Tra Massimo e Walter è tregua ma al Pd non basta

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Tra Massimo e Walter è tregua ma al Pd non basta

05 Dicembre 2008

La giornata di ieri, con l’intervista di Veltroni a Repubblica e l’immediata risposta radiofonica di D’Alema, segna forse qualcosa di più permanente e sostanziale del solito ping-pong mediatico degli ultimi mesi. E a riprova di questa impressione c’è l’epilogo dello scontro tra Riccardo Villari e il suo ex partito.

Ma partiamo dall’inizio. Il segretario del Pd ha concesso a Repubblica un’intervista a lungo meditata e fatta precedere da una fitta azione preventiva sui suoi destinatari finali. Veltroni con quell’intervista ha battuto metaforicamente i pugni sul tavolo e ha detto ai suoi molti nemici: se volete la mia testa io sono pronto a darvela anche subito. Sapendo bene però che per molti di costoro “subito” è troppo presto. La data del 19 dicembre, giorno in cui è convocata la direzione del partito, è alle porte e uno show-down così ravvicinato non conviene davvero a nessuno. Veltroni ha dunque avuto buon gioco nel porre le sue condizioni: o venite allo scoperto subito o mi date tempo e mi lasciate giocare la mia partita fino in fondo. “Non conosco altro partito al mondo – ha detto Veltroni con qualche ragione – nel quale ci sia una tale bulimia nei confronti del leader”.

La risposta che a stretto giro Massimo D’Alema ha fatto pervenire via radio dimostra che la mossa di Veltroni ha avuto successo. “Se non volessi Veltroni glielo andrei a dire”, si è affrettato a chiarire l’ex ministro degli Esteri, con una formula non priva di una certa minacciosa arroganza. Ma a Veltroni questo è bastato: D’Alema in sostanza ha accettato le sue condizioni, gli ha dato tempo per giocare la sua partita, riservandosi di comunicargli il “ben servito” a data da destinarsi.

La tregua comunque appare siglata: gli sherpa di entrambi gli schieramenti si sono subito messi in moto per stabilire le coordinate del nuovo patto. Il 19 in direzione non ci sarà nessuna conta, il congresso anticipato – che nessuno ha mai voluto ma veniva brandito come una minaccia – è stato tolto di mezzo e Veltroni ha ora un po’ più di tempo davanti a sé per dimostrare che la sua linea funziona.

L’effetto si è subito sentito anche sui gruppi parlamentari. Deve essere questo il motivo per cui Villari, che aveva presentato ricorso contro la sua espulsione dal Pd, dopo aver esposto una memoria molto dura, ha deciso di ritirare il ricorso. “Non voglio spaccare il gruppo”, ha spiegato, anche se il motivo è più probabilmente quello opposto. Villari ha capito che il gruppo non si sarebbe spaccato, che le possibili defezioni dalemiane erano rientrare e che lui si sarebbe ritrovato con un ricorso respinto all’unanimità e senza neppure un "pizzino" di consolazione.

Ovviamente la tregua tra Veltroni e D’Alema – che pure occupava quasi tutto il proscenio mediatico – non esaurisce tutti i problemi del Pd.

La copertina dell’Espresso di questa settimana – “Compagni Spa” – mostra come la cosiddetta “questione morale” del Pd non sia più confinata nei giornali avversari ma invade anche quelli “di famiglia”. Veltroni dovrà affrontare di petto questo tema se non vuole che Di Pietro divenga molto presto l’unica voce legittima dell’opposizione. Non si tratta di autoassolversi o di minimizzare, ma di reagire in nome della politica contro la demonizzazione indiscriminata della classe politica e gli interessi di casta della Magistratura. Proprio quello che i leader della prima Repubblica non furono in grado di fare e per questo vennero spazzati via.

Sanati (pro tempore) i rapporti tra gli ex Ds, restano invece aperti tutti i nodi con i cattolici del Pd. Non è difficile prevedere che tra i motivi di preoccupazione di Veltroni, scenderà di qualche posizione D’Alema ma ne guadagnerà parecchie Francesco Rutelli. L’intransigenza dell’ex capo della Margherita sulla questione dei rapporti con il Pse in Europa non sembra destinata a retrocedere grazie ad artifici linguistici o procedurali. Messo alle strette Rutelli potrebbe fare le valigie e sottrarre al Pd uno dei suoi due pilastri. Non è un problema da poco, anche perché la proverbiale creatività italiana per i compromessi trova a Bruxelles un argine piuttosto solido.

C’è infine il problema più grave che Veltroni ha nel Pd: Veltroni stesso. Il segretario avrebbe tutto l’interesse in questo momento a trovare una sponda con Berlusconi. A cominciare da due capitoli di comune interesse: l’assetto della Rai, ora congelato dalla vicenda Villari, e la riforma della legge elettorale per le Europee. Ma Veltroni è paralizzato da se stesso, dalla sua irresolutezza, dallo spauracchio dell’inciucio, dai suoi “ma anche”. Così le trattative vanno avanti ma senza alcun costrutto e senza risultati.

Veltroni insomma ha vinto una partita interna, ma non ha molte carte nel suo mazzo. La prossima volta che si troverà a dire: “Chi vuole un nuovo leader si faccia avanti”, potrebbe sentirsi rispondere: “Eccomi”.