Dal Guardian (e non solo) affiora un brutto sentimento anti-italiano
07 Luglio 2009
C’è un vecchio e usurato “joke”, molto noto in tutta Europa, secondo il quale l’inferno è quel posto dove gli amanti sono svizzeri, i cuochi inglesi, i meccanici francesi, la polizia tedesca e il tutto è organizzato dagli italiani. E’ la sistemazione in chiave ironica di quel coacervo di stereotipi che ogni paese si porta appresso. Come tutti gli stereotipi non ha bisogno di dimostrazioni, non deve reggere alla prova dei fatti, serve solo a sorridere sui propri e gli altrui difetti.
La cosa insolita è quando uno di questi vecchi stereotipi viene preso di peso e trasportato nell’ambito dell’analisi politica che si pretende seria e documentata. Lo ha fatto oggi The Guardian, a firma del responsabile del servizio diplomatico, Julian Borger, parlando del G8 a presidenza italiana.
Secondo Borger l’organizzazione del vertice che si aprirà domani all’Aquila sarebbe nel più completo caos, privo di contenuti, di obiettivi e di agenda. Al punto – sempre secondo The Guardian – che si starebbe diffondendo “dietro le quinte” l’idea di espellere l’Italia dal G8 e sostituirla con la Spagna.
The Guardian, per sostenere la sua tesi, cita quasi tutte fonti anonime, a parte un certo Richard Gowan, presentato come un analista dell’Università di New York, secondo il quale “L’organizzazione del summit da parte degli italiani è stata caotica dall’inizio alla fine” e talmente priva di ogni “visione” da essersi rassegnata a seguire alla lettera “le istruzioni degli americani”.
Questa volta dunque non si tratta del solito rimbalzo internazionale delle vicende personali del premier sul filone divorzi, escort e veline. No, l’accusa è più grave anche se evidentemente fuori misura e merita lo sforzo necessario a prenderla sul serio.
Intanto però vale la pena di segnalare una saldatura tra due versanti che fino ad oggi sono stati più ostinati e feroci nelle critiche a Berlusconi e all’Italia, quello inglese e quello spagnolo. The Guardian, il giornale della middle class laburista inglese, dopo aver seguito passo passo e in ogni minimo dettaglio le rivelazioni di Repubblica sul presidente del Consiglio, oggi propone lo scambio Italia-Spagna nel G8. Quasi un premio per il paese che con El Pais è stato parimenti all’avanguardia nelle polemiche (anche fotografiche) contro il governo italiano e il premier. E’ una bella soddisfazione per Zapatero che annega nelle difficoltà economiche della Spagna ma non sopporta la presenza nel G8 dell’Italia berlusconiana.
Prima di entrare nel merito delle accuse del Guardian c’è un’altra premessa che occorre fare. Al fondo dell’articolo di oggi c’è un sentimento anti-italiano molto forte e molto radicato, contro il quale il governo dovrebbe trovare risposte meno liquidatorie di quella offerta oggi dal ministro Frattini (“E’ una buffonata, spero che il Guardian esca dal club dei grandi giornali). L’immagine di un’Italia caotica e chiassosa accompagna da sempre la nostra politica estera vista da Londra. Nel 1990, quando al governo Andreotti spettò la presidenza della Ue, l’Economist scrisse, sempre citando fonti anonime, che “la presidenza italiana somiglia a un autobus guidato dai Fratelli Marx”. Cinque anni dopo il Sunday Times riprese quella battuta e la scagliò contro il governo Dini, di nuovo impegnato a guidare il semestre europeo: “Altre buffonate in arrivo con i Fratelli Marx che tornano al volante”.
Oggi Repubblica e molti altri giornali hanno messo il gran pavese sui loro siti per festeggiare l’attacco del Guardian, ma dovrebbero usare più prudenza nel solleticare sentimenti che prima di essere anti-berlusconiani – e per questo vengono celebrati – sono profondamente anti-italiani, divenendone più o meno consapevoli complici. Date un’occhiata ai commenti all’articolo sul sito del Guardian: sono quasi tutti di italiani che fanno a gara nel disprezzo per il loro paese, propongono il boicottaggio dei prodotti italiani e scrivono – in inglese – gigantesche panzane sull’Italia e sul governo. Al contrario l’opposizione – per meglio dire, il Pd – sembra aver scelto di non cavalcare questi sentimenti ed è certamente un buon segno.
Veniamo all’inferno dell’organizzazione italiana del G8. Innanzitutto Borger è abbastanza esperto da sapere che il G8 dura un anno, inizia a gennaio e finisce a dicembre, decretarne il fallimento alla vigilia del summit dei capi di governo è una evidente forzatura. Da gennaio ad oggi si sono svolti numerosi incontri “ministeriali” con risultati qualche volta importanti altri meno, ma mai si è sentita una critica così radicale sull’organizzazione e sull’agenda. Certo il vertice di giugno è solitamente il punto culminante della presidenza di turno ma spesso è anche l’appuntamento più scontato sul piano dei risultati. Ci si arriva infatti con dossier già largamente predisposti e perlopiù condivisi e persino con il comunicato finale già abbozzato. In questo senso il vertice dell’Aquila non sembra diverso da tutti quelli che l’hanno preceduto lungo una tradizione ormai ultratrentennale non certo disseminata di trionfi.
The Guardian accusa Berlusconi di aver ampliato la lista degli ospiti stranieri per mascherare la mancanza di contenuti del vertice: i capi di Stato attesi all’Aquila dovrebbero essere infatti tra i 39 e i 44, riuniti secondo diversi format di lavoro. Strana accusa davvero: si dice che Berlusconi è screditato sulla scena internazionale, che non ha nulla da dire e che il vertice è destinato al fallimento e si usa come prova il fatto che più di 40 capi di Stato saranno presenti a L’Aquila per distrarre gli osservatori dalla catastrofe. Come se i leader di mezzo mondo si spostassero per fare un favore a Berlusconi pur sapendo di andare incontro a un vertice inutile e per di più a rischio terremoto. Eppoi, non si diceva fino a qualche settimana fa che il G8 correva il rischio di illustri defezioni dovute alla cattiva fama del Presidente del Consiglio? Oggi che vengono tutti e anche di più si dice che comunque è un trucco per nascondere il fallimento.
Quanto alla “mancanza di visione”, all’assenza di obiettivi e povertà dell’agenda del G8, si tratta di accuse troppo vaghe che potrebbero attagliarsi a quasi tutti i 34 G8 che si sono succeduti fino ad oggi. Che la formula sia stanca, superata e non più adeguata ai nuovi equilibri planetari non lo scopre oggi The Guardian e non lo si può imputare alla presidenza italiana. D’altronde non sembra che il mastodontico G20 dell’aprile scorso a Londra abbia prodotto risultati clamorosi.
Anche l’accusa che il giornale inglese rivolge all’Italia di non aver rispettato gli impegni presi sugli aiuti ai paesi in via di sviluppo suona pretestuosa, quando la crisi finanziaria mondiale ha messo quasi tutti i paesi avanzati nelle stesse condizioni. Non è un titolo di merito, ma è davvero poco serio evocarlo come motivo di espulsione dal G8.
Sui risultati del vertice aquilano giudicheremo con i fatti e non con gli stereotipi e soprattutto non prima di averne visto gli esiti. Resta il valore dell’impresa di averlo voluto nei luoghi del terremoto: nei prossimi giorni le rovine dell’Aquila e delle altre città colpite dal sisma saranno sotto gli occhi dei leader mondiali, che in gran parte si sono detti pronti a contribuire alla ricostruzione. E il fatto che abbiano accettato in tanti di partecipare, senza le lusinghe del lusso e degli agii che i grandi alberghi a cinque stelle assicuravano alle precedenti edizioni, tutto ci pare meno che un titolo di demerito.
Se una cosa si può imputare al governo è la sua mancanza di reattività sul piano della comunicazione: se si escludono le battute stizzite di questo o quel ministro rilasciate alle agenzie, le alzate di spalle verso una stampa estera considerata a torto ininfluente o le alzate di ingegno come la polemica contro Murdoch, in nessun momento è affiorata la benché minima strategia comunicativa, né in difesa né in attacco. Se i giornali stranieri si sono riempiti di gossip e di malignità è perché non hanno avuto l’occasione di ospitare vere e serie interviste con il presidente del Consiglio e presidente del G8, non sono stati guidati e informati sui temi cruciali del vertice e non sono stati investiti da una controffensiva informata e fattuale sul ruolo dell’Italia in Europa e nel mondo. Dal fortino assediato di Palazzo Chigi non si sono viste sortite coraggiose, piuttosto una rassegnata attesa di passare la nottata.
