Non è obbligatorio essere liberali  ma è inutile fare finta

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Non è obbligatorio essere liberali ma è inutile fare finta

Non è obbligatorio essere liberali  ma è inutile fare finta

22 Novembre 2008

 

Tra la Scilli dei teo-con e la Cariddi del laicismo duro e puro, rischia di annegare quel poco di liberalismo che sembrava finalmente metter piede anche nel nostro paese. E’ duro pensare che la scelta ormai debba avvenire tra Piergiorgio Odifreddi e Monsignor Rino Fisichella ovvero tra una scienza degradata a scientismo e una fede che vuole ricostruire l’etica sulla verità. Ma è più penoso dover ricordare ad amici e colleghi più anziani e prestigiosi che cosa abbia rappresentato, nella storia dell’Occidente, la ‘buona novella’ del liberalismo. Ancora qualche settimana fa, si è potuto leggere su un quotidiano come ‘La Stampa’ che <anni e anni di individualismo, edonismo, nichilismo, relativismo e utilitarismo> hanno preparato il terreno a sentenze ispirate al principio che <il bene è senza fondamento> e <i giudizi di valore sono soggettivi>. Se fosse realmente così, ci sarebbe di che rallegrarsi giacché, alle origini del liberalismo moderno, sta proprio la denuncia della <fallacia naturalistica> ovvero la legge di David Hume (sostenitore, tra l’altro, del diritto al suicidio), in base alla quale un conto è stabilire se qualcosa è vero o falso—ciò che compete alla scienza—un conto ben diverso è stabilire se qualcosa è valido o non valido, se ,in altre parole, è buono o cattivo, bello o brutto—ciò che compete alla morale, alla religione, all’estetica etc.

 Non siamo (più) d’accordo con la ‘grande divisione’? Riteniamo che non abbia più senso distinguere tra la legge come descrizione e la legge come prescrizione? Dobbiamo ritornare al cosmo ordinato del Divino Poeta e ripensare il significato profondo dei versi (peraltro bellissimi) del primo canto del‘Paradiso’? Rileggiamoli: <Le cose tutte quante /Hanno ordine tra loro, e questo è forma/ Che l’universo a Dio fa simigliante./ Qui veggion l’alte creature l’orma/ De l’eterno valore, il quale è fine/ Al quale è fatta la toccata norma./ Ne l’ordine ch’io dico sono accline/ Tutte nature, per diverse sorti,/ più al principio loro e men vicine;/ onde si muovono a diversi porti/ per lo gran mar de l’essere, e ciascuna / con istinto a lei dato che la porti./ Questi ne porta il foco inver la luna;/ questi ne’ cuor mortali è permotore;/ questi la terra in sé stringe e aduna:/ né pur le creature che son fore/ d’intelligenza quest’arco saetta,/ ma quelle c’hanno intelletto ed amore>. La natura e la cultura, la città dell’uomo e quella di Dio, l’etica e la fisica, per Dante, come per gli Antichi e per gli uomini dell’età di mezzo, erano soggette alle stesse norme: tutto aveva misura e fondamento sicché l’<arte della separazione>, che accomuna personalità filosofiche tanto diverse come Benedetto Croce (v. la teoria dei distinti) e Michael Walzer, sarebbe parsa allora una bestemmia contro il creato. In cosa è consistita la ‘rivoluzione liberale’—quella vera, non quella ingannevole dell’ingenuo Piero Gobetti e dei suoi meno ingenui eredi—se non nella ‘privatizzazione’ delle credenze e nella loro sottrazione alla competenza dell’Inquisitore? Da quando lo spirito della modernità è diventato senso comune, il fatto di essere cattolici o protestanti, religiosi o miscredenti, non ha più scatenato guerre di religione, non ha più acceso  roghi, né seminato paure.

 Sennonché, ad essere equanimi,ci sono due dati strutturali che  spiegano, in qualche modo, le nostalgie tradizionaliste e la fuoruscita dal liberalismo di quanti hanno ripreso a parlare, forse senza avvedersene, la lingua di Joseph de Maistre o di Augusto Del Noce (pensatori che, a scanso di equivoci, reputo grandissimi).

 Il primo è costituito dalla circostanza ,decisiva, che la ricordata privatizzazione della morale—della religione etc.—operata dal liberalismo avvenne in un contesto storico e culturale che faceva della ‘società civile’ la colonna portante del mondo umano. Tenere l’etica ‘fuori della porta’ non significava affatto ridimensionarne la rilevanza spirituale, ridurla a un insieme di ‘gusti’ sui quali porre il marchio del <non est disputandum> ma solo prendere atto che, per quanto morale e religione fossero produttrici di senso e di identità, in virtù del disaccordo sostanziale sui principi ormai regnante nel loro ambito, non si poteva pretendere di imporre a tutti il credo e i doveri <di alcuni>. Se non c’è ‘diritto naturale’—derivato appunto dalla morale—perché non c’è consenso sui modelli di vita buona , non resta che accordarsi sulla tolleranza e sul rispetto delle ‘dissenting opinions’. E’ forse superfluo avvertire che la pluralità dei codici non   rende questi ultimi meno ‘seri’ e vincolanti per quanti si attengono ad essi e che solo gli animi incerti—portati a murare i loro dubbi col cemento del dogma—possono ritenere leggeri e inconsistenti catechismi e riti qualora non siano condivisi (o piuttosto non imposti) dall’intera collettività—nel qual caso ,a loro parere, verrebbero retrocessi a ‘folklore’.

  Il secondo dato strutturale alla base del liberalismo classico è rappresentato dalla limitata estensione della sfera pubblica o meglio dal confinamento della politica—e quindi della legislazione che produce norme ‘erga omnes’—in spazi assai ristretti se non nei soli punti di intersezione del traffico sociale. Nessuno pensava che la produzione di leggi—oggi, de facto decuplicata dal potere di interpretazione riconosciuto agli organi giudiziari–avrebbe superato il capo dei centocinquantamila articoli e che gli individui, le classi, i gruppi, le chiese, le sette, i partiti, le società di commercio sarebbero stati avvolti da un reticolo di comandi e di divieti tanto ampio da ridurre   la ‘privacy’ a ben poca cosa.

 Quando lo stato può tutto, al di fuori di esso rimangono soltanto il ‘secondario e l’ininfluente. Ne deriva che quanti hanno interiorizzato i valori tramandati dalla famiglia e dalla tradizione si rifiutano di essere un pezzo dell’universo pluralistico– rispettati a parole ma, nelle questioni cruciali, messi da parte, non essendo in linea con lo <spirito del tempo>. Finché la dimensione politico-giudiziaria non era decisiva ma stava lì, accanto ad altre dimensioni  egualmente—se non più importanti—, la divisa ‘libera Chiesa in libero Stato’ poteva essere accettata anche da un cattolico conservatore (purché non ostile, in via di  principio, a una moderata secolarizzazione liberale). E’ quando governo, parlamento, magistratura, in difesa delle varie generazioni dei diritti e al fine di garantire la ‘protezione sociale’, hanno cominciato a mettere il naso dappertutto, a legiferare in ogni materia, a sostenere attivamente cinema e teatro, giornali e case editrici, attività sportive e ricreative che si è cominciata ad avvertire, in maniera bruciante, l’irrilevanza di un’etica di gruppo relegata nella privacy. E’ vero che tutti—comprese le scuole cattoliche—hanno potuto attingere a piene mani alla greppia prodiga del Welfare State ma i benefici scontati (de facto e non de jure) non hanno fatto venir meno l’incertezza e la nevrosi indotte dal  ritrovarsi in fila tra tanti.

 Per quanto, a prima vista, il nesso possa sembrare paradossale, è lo statalismo che, tra gli altri mali, sembra aver rimesso all’o.d.g. le guerre di religione. Se ci si pone nell’ottica liberale, la proposta di legge che impedisce al padre di Eluana di staccare la spina sta sullo stesso piano dell’accoglimento di tutte le rivendicazioni dei gay spagnoli da parte del governo di Zapatero. In entrambi casi, per citare l’amico Pera, <il sentimento di alcuni> si traduce <in un diritto di tutti>: la filosofia morale di una parte consistente della società civile diventa—o si chiede che diventi—legge dello Stato ossia che sulla sua violazione si proietti l’ombra dei tribunali .

 Come venir fuori da questo malinconico—e sinceramente inaspettato– tramonto del liberalismo? E’ difficile dirlo in una società, come la nostra, posta ormai sotto il segno del dubbio e del <quid est veritas?>. Forse bisognerebbe rifare a ritroso l’antica strada maestra che si riteneva un passaggio obbligato per tutti, a prescindere dalle loro ideologie. In quella strada abbondavano le segnalazioni che mettevano in guardia i passanti dal ritenersi i soli ‘unti dal Signore’, li diffidavano dallo squalificare moralmente quanti la pensavano in maniera diversa dalla loro, ricordavano ad essi che nelle questioni di coscienza siamo tutti ‘in buona fede’, e  , soprattutto, che ci si doveva guardare dalla tentazione di mettere in bocca agli avversari la caricatura (maldestra) del loro pensiero. E’ proprio vero, ad esempio, che i cultori della <bioetica utilitaristica> (espressione generica che comprende tutti i bioeticisti non cattolici) sostengono che <è bene ciò che fa bene a me (singolo o gruppo), ciò che considero utile per me sulla base della mia autonoma e insindacabile decisione)?>.In realtà, a prescindere dall’ovvia considerazione che la libera adesione della coscienza è richiesta da ogni morale genuina (immanente o trascendente che sia), come si fa a negare che il conflitto in corso tra laici e cattolici, in tema di bioetica, non oppone un valore universale a una libido egoistica e narcisistica ma due diversi valori—la <sacralità della vita>, da un lato, e la qualità, la ‘dignità’ della vita dall’altro—che rivendicano entrambi una valenza etica che va al di là  delle passioni e delle strumentalizzazioni del presente?

 Siamo ritornati al punto di dover convincere il nostro prossimo, credente e praticante, che accanto alla morale di Bossuet c’è quella di Voltaire, accanto alla morale di Rosmini c’è quella di Cattaneo, accanto alla morale di John Henry Newman c’è quella di Jeremy Bentham?<Il senso del sacro, dell’invalicabile, del proibito del dovere oltre i propri comodi> può trovarsi, nelle infinite forme che può assumere l’umano, a destra e a sinistra, tra i conservatori e tra i progressisti, tra gli agnostici come Croce—che sapevano anch’essi che una messa può valere più di Parigi perché <è affare di coscienza>–e i credenti come Sturzo, che la loro fede cattolica traducevano in coerente teorica liberale. E come può scandalizzarsi del principio che <nessuno può sindacare il comportamento di un altro> il cristiano, che dovrebbe rammentare, almeno sette volte al giorno, il <nolite iudicare>?

 Non vorrei essere frainteso: non solo per me la morale di Voltaire non è <più vera> di quella di Bossuet—come credono gli acchiappafantasmi della ‘superstizione’ che trovano nelle Hack e negli Odifreddi le loro bandiere—ma non ritengo affatto una ‘colpa’ l’abbandono dei lidi liberali per altre più appaganti avventure dello spirito. Per il sociologo liberale Georg Simmel <l’uomo è un animale che distingue> e lo spaccare il classico capello in quattro, come si sa, configura se non il cacadubbi per lo meno chi non se la sente di imporre agli altri ,per legge, i suoi <veri morali> e affida i ‘dilemmi tragici’, ai singoli individui, di cui non ignora l’intima sofferenza. So bene che questo tipo umano non è fatto per piacere a tutti. E del resto, chi ha mai detto che gli scritti di John Locke o di Thomas Jefferson debbono costituire il breviario spirituale di ciascuno di noi?

 L’essenziale, però, è che si chiamino le cose col loro nome e che non si pretenda di eseguire musica tradizionalista nella vecchia casa liberale. Giulio Tremonti, che ha denunciato, con parole che sembravano uscite dalla penna del visconte de Bonald, <l’illusione che il singolo possa sempre e sempre più solo discernere il bene dal male senza l’aiuto della morale, della tradizione>, Giuliano Ferrara, che ha sempre rifiutato l’etichetta liberale, meritano, per la loro sincerità, il massimo rispetto. Personalmente, li rispetterei anche se non condividessi con loro un bel po’ di avversari