Come Berlusconi ha conquistato l’America di Obama

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Come Berlusconi ha conquistato l’America di Obama

Come Berlusconi ha conquistato l’America di Obama

17 Giugno 2009

Il successo dell’incontro tra Silvio Berlusconi e Barack Obama lunedì scorso a Washington è stato fino ad ora ampiamente sottovalutato o semplicemente non compreso. E’ vero che le aspettative della vigilia erano incredibilmente basse, ma anche agli occhi di contava su un buon risultato le cose sono apparse  ben più positive del previsto.

Ciò nonostante la stampa italiana era così preparata al peggio e così condizionata dalle aspettative che, in generale, non ha saputo cogliere la sostanza di quanto è accaduto e, in spregio dei fatti, è rimasta legata alla tesi del fallimento. Giornalisti anche esperti hanno voluto accumulare elementi a riprova del cattivo esito della visita – la mancanza di un incontro a quattr’occhi, niente picchetto d’onore, il fatto che Berlusconi non fosse ospite alla Blair House, ecc.. – perdendo di vista in particolare la natura dell’evento, una visita di lavoro e non una visita ufficiale, e in generale il diverso approccio al cerimoniale di questa amministrazione rispetto a quella Bush.

Berlusconi è stato il secondo leader europeo, dopo Gordon Brown, ad essere ricevuto a Washington: Sarkozy, Merkel, Zapatero – per citare i più importanti – sono ancora tutti in lista di attesa. E se si guarda alla lista complessiva degli ospiti di Obama alla Casa Bianca si nota subito il senso politico e pragmatico di quegli incontri: Calderon (Messico), Lula (Brasile), Karzai (Afghanistan), Zadari (Pakistan), Netanyahu (Israele), Abu Mazen (AP). Insomma, Obama non è uno che usa la Casa Bianca per le pubbliche relazioni o per compiacere i suoi ospiti ma per lavorare e ottenere risultati sui principali dossier dell’agenda interna e internazionale.

Berlusconi ha saputo interpretare molto bene questo cambio di passo rispetto ai rapporti con Bush e per quanto, prima di partire per Washington, avesse teorizzato i vantaggi della “politica del cucù”, una volta alla Casa Bianca si è guardato bene dal farvi ricorso. Al pragmatismo obamiano, il Cav. si è limitato ad aggiungere una buona dose di cordialità, riuscendo – a detta di molti testimoni – a fondare un’intesa personale con il presidente degli Stati Uniti che molti consideravano fuori dalla sua portata.

A dimostrazione di ciò, l’incontro delle delegazioni si è prolungato ben più del previsto e la conferenza stampa congiunta (quella che gli americani chiamano media spray)  dai 15 minuti consueti si è protratta per quasi 50 minuti e senza che Noemi vi facesse capolino.

Berlusconi aveva preparato con cura la visita e certamente non è arrivato a mani vuote, specie sui due fronti che stanno più a cuore all’amministrazione americana: Guantanamo e Afghanistan.

Attenzione a non sottovalutare la portata del primo punto. Sulla chiusura del carcere di Guantanamo Obama aveva incentrato una buona parte della sua campagna elettorale per poi accorgersi che, viste dallo studio ovale, le cose erano un po’ più complesse del previsto. Il presidente si era già dovuto ricredere sulla chiusura dei tribunali militari e ammettere che dopo tutto Gitmo aveva tenuto fuori dalla circolazione molti pericolosi terroristi. Ma dei circa 60 detenuti che hanno già avuto il via libera per lasciare il campo di prigionia, nessuno è stato ancora accolto sul territorio americano a causa dell’opposizione dei singoli stati e del Congresso.  Nessuna sorpresa che  nessuno  sia stato accettato dai paesi dell’Unione Europea, che pure – durante l’era Bush – avevano molto criticato quelle modalità di detenzione. In questa situazione la promessa obamiana di chiudere Guantanamo nel gennaio 2010 rischiava di essere tradita, trasformandosi in un pantano politico molto insidioso. L’apertura dell’Italia, che ha accettato di prendere in consegna tre detenuti di origine tunisina, cambia le cose. Sarà  più difficile per i deputati americani respingere le richieste della Casa Bianca davanti alla buona volontà mostrata da un alleato straniero e lo stesso vale per i governi europei che finora hanno tentennato e opposto cavilli burocratici pur applaudendo ogni passo del nuovo presidente (è di oggi la notizia che il ministro degli esteri spagnolo in un incontro con un inviato del Dipartimento di Stato Usa ha discusso della possibilità di accogliere un certo numero di ex detenuti).

L’Iraq era la guerra di Bush, l’Afghanistan è la guerra di Obama. Il presidente vuole vincerla il più rapidamente possibile e riportare casa i suoi uomini. Finora dagli alleati europei gli è arrivato molto poco sostegno. Per questo l’offerta italiana di 500 soldati in più da inviare nel paese in vista delle prossime elezione del 20 agosto (ma senza escludere una permanenza più lunga) e di 200 carabinieri da impiegare nell’addestramento delle truppe afghane, è stato accolta con entusiasmo a Washington. Anche qui la mossa italiana potrebbe invertire un trend europeo di progressivo disimpegno e riaprire la questione dei “caveat”: fino ad oggi infatti solo le truppe americane, inglesi, canadesi e olandesi hanno avuto piena operatività sul terreno, mentre gli altri contingenti hanno dovuto fare i conti con restrizioni di carattere prevalentemente politico. In cambio Berlusconi ha chiesto a Obama la partecipazione completa per le truppe italiane al circuito delle informazioni d’intelligence “Four eyes”, co-gestito da Usa e Gran Bretagna.

Anche il tema dei rapporti con la Russia, dove molti osservatori si aspettavano una certa ruvidezza da parte americana, ha visto un sostanziale accordo tra i due governi. Una certa propensione di Berlusconi a sposare la retorica del Cremlino in tema di difesa anti-missili e di allargamento della Nato, sono oggi visti come peccati veniali dall’amministrazione Obama e in parte anche compresi. Persino lo strano incontro tra Berlusconi e il dittatore bielorusso Lukashenko dello scorso aprile, che pure aveva suscitato molte perplessità al Dipartimento di Stato, è stato ormai archiviato come un favore personale a Putin privo di reali conseguenze.

Invece Obama ha detto chiaramente di apprezzare i buoni rapporti tra Italia e Russia, specie in un momento in cui l’amministrazione americana vuole riprendere la leadership (appannata dai tempi di Bush) nel campo della controllo degli armamenti e della non proliferazione e ha bisogno di una maggiore disponibilità da parte russa. La Casa Bianca ha intenzione di rivitalizzare il trattato START (Strategic Arm Reduction Treaty) siglato nel 1991 tra Usa e Urss,  e arrivare meglio preparata alla rinegoziazione del Trattato di non-proliferazione  (NNPT) prevista per il maggio 2010. Nella visione obamiana questi sarebbero i primi passi verso quel sogno di “un mondo senza armi nucleari”, rilanciato nel suo discorso di aprile a Praga. Il presidente americano vuole affrontare l’argomento nel vertice Usa – Russia previsto a Mosca alla vigilia del G8 e ai giornalisti presenti al briefing dopo l’incontro ha detto: “Berlusconi ha ottimi rapporti con la Russia e ci ha fornito interessanti intuizioni su come affrontare il tema sulla riduzione delle armi nucleari”.

Si è scritto infine che sull’incontro tra Obama e Berlusconi abbia pesato la recente visita in Italia del leader libico Gheddafi, ma le fonti di cui disponiamo smentiscono decisamente questa versione dei fatti. Gli americani conoscono molto bene il colonnello Gheddafi, le sue intemperanze e le sue manie di grandezza, ciò nonostante ritengono che il miglioramento delle relazioni con la Libia sia cruciale per il “nuovo inizio” che Obama vorrebbe nei rapporti con il Medio Oriente. Non è un caso se il nuovo presidente dell’assemblea generale dell’Onu, il libico Ali Abdussalam Treki, sia stato appena eletto con il via libera degli Usa.

Anche sui temi propri del prossimo G8 dell’Aquila l’accordo tra i due leader è stato pieno. Simile la lettura delle origini della crisi economica in atto, condivise le misure per affrontarla, comune la volontà di trarre il massimo dal vertice ormai alle porte. Obama ha chiesto a Berlusconi di dare evidenza al tema della sicurezza alimentare e di segnalare la necessità, per i paesi che si avviano verso una fuoriuscita dalla crisi, di non dimenticare le difficoltà in cui permangono i paesi meno avanzati.

Insomma, l’impressione finale è che Obama abbia riconosciuto nel presidente del consiglio italiano un alleato per certi versi più affidabile e coerente di molti suoi colleghi europei; che i rapporti tra Italia e Usa reggono bene anche in situazioni di stress e rimangono forti al di là dei cambi di amministrazione. Le nubi che molti avevano visto addensarsi sul fronte delle relazioni bilaterali si sono rivelate inconsistenti, al punto che si arriva ad ipotizzare un nuovo incontro bilaterale tra i due a margine del G8, magari lo stesso giorno in cui Obama potrebbe incontrare Papa Benedetto XVI.

Sul fronte interno invece si può registrare il fatto che un tassello importante della teoria del complotto che avvelena le cronache politiche di questi ultimi giorni è venuto meno: l’America non c’entra. Chi si aspettava la conferma di un raffreddamento tra i rapporti Italia-Usa per potere mettere anche Obama tra gli oscuri nemici di Berlusconi e del suo governo dovrà rifare i suoi conti.