La Bce chiede fiducia ma i mercati rispondono in maniera negativa
06 Marzo 2009
Si chiude un’altra giornata nera sulle piazze finanziarie mondiali. Da quelle europee a quelle asiatiche, passando per Wall Street, nessuno è stato esente da perdite. Sullo sfondo, numerosi fattori hanno contribuito ai crolli, soprattutto nei settori bancario ed automotive.
In Europa, maglia nera per Piazza Affari, che perde il 5,85% con l’indice SP/Mib ed il 5,39% con il Mibtel. Allineate con Milano, ci sono anche Francoforte (- 5,02%), Madrid (-4,34%), Parigi (-3,75%), Londra (-2,85%). Totale indifferenza, quindi, nei confronti del taglio del tasso d’interesse effettuato dalla BCE a margine della riunione del Board. Il taglio, di mezzo punto percentuale, porta il tasso di sconto al valore di 1,5%, il più basso dal 2001. Della stessa entità la revisione al ribasso del tasso sui depositi, ora allo 0,5%, e sul tasso marginale, al 2,5%. Jean Claude Trichet, numero uno della BCE, ha voluto esprimere sicurezza nei confronti degli operatori finanziari, aggiungendo che «Non si possono escludere misure non convenzionali per contrastare la crisi in atto». In totale, nella sola giornata di ieri sono stati bruciati sulle piazze europee oltre 144 miliardi di euro di capitalizzazione, riportando il livelli degli indici ai minimi da oltre 10 anni a questa parte. Le misure di Trichet andavano nella direzione di un ripristino della fiducia fra gli operatori, invocata a gran voce.
Tuttavia, la risposta dei mercati è stata molto dura. Hanno pesato le perdite nei bancari e negli assicurativi, anche dopo le indiscrezioni sull’esposizione di UniCredit (-11,75%) verso i paesi dell’Est Europa. Infatti, pare che il gruppo guidato da Alessandro Profumo sia esposto per 75 miliardi di euro a fronte di un asset di 610 miliardi. Anche il Banco Popolare spinge al ribasso gli indici milanesi, perdendo oltre il 10%, a seguito dell’ipotesi di delisting della controllata Banca Italease. Analoga sorte per Mediolanum, Intesa Sanpaolo, Generali ed Alleanza, per citare solo chi ha subito le maggiori perdite. L’incertezza è stata molta fin dall’apertura della seduta e non ha trovato sbocchi positivi.
Anche in Asia, dopo le performance altalenanti della Borsa di Tokio delle scorse settimane, tornano in rosso gli indici, spinti sempre dai titoli del segmento bancario. L’indice Nikkei chiude la seduta con un pesante -3,5%, mentre il Topix cede il 2,7%, giungendo ai minimi degli ultimi 25 anni. Allo studio del governo giapponese v’è anche lo stanziamento di 30 miliardi di dollari per l’apertura di linee di credito per le imprese in difficoltà. Un esempio è quello di Nomura, principale broker nipponico, che il 4 marzo ha effettuato un aumento di capitale pari a 312,8 miliardi di yen, il più ampio da 20 anni ad oggi.
Sul fronte americano, Wall Street ha registrato l’ennesima giornata di passione: l’indice Dow Jones ha ceduto il 4,09%, l’S&P 500 il 4,25% ed il Nasdaq ha perso il 4%. Gli indici statunitensi tornano quindi ai livelli del 1996 (S&P 500). Le peggiori performance si sono verificate nel settore bancario, dopo che Moody’s ha pensato di rivalutare il suo giudizio di rating su Bank of America e Wells Fargo, mentre a modificato in negativo l’outlook per JPMorgan Chase. Ma a pesare maggiormente sono state le notizie inerenti General Motors, ormai vicino al fallimento. Che la situazione fosse ai limiti dell’iscrizione al Charter 11, lo si sapeva fin dallo scorso ottobre. Non sono bastate quindi le iniezioni di capitale che l’Amministrazione Bush prima, Obama dopo, hanno utilizzato nei confronti del gruppo di Rick Wagoner. Le perdite della giornata di ieri, oltre il 15%, sono derivate dall’outlook assai negativo prodotto dalla società di revisione di GM, Deloitte & Touche, che ha espresso numerosi dubbi sulla continuità aziendale del costruttore di Detroit. Il fallimento di GM era nell’aria, date le malversazioni del proprio management, ma allo studio del Tesoro e del governo federale vi sono già delle ipotesi di salvataggio. Più volte il presidente Usa Barack Obama ha ribadito che sarebbe «intollerabile» l’abbandono di GM al suo destino. Ma la domanda principale da porsi sembra essere solo una: chi sarà a pagare per questo ennesimo salvataggio?
Non frenano volatilità ed incertezza, in un mercato che risponde malamente agli stimoli delle banche centrali e continua a scontare il trasferimento al settore industriale della crisi del mercato immobiliare statunitense. Chi pensava che il 2008 fosse stato l’annus horribilis della finanza, si sta già ricredendo in questi primi mesi del 2009.
