Ma la Carta costituzionale va riformata rafforzando i poteri del premier
13 Febbraio 2009
Si è detto da più parti che la polemica di Berlusconi con il presidente Napolitano a partire dal caso Englaro sia stata voluta dal presidente del consiglio come un modo per mettere all’ordine del giorno il problema dei poteri del premier. Personalmente non amo la dietrologia, che spesso è solo una scienza dei paralogismi, né mi piacciono le interpretazioni politicamente troppo sottili, perché la realtà è sempre più casuale e imprevedibile di quanto si possa immaginare. In questo caso, però, la supposizione appare abbastanza fondata. Trovandosi per la terza volta alla guida di un governo, Berlusconi conosce per esperienza personale le grandi limitazioni che intralciano l’operato di un primo ministro. Logico, perciò, che approfitti di un caso particolare, assai sentito dall’opinione pubblica, per porre un problema di ordine generale.
Semmai, occorre rammaricarsi che in questi mesi iniziali della XVI legislatura il tema della riforma costituzionale, sia rimasto finora in un cono d’ombra. Dopo pochi promettenti accenni iniziali, il centro-destra è stato risucchiato dall’attualità, dimenticando quello che è il punctum dolens del nostro sistema politico. Non solo la transizione italiana è ancora in mezzo al guado, ma si avverte uno iato crescente tra un insieme di prassi che sono oramai radicate nel comune sentire e la mancata messa a punto delle corrispondenti regole formali.
Parecchi fattori hanno contribuito a determinare questo oblio. Anzitutto la vittoria netta conseguita alle elezioni politiche dello scorso anno, che sembrava prospettare un percorso privo di ostacoli. Cioè la possibilità di governare per tutta la legislatura senza timore di ribaltoni o di ricatti interni, come era accaduto in passato. Questo ha portato a un eccesso di ottimismo, soprattutto perché il principale partito di opposizione è parso quasi da subito in difficoltà. In secondo luogo, va considerata la comprensibile cautela a non spingere per una riforma costituzionale fatta in proprio. In questo atteggiamento pesa ancora il ricordo delle modifiche costituzionali approvate sul finire della XIV legislatura e poi bocciate dal referendum confermativo del giugno 2006. Se questo è comprensibile, occorre però fare tesoro dell’esperienza passata, ricordando che quel progetto fu portato avanti senza la necessaria determinazione. In particolare, quella che era una riscrittura che interessava soprattutto la organizzazione dei poteri centrali (rafforzamento dei poteri del primo ministro, ridefinizione delle competenze del presidente della repubblica, superamento del bicameralismo simmetrico) fu presentata come devolution. Subendo l’iniziativa politica della Lega si mise l’accento su di un aspetto secondario, la necessità di ricalibrare le competenze tra stato e regioni come configurate dal nuovo titolo V della costituzione varato dal centro-sinistra nel 2001. Così furono trascurati i profili qualificanti della riforma. Neanche quelli che potevano essere spesi con maggiore facilità. Basti dire che durante la stanca campagna elettorale non si mise quasi per nulla l’accento sulla significativa riduzione del numero dei parlamentari (il 20%) che il testo approvato conteneva.
Questo ci porta al vero nucleo del problema. Da quando è insorta l’emergenza leghista il problema della riforma costituzionale sembra essere diventato quello del federalismo. Occorre dirlo con chiarezza: le cose non stanno così. La vera questione da porre all’ordine del giorno è quella della forma di governo. La prima repubblica si reggeva su quello che si può chiamare un "ordine doroteo". Governi di pochi mesi decisi dalle segreterie dei partiti, presidenti del consiglio usa e getta. A questo sistema occorre sostituire un meccanismo più funzionale. Governi di legislatura designati dal voto popolare, possibilità di alternanza e perciò chiara individuazione della responsabilità politica
Peraltro, l’accento posto sul federalismo ha avuto anche un’altra ricaduta negativa. In ambito locale è stato posto in essere, bene o male, un rafforzamento degli esecutivi. Oggi i sindaci, i presidenti delle giunte regionali vengono eletti direttamente e sono forti di questa legittimazione. Il presidente del consiglio, invece, per quanto indicato dal voto popolare non ha ancora le indispensabili prerogative che assicurino durata, continuità ed efficacia alla sua azione.
In conclusione non è sufficiente allinearsi alla posizione assunta da Berlusconi. La sua iniziativa pone un problema ai dirigenti del PdL e anzitutto alle rappresentanze parlamentari. Occorre mettere subito all’ordine del giorno le necessarie modifiche costituzionali. Sì, la legislatura è ancora lunga, ma la strada da percorrere non è breve. È bene avviarsi per tempo.
