E se i fini etici del Governo si scontrano con gli interessi delle banche?
10 Marzo 2009
Il Ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, davanti alle Commissioni Esteri di Camera e Senato, ha recentemente avanzato la proposta di introdurre una De-tax per sostenere, attraverso una devoluzione di una quota dell’IVA, i paesi poveri del mondo.
La proposta, del resto, non è nuova ed era già stata tentata dallo stesso Tremonti durante le passate legislature. La Legge 80/2003, voluta dal Ministro per ridisegnare il sistema fiscale e con la quale venne introdotta l’attuale Ires, prevedeva infatti una prima forma di De-tax, attraverso l’esclusione “dalla base imponibile dell’imposta sul valore aggiunto e da ogni altra forma di imposizione a carico del soggetto passivo della quota del corrispettivo destinato dal consumatore finale a finalità etiche”.
Con il DL 269/2003 era poi stato stabilito che il consumatore, al momento di acquistare prodotti in esercizi convenzionati con organizzazioni ed enti che svolgono attività etiche e di volontariato, potesse dare l’assenso alla destinazione, da parte dello Stato verso gli stessi enti, di una quota pari all’1% dell’IVA sui prodotti acquistati (con meccanismo, in sostanza, assimilabile all’8 per mille).
La De-tax è stata del resto sempre considerata una sorta di alternativa alla Tobin Tax (dal nome del premio Nobel che l’ha ideata), consistente, come noto, nel prelievo sulle transazioni di carattere speculativo, da destinare poi a finalità etiche. Caratteristica comune a tali proposte era dunque una rivalutazione delle finalità etiche che dovrebbero caratterizzare le politiche fiscali.
Del resto, la politica fiscale nazionale, sulla base dei principi costituzionali di capacità contributiva e progressività di derivazione costituzionale, dovrebbe già essere caratterizzata da finalità, latu sensu, etiche, ma, evidentemente, una destinazione diretta (dal produttore/contribuente al consumatore/volontariato), tesa a finanziare le organizzazioni che concretamente svolgono attività di volontariato e aiuto nei confronti del cosiddetto terzo mondo, risulta più efficace e soprattutto supera il doppio passaggio di ingresso nelle casse erariali e successiva destinazione alle suddette finalità. In tale doppio passaggio, infatti, i capitoli di bilancio in cui tali risorse si potrebbero perdere sono davvero tanti.
Se ci pensiamo bene, inoltre, alla stessa logica “etica” rispondono anche gli ormai famosi “Tremonti bond”, ossia quelle particolari obbligazioni che gli istituti di credito emetteranno per aumentare i loro parametri patrimoniali (in particolare il Core Tier 1, l’indicatore cioè che misura il rapporto tra patrimonio e impieghi) e con i quali il Ministro dell’Economia ha deciso di finanziare le banche affinché queste possano disporre di liquidità sufficienti per sostenere le imprese.
Tremonti li definisce “strumenti ibridi di patrimonializzazione”. Non si tratta cioè di un prestito dello Stato alle banche, ma di un’estensione della base patrimoniale; una sorta cioè di aumento di capitale. Il plafond stanziato per questa operazione è di 10/12 miliardi di Euro e potrebbe anche non bastare rispetto alle richieste degli istituti di credito. Basti pensare infatti che Unicredit e Intesa San Paolo potrebbero richiedere subito tre miliardi a testa.
MPS e Banco Popolare sarebbero invece pronti a chiedere 1,5 miliardi a testa. Per tutte le altre banche resterebbero, circa, altri 3 miliardi di Euro. Queste risorse sono dunque come manna dal cielo per gli istituti bancari. Basti pensare infatti che la capitalizzazione di Unicredit è scesa dai 75 miliardi di Euro del dicembre 2007 a meno di 14 di oggi, quella del MPS è scesa da 15,5 a 5,5 e infine quella di Intesa San Paolo è scesa da 57 a 20.
L’effetto leva porterà comunque a nuovi finanziamenti all’economia reale per circa 120/150 miliardi di Euro.
Le cedole che le banche dovranno pagare in cambio al Tesoro oscillano tra il 7,5% e l’8,5% per i primi anni e dovranno inoltre anche rispettare diversi paletti “etici”, quali l’impegno a fornire credito alle imprese, il taglio dei bonus ai manager, la sospensione del pagamento della rata di mutuo per almeno 12 mesi ai lavoratori in cassa integrazione. A controllare il rispetto di tali condizioni saranno chiamate le Prefetture, congiuntamente, comunque, al monitoraggio attuato dal Ministero e dalla Banca di Italia. Le banche saranno inoltre anche tenute a presentare un rapporto trimestrale sulle “azioni intraprese per il sostegno finanziario dell’economia reale”.
Insomma, anche in questo caso, come per la De-tax, il fine della misura sopra indicata è “etico” e soprattutto di “ampio respiro”: aiutare le imprese in difficoltà, fornendo liquidità alle banche che tali imprese devono finanziarie ed impedendo così licenziamenti di massa.
La manovra è certamente mossa da buoni propositi, ma la sua effettiva valenza e concreta efficacia dipenderà anche da altri fattori, esogeni rispetto alle decisioni del Governo, quali, per esempio, una effettiva maggiore trasparenza nei bilanci delle stesse banche. Tali bilanci, in particolare a seguito dell’introduzione dei nuovi principi contabili, sono infatti oggi molto poco trasparenti (non sappiamo per esempio se e quanto le partecipazioni non di maggioranza siano sopravvalutate).
La paura delle piccole imprese (recentemente espressa, per esempio, dal Presidente di Confapi) è poi quella che le banche, alle prese con crediti incagliati e sofferenze che aumentano, possano scaricare (o cercare di scaricare) sulle imprese il costo dei Tremonti bond (si ricorda pari a circa l’8%), attraverso un aumento dei tassi. Cosa questa preoccupante se si pensa che, oggi, nonostante il forte calo del costo del denaro, per la maggior parte delle piccole imprese (caratterizzate da minore forza contrattuale), viene ancora applicato sul finanziamento il 5-5,5%, con uno spread in rialzo superiore al 3%; senza parlare del 7% sullo scoperto.
A prescindere poi dal quantum del costo del finanziamento, anche il se (tale finanziamento potrà effettivamente esserci) preoccupa. Infatti il Presidente dell’Abi ha detto che le banche italiane “non sono ostili” ad una verifica sul territorio della erogazione del credito ma ha anche sottolineato che c’è “la preoccupazione forte” che si creino meccanismi per cui “si immagini un diritto soggettivo ad avere del credito”.
A tali osservazioni, peraltro, il Ministro Tremonti ha puntualmente ribattuto che anche se “certamente non è l’osservatorio in Prefettura il luogo in cui nascono i diritti soggettivi, a prescindere dal merito del credito”, deve essere però chiaro che “non si tratta di statistica e basta”.
Insomma, forse non si potrà parlare di vero e proprio diritto soggettivo, ma almeno di interesse legittimo sì. Del resto, come ha detto il Ministro Tremonti fin dall’inizio, il sostegno non viene erogato per finanziare le banche, ma per finanziare le piccole e medie imprese.
