La proposta della Merkel può favorire il dialogo per fronteggiare la crisi
24 Dicembre 2008
Grazie Merkel! Ma noi abbiamo già dato. La proposta della settimana corta non è una novità – come sembrerebbe, ad assistere al dibattito che la proposta stessa ha suscitato da noi – dal momento che esistono, nella giungla degli ammortizzatori sociali, strumenti in grado di rispondere alle esigenze che sono alla base dell’idea del Cancelliere. La Cassa integrazione guadagni, tanto nella versione ordinaria quanto in quella straordinaria, già interviene ad integrare il reddito in caso di sospensione dal lavoro, mentre i contratti di solidarietà consentono di ridurre l’orario e il salario di tutta la collettività dei lavoratori a cui si applica, allo scopo di evitare riduzioni di personale. E’ positivo, comunque, che l’effetto mediatico della proposta abbia determinato una disponibilità al confronto tra Governo e parti sociali. Del resto, il ministro Sacconi sta lavorando da tempo ad una strategia di potenziamento degli ammortizzatori sociali che punta ad integrare l’intervento dello Stato con l’apporto ‘privato-collettivo’ proveniente dagli enti bilaterali. Questa è la logica contenuta nel dl n. 185 (il decreto anticrisi): la prestazione economica a sostegno del reddito, di mano pubblica, è subordinata ad un’erogazione a carico dell’ente bilaterale.
Il ministro, poi, sta cercando di realizzare un’intesa con le Regioni che consenta di impiegare parte delle risorse del Fondo sociale europeo nel finanziamento degli ammortizzatori sociali, anche in questo caso sulla base di una integrazione tra le due prestazioni, a carico, reciprocamente, dello Stato e della Regione. Ecco perché la proposta Merkel cade come il cacio sui maccheroni. Anche se non è tale da fornire soluzioni pratiche, può fare da catalizzatore sul piano politico, purché le parti sociali e il Governo ne approfittino per incontrarsi e costruire un clima di collaborazione rivolto a fronteggiare la crisi (la cui presunta drammaticità è tutta da dimostrare, se osserviamo con attenzione gli stili di vita non troppo austeri di queste festività).
I media negli ultimi giorni hanno fortemente sottolineato la disponibilità della Cgil (i grandi quotidiani, quando c’è di mezzo la Confederazione di Epifani sono sempre pronti a scambiare un educato starnuto per un tuono fragoroso). Valutazioni entusiaste sono venute dal Prc. Che dire allora? Timeo danaos et dona ferentes. In sostanza: attenti alle furbizie (quelle di Epifani e dei suoi, per intenderci). Traspare dalle opinioni espresse dalle componenti sindacali e partitiche della sinistra un approccio al problema di carattere rigido, come se si trattasse di imporre, magari per legge, una riduzione generalizzata della settimana lavorativa allo scopo di salvaguardare comunque i livelli d’occupazione. In pratica, una riscoperta del “lavorare meno, lavorare tutti”, accompagnata – bontà loro – da una riduzione della retribuzione (compensata però dagli ammortizzatori sociali) e da un sostanziale blocco dei licenziamenti. Si determinerebbe, in questo modo, una sorta di imponibile di manodopera che ingesserebbe le aziende e l’economia.
Ecco perché è bene attendersi un’intesa di principi tra Governo e parti sociali, da adattare con tanta flessibilità alle situazioni concrete. In taluni casi si farà ricorso alla cassa integrazione, in altri ai contratti di solidarietà, in altri ancora a licenziamenti collettivi, se essi serviranno a rimettere in sesto le imprese. L’importante sarà che tutti gli strumenti disponibili concorrano a limitare i danni e a contenere gli effetti sociali della crisi. Ma la linea della “fabbrica affollata” non ha mai risolto i problemi.
