Quegli elettori che si ribellano al conformismo dell’ideologia
11 Giugno 2009
Se non avessi lunga memoria della storia italiana, delle sue soglie e dei suoi drammi, avrei potuto commuovermi, giorni fa, all’invito rivolto dal ministro Brunetta ad un gruppo, neppure piccolo, di pubblico attento. "Sappiate – ci diceva, dopo aver lodato il paesaggio fiesolano che si stendeva attorno – di condurre in Toscana una vera lotta di liberazione da sessant’anni di dominio (sociale e culturale) delle sinistre". Sessant’anni di controllo del territorio e della vita economica, nonché di crescente ambizione al governo delle condotte e delle coscienze, attraverso l’onnipotenza (la capillare biopolitica) del legislatore regionale.
Gli spostamenti registrati in questa consultazione elettorale, minimi talora, ma qua e là anche consistenti, e che qualcuno definisce ‘epocali’ fanno intravedere una società civile ancora capace, anche se con immane fatica, di sottrarsi a decenni di egemonia vischiosa, in fondo di sudditanza, di ricatti (ruoli, lavoro e affari in cambio di consenso). Di più; è proprio questa difformità dai tradizionali comportamenti di voto, massivi e uniformi, vantati in passato come l’autentica espressione, l’esemplare politicità, di un intero Popolo militante (di sinistra), che va indicata oggi come portatrice di valore morale e civile. È veramente una forma di autoinganno per il Popolo che si celebra come la parte buona e giusta del Paese, additare nelle condotte politiche difformi e inattese, anzitutto create, motivate, organizzate dalla storica novità berlusconiana e leghista, la prevalenza di volgarità e mero interesse, o di irrazionale paura quando non di fascismo e razzismo. Non solo perché da nessuno di questi vizi, eventualmente, sono stati e sono esenti le masse di sinistra, ma perché per definizione è morale e politica la capacità di riaprire, partendo da condizioni minoritarie, lo spazio pubblico alla pluralità e alla legittima conflittualità delle volontà e delle idealità.
Le idealità, i valori ultimi: terreno grande e insidioso. L’egemonia, da quella comunista e socialista tentate di socialismo reale di decenni lontani (ma non lontanissimi) a quella radical-libertaria strisciante, distruttiva di istituti e visioni della vita che hanno generato la nostra stessa civiltà, ha tentato (e tenta tuttora) di armare e quasi impermeabilizzare la coscienza collettiva con i miti fondanti del dopoguerra. Tra questi il mito della involuzione della società italiana dopo la vittoria democristiana del 1948, involuzione che (nonostante la recente moderazione del giudizio postcomunista sulla Democrazia Cristiana) ha alimentato la nota presunzione di superiorità e la volontà delegittimante, con cui la sinistra da sempre si atteggia verso i legittimi titolari democristiani e post-Dc del potere politico in Italia.
Tale preteso concentrato di idealità, fini e valori “progressivi”, ha attratto e ipnotizzato anche una disarmata o astratta (e apocalittica, alla Dossetti) moralità civile cattolica. In un volume recente lo storico Pier Giorgio Zunino arriva a sostenere che la sconfitta del 1948, poi le metamorfosi e la catastrofe del PCI, portarono ad un “disperdersi di sostanza [evidentemente politica e etica; dispersione che] non avrebbe risparmiato anche e forse più la stessa sinistra cattolica: sotto il sole cocente del centrismo (…) della costruzione della civitas humana sognata da Dossetti non si sarebbe messo a segno neppure un mattone”. Col ricatto di una rivoluzione mancata nel dopoguerra (anche per colpa della Chiesa e dei cattolici) ma ancora possibile, in qualche modo, a patto di convergere con l’eredità etica comunista, si sono legate per decenni le menti e le volontà degli onesti. L’egemonia vive, infatti, di una narrazione “popolare” delle origini repubblicane, poste da una parte del paese, tradite da un’altra, protette nei decenni dagli eredi dei padri fondatori, realizzate localmente in libere regioni democratiche contro un paese (gli altri) immorale e corrotto.
Ma gli elettorati conoscono ormai alternative profonde alle egemonie. Sono alternative adottate a testa alta: non vie di mezzo imbarazzate, come di chi tradisca valori, ma vie razionali, etiche e politiche. E la novità di questi anni è arrivata anche a Firenze.
