Obama salva GM ma in economia non potrà fare sempre il Democratico
21 Novembre 2008
Non ha nemmeno avuto il tempo di godersi la vittoria elettorale, Barack Obama, che deve già affrontare uno dei periodi peggiori per l’economia statunitense dal secondo dopoguerra ad oggi. Con una recessione globale ormai de facto, come ha sancito anche l’ultimo World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale, ci si domanda quali siano le misure più consone per contrastare gli effetti della crisi finanziaria sull’economia reale.
Gli Stati Uniti stanno vivendo una notevole restrizione occupazionale, causata in primis dalle difficoltà del mercato automotive, ma non solo. General Motors ha appena deciso di cedere la sua quota di Suzuki, pari al 3%, alla stessa casa giapponese, mentre sono oltre 5500 i licenziamenti all’orizzonte. Ma quello che finanziariamente fa scalpore sono le perdite per 2,5 miliardi di dollari nel terzo trimestre 2008 ed il pesante fardello del deficit del proprio fondo pensione, che ha chiuso il 2007 con un rosso di 39 miliardi di dollari. Anche Citigroup, il colosso newyorkese dei servizi finanziari, è in netta difficoltà: il taglio del 14% del proprio organico, circa 50mila occupati, è solo la punta di un iceberg che rischia di essere ben più profondo del previsto. A questo quadro ben poco roseo, anche considerando l’indotto che il gruppo automobilistico sviluppa ed i prevedibili contraccolpi sull’Europa, si devono aggiungere anche i dati relativi al mercato del lavoro yankee per settembre ed ottobre. 240mila posti vacancy per il mese appena trascorso (a fronte di una stima di 183mila unità), oltre 280mila per settembre: cifre che fanno salire il tasso di disoccupazione al 6,5%, il dato più elevato dal 1994. Ed il peggio deve ancora arrivare, secondo Goldman Sachs, che ipotizza un aumento del tasso fino all’8,5% prima della fine dell’anno.
Purtroppo, oltreoceano meglio non va, dato che i problemi di GM stanno influenzando negativamente anche il marchio Opel, ormai costretto ad elemosinare liquidità alla cancelliera tedesca Angela Merkel. Le richieste, che non possono essere soddisfatte dalla casa madre, sono nell’ordine di due miliardi di euro, che presumibilmente saranno forniti per metà dallo stato federale e per l’altra metà da alcuni lander, quali l’Assia, la Vestfalia, la Turingia ed il Palatinato. Si aprirà così una nuova fase dei bailout, che sanciscono un netto capovolgimento di fronte rispetto alle tendenze mercatiste degli ultimi decenni.
Negli Usa il neo eletto Obama si sta arrovellando per evitare la bancarotta di GM, considerata «inaccettabile» ai microfoni della Cbs. In effetti, un default del gruppo di Detroit potrebbe avere costi sociali ben maggiori rispetto a quelli di un suo eventuale salvataggio. La sua fame di liquidità si attesta intorno ai 15 miliardi di dollari, una cifra che si aggiungerebbe a tutti i costi sostenuti dal Tesoro e dal Governo degli Stati Uniti dall’agosto 2007 ad oggi, compreso il TARP (troubled assets relief program) da 850 miliardi di dollari. Il dilemma sembra essere ricorrente, in tutto il mondo politico-economico: è giusto salvare imprese private (o public company) in crisi attraverso aiuti di stato? I casi Northern Rock, Fortis, Dexia, Fannie Mae, Freddie Mac e, probabilmente, General Motors riportano alla luce la questione. C’è un che di trasversale in questa crisi finanziaria, che accomuna America, Europa ed Asia: è proprio il ricorso degli Stati a sostegno dei mercati e dei suoi attori. Esistono però dei costi che non vanno sottovalutati. A fronte di un consistente aumento della spesa pubblica, a risentirne saranno certamente i bilanci statali ed il tasso d’inflazione. Ma soprattutto si corre il rischio che a pagar le conseguenze dei salvataggi sia la collettività, peraltro già colpita da un credit crunch bancario, una stretta occupazionale ed un’inflazione galoppante. Lo scenario che si avrebbe sarebbe quello di una contrazione ancora più ampia dei consumi e, a cascata, un calo della produzione industriale ed un ricorso sempre maggior al sistema di ammortizzatori sociali, col concreto rischio di un collasso economico. Tuttavia, anche lasciando che il mercato faccia il suo corso, c’è la possibilità verosimile di aggravare maggiormente una situazione già allo sbando, contagiando settori finora colpiti marginalmente e creando una voragine occupazionale senza precedenti.
Salvare o non salvare, quindi? Solo con attenta analisi costi-benefici di ogni singolo caso (e con un pizzico di fortuna) si può pensare di fare il bene dell’economia reale, del sistema finanziario e dell’industria. Solo agendo in questo modo Obama potrà sfatare il cliché tipico delle amministrazioni statunitensi di matrice democratica, un elevato e spesso incontrollato ricorso alla spesa pubblica. Il cambiamento che porta avanti passa anche da questo.
