Finalmente un film italiano “come Dio comanda”
02 Gennaio 2009
di Paola Vitali
Il film potrà anche essere una sorta di sintesi di dramma shakespeariano, come in diverse occasioni ha spiegato Gabriele Salvatores, dove il re padre, il giovane principe e il “fool” si dibattono in una favola tormentata, e c’è un prima, un durante che si svolge in un bosco in una notte tempestosa, e un dopo. Ma questo "Come Dio Comanda" è soprattutto un pugno nello stomaco tirato senza pietà, con tecnica magistrale e immagini straordinarie, e fortunatamente con poche velleità di analisi sociologica e moralismi sparsi.
Il film con il quale il regista continua il fortunato sodalizio con Niccolò Ammaniti, co-sceneggiando con lui il romanzo torrenziale e controverso che allo scrittore romano lo scorso anno valse il Premio Strega, ancora una volta racconta di padri e figli, come nel precedente Io non ho paura. A quella storia di infanzia derubata della fiducia negli adulti sotto il sole accecante del Sud, contrappone un Fiuli Venezia Giulia cupo, ostile e per niente placido come ci si potrebbe figurare il Nord-Est, dove degli adulti si è costretti a fidarsi malgrado tutto e una pioggia senza tregua non lava le colpe di nessuno, ma schiaccia e condanna.
A parte l’inizio fulminante tal quale quello del libro, del romanzo spogliato degli altri personaggi resta soltanto l’asse centrale, quel nucleo familiare sui generis composto dal lavoratore precario violento, alcolizzato e xenofobo Rino Zena, un Filippo Timi in assoluto stato di grazia, il figlio adolescente Cristiano in sua totale soggezione, schiacciato da questo unico genitore debordante, e il povero operaio Quattro Formaggi (un Elio Germano sempre bravo ma forse convintosi a tal punto di esserlo da sovraccaricare la recitazione di leziosità), che un incidente sul lavoro ha trasformato in un ritardato e che si è creato un suo mondo fanciullesco e ossessivo. I tre vivono letteralmente ai margini di un’Italia del Nord che là fuori si immagina ricca e produttiva; in case sgarrupate mal riscaldate, sporche, al limite del barbonismo, con solo un impotente operatore sociale a interessarsi ai loro destini. Rino riversa sul figlio quattordicenne tutto un guazzabuglio di convinzioni ideologiche, razzismi e vitalismo scatenato, vorrebbe proteggerlo dal mondo che lui non è riuscito a domare insegnandogli come prenderlo con la forza, e il ragazzo prova disperatamente, con sofferenza, ad assecondare questo padre che ama tanto quanto il genitore ama lui, in maniera assoluta e solidissima.
Del romanzo è rimasto il registro sempre in bilico fra tragico e grottesco che è poi la cifra originale di Ammaniti, quel senso di ineluttabilità del male contro cui non è possibile alcunché, e il desiderio di scavare nella relazione complessa fra padri e figli, vittime di un mondo senza direzione. Un mondo di cui anche nel finale assolutorio non è chiara la possibilità di redenzione, mentre chiaro pare il disperato bisogno di amore che domina anche la più perduta delle anime.
Allo spettatore è lasciata in ogni momento la libertà di documentare col proprio sguardo situazioni che il regista si guarda bene dal presentare come giuste o sbagliate. Questo però è anche il motivo per cui per queste figure è difficile provare sentimenti di empatia o di identificazione, tranne la tenerezza e lo sconforto ispirati dal ragazzino costretto a farsi carico degli esiti e dei misteri della tragedia irreparabile al centro del racconto.
Una vicenda che occupa circa mezz’ora di pellicola, ma che nel bosco di cui si diceva, tra pioggia a dirotto, fango, oscurità e carni e sangue è girata con tanta maestria da non far calare l’adrenalina del pubblico neanche per un attimo e da far sentire addosso tanto disagio fisico e tanta fatalità.
Il film è un prodotto curioso per il cinema italiano, pieno di vitalità a dispetto del mondo senza speranza che presenta, e dimostra la piena maturità raggiunta da Salvatores. Non ci tiene a dare troppe spiegazioni, e nei pochi momenti in cui ne dà, affidando ai dialoghi qualche frase fatta di quelle pronunciate quotidianamente dalla “gente”, non riesce a trasmettere l’eventuale sarcasmo, e consegna soltanto alcune sequenze più scontate se non pleonastiche, che nel quadro generale del dramma finiscono per essere rapidamente dimenticate.
Ma per la scelta della storia e per l’uso che fa dei personaggi Salvatores dimostra di potersi cimentare anche con materiale umano più complesso di quanto abbia fatto finora, e se la scelta è quella di continuare a riprendere soggetti altrui, di poter guardare a storie anche più lontane dai nostri piccoli confini.
