C’è bisogno di un nuovo Gandhi a Teheran
30 Dicembre 2008
Il primo libro di cui ci occupiamo è un pamphlet opera di uno studioso iraniano, Ramin Jahanbegloo: Leggere Gandhi a Teheran. Il titolo è suggestivo, perché evoca un’immagine felice e definisce una sorta di programma minimo di civiltà. Portare nel cuore della dittatura islamista una parola di tolleranza e di comprensione per le ragioni dell’altro. Inutile dire che però essa non corrisponde alla realtà fattuale. Il coraggioso autore del pamphlet, infatti, vive e lavora in Canada, dopo arresti e persecuzioni nel paese natio.
Nel leggere un saggio come questo occorre saper valorizzarne gli aspetti positivi. Inutile soffermarsi sulle incertezze, i distinguo, le false equidistanze che lo percorrono. Alcune critiche rivolte all’America e alla politica americana ci sono parse ingiuste, così come non ci ha convinto la denuncia di una scarsa conoscenza dell’islam da parte del mondo occidentale. Pure, si tratta di atteggiamenti comprensibili e in qualche modo immanenti alla condizione di un osservatore che, provenendo da un diverso orizzonte culturale, compie uno sforzo di comprensione e di adeguamento a una realtà molto diversa. Occorre invece valorizzare quello che conta. E quello che conta è tanto, tantissimo, una ripulsa netta della violenza. Una critica esplicita nei confronti dell’intolleranza e della sopraffazione.
Jahanbegloo dice a chiare lettere che nel mondo islamico è prevalsa fin troppo spesso un’interpretazione soffocante e fanatica della religione. Rivendica invece la possibilità di un islam aperto e pluralista, che si riallacci all’epoca migliore, l’esperienza andalusa. Cioè quella dell’impero dei mori musulmani tra l’VIII e l’XI secolo, capace di far convivere pacificamente diverse fedi religiose. Pure, lo scrittore iraniano non si limita ad evocare un precedente lontano, oramai sbiadito dai molti sviluppi successivi, ma addita un esempio molto più vicino nel tempo. Il richiamo a Gandhi, infatti, serve a ricordare che nella scia del Mahatma ci furono importanti personalità dell’India musulmana, quali Abdul "Maulana" Azad e Ghaffar Khan. Né si trattò di figure isolate. Se Azad era soprattutto un intellettuale, Khan aveva un seguito di massa. Nella provincia della Frontiera nord occidentale fondò il movimento dei "Servi di Dio", composto di musulmani, che partecipò con scrupolosa osservanza dei precetti non violenti alle campagne di disobbedienza civile promosse da Gandhi.
Alla lettura del libro dello studioso iraniano si può assortire quella di un classico della storiografia. Da poco è stata ripubblicata, in una scorrevole traduzione,
L’opera storica di Voltaire è attraversata da una duplice e divergente pulsione. Da un lato c’è l’esigenza d’intendere il passato con senso critico, vagliando le testimonianze alla luce della retta ragione. Una propensione verso la storiografia scientifica come l’intendiamo oggi. Dall’altro lato sta una pulsione militante. La convinzione, cioè, che lo storico debba svolgere un’opera di edificazione civile, denunciando impietosamente la barbarie e la superstizione. Su questo secondo versante lo spirito militante fa premio largamente sull’esigenza di obiettività. Tuttavia questi due caratteri non sono facilmente separabili e la loro compresenza è parte del fascino che la storiografia volterriana continua a esercitare. Una conferma di questo assunto la troviamo anche nel testo che qui segnaliamo.
Appare evidente che la scelta editoriale di ristampare questo scritto è motivata da ragioni di attualità; riproporre un momento cardine del confronto da cristianità e islam visto da uno scrittore celebre. Tuttavia i terzomondisti che leggeranno il testo per cercarvi un antesignano illustre ai tanti accusatori delle presunte colpe storiche dell’occidente resteranno delusi. Voltaire ha certamente un’intenzione polemica ma questa s’indirizza anzitutto contro l’assurdità delle guerre di conquista. Inoltre, la polemica mantiene il senso delle proporzioni. Vengono denunciate, certo, le atrocità commesse dai crociati nei luoghi santi, ma non si tacciono quelle dei musulmani. Semmai si sottolinea il paradosso che le crociate hanno avuto come unico risultato la morte di oltre due milioni di cristiani.
In conclusione la lettura dei due libri suggerisce una riflessione convergente. La ragionata denuncia di Jahanbegloo ci fa capire che anche dall’interno del mondo musulmano si avverte l’esigenza di "debellare la piaga culturale del fondamentalismo", ispirandosi a chi ha saputo vivere in modo non intollerante l’islam. Dalle pagine di Voltaire impariamo che la critica anche spietata di avvenimenti storici non deve significare un’abdicazione ai valori fondanti della civiltà, ma può servire a renderli più saldi.
