ma è innegabile che quell’imposta restringa sensibilmente il diritto di proprietà che comprende la libera disponibilità dei propri beni. Sono molti i casi dell’esistenza collettiva in cui non si può fare la frittata del ‘Welfare State’ senza rompere le uova dei diritti individuali. Forse è inevitabile ma rende, per lo meno, dubbia l’equazione <socialismo è libertà>. Nella ‘società aperta’,una qualche dose di socialismo può rendersi opportuna, se non altro per motivi di ordine pubblico, ma guardiamoci bene dalla retorica di mettere sullo stesso piano il dolce della libertà con l’amaro della medicina sociale.
