Veltroni fa l’americano ma imitare non fa rima con innovare
06 Novembre 2008
L’America ha scelto. Votando per Obama ha scritto una pagina storica per il paese. Obama è il primo presidente nero ma è anche tante altre cose: è giovane, è l’incarnazione di una politica dell’alternanza che contraddistingue la democrazia statunitense. E’ anche il depositario di una quantità enorme di speranze. Non rappresenta solo il dopo Bush – il presidente dell’attacco alle Torri gemelle e della reazione che lo ha reso uno dei più impopolari uomini politici nella storia degli Stati Uniti. Obama impersona anche la speranza di un paese in crisi, piegato da una lunga guerra e dal crollo del sistema finanziario che si sta trascinando dietro l’economia mondiale. Ecco perché, più che in altri tempi, è il mondo intero a guardare alla stagione che si è appena aperta: l’America è il motore del mondo, che piaccia o no, e questo motore inceppato spaventa tutti.
Oggi c’è molto entusiasmo, perché ciò che è nuovo si proietta per sua natura nel futuro. E’ un momento costruttivo, ma non facile. Obama ha di fronte un compito arduo perché le aspettative su di lui sono altissime, tanto da spingerlo a dichiarare, con una battuta scherzosa ma eloquente, "non sono nato in una mangiatoia". E’ innegabile che ovunque si stia respirando molta fiducia: guai se così non fosse. Obama rappresenta la speranza, il recupero del miracolo americano che sembrava offuscato, la capacità di riscatto per chiunque.
Anche in Italia la vittoria del nuovo presidente è stata salutata con sincero apprezzamento e con la certezza che Obama saprà garantire la continuità nel rapporto che ha sempre legato i nostri paesi. Il Presidente del Consiglio Berlusconi lo ha dichiarato pubblicamente, mentre al tempo stesso si registra quello che era praticamente scontato: lo stucchevole atteggiamento dei leader del PD che identificano la vittoria di Obama (e il consenso italiano nei suoi confronti) come un diretto riconoscimento della linea politica di Veltroni. La stessa campagna elettorale di Veltroni è stata un’evidente imitazione di quella del candidato democratico americano, al punto da far pensare quasi a un suo scimmiottamento. Queste forzature potrebbero rivelarsi controproducenti per il centro-sinistra italiano che è molto lontano da ciò che rappresenta Obama, per una lunga serie di motivi.
Il primo è il più eclatante: Obama ha vinto, Veltroni no. C’è poi una genesi diametralmente opposta tra le due correnti politiche, perché è la storia della politica dei due paesi ad aver percorso strade diverse. Tra il partito Repubblicano e quello Democratico ci sono confini labili, l’elettorato e gli stessi rappresentanti hanno posizioni trasversali: la concezione della politica e quella dell’etica sono svincolate da ideologie paralizzanti. Il mondo si trasforma e il cambiamento predicato dal Partito Democratico in Italia non sembra rispondere al requisito di “evoluzione” bensì di “imitazione” che, in quanto tale, non ha né durata né credibilità, perché al PD manca quel presupposto liberale che è alla radice del partito democratico americano.
Ecco perché, oggi, fanno sorridere i trionfalismi di chi vede in Obama la fine del neoliberismo e dell’unilateralismo americano. Il primo è un processo economico che il nuovo presidente non ha mai dichiarato di voler intraprendere. Quanto al secondo è difficile immaginare una politica estera che rompa bruscamente con quella del governo precedente. Non è mai successo nella storia statunitense e qualsiasi previsione sarebbe comunque azzardata, per la difficoltà di programmazione insita nella stessa politica estera, strettamente legata al succedersi degli eventi.
Quindi non sprechiamo energie in inutili e improbabili parallelismi. Prendiamo piuttosto ad esempio la capacità tutta statunitense di entusiasmarsi, di rimboccarsi le maniche e di voltare pagina. Di sognare. Certo, è un atteggiamento tipico della giovinezza, e l’America è un paese giovane, ma è vero anche che l’Italia appartiene al vecchio continente, e proprio per questo dispone della saggezza indispensabile per interpretare e cogliere il cambiamento nel modo più onesto e produttivo.
Francesco Casoli è senatore del Popolo della Libertà
