Quagliariello: “Il premier ha zittito le Cassandre del G8. Ora priorità a crisi e riforme”
10 Luglio 2009
Un bilancio politico del G8, l’agenda di lavoro della maggioranza, le ricette per affrontare la crisi economica, la fase due del partito. E’ un’analisi a tutto tondo quella che Gaetano Quagliariello, vicepresidente vicario dei senatori del Pdl sviluppa focalizzando l’attenzione sui principali temi che chiamano la politica ad un’azione incisiva dinanzi ai problemi, vecchi e nuovi dei tempi che viviamo. La parola d’ordine è proprio “iniziativa politica”, nella road map verso la modernizzazione del paese e nel processo di costruzione del nuovo partito.
Senatore Quagliariello, attorno al G8 si è formato un partito anti-italiano, all’estero ma anche nel nostro Paese, che sperava nel suo fallimento. O per cause interne, paventando imminenti scosse giudiziarie nei confronti del premier, o per il mancato raggiungimento di un’intesa tra i grandi della terra sui temi specifici del summit a L’Aquila. Tutto ciò non è accaduto, che bilancio ne trae?
In quello che è accaduto c’è qualcosa di antico e qualcosa di nuovo. La frattura tra italiani e anti-italiani è una cosa che discende dai tempi della formazione dello Stato unitario e nell’Italia repubblicana c’è sempre stato chi ha aspirato ad un paese presuntamente più civile , chi si è vergognato di essere italiano, chi si è compiaciuto del proprio accento cosmopolita. È stato un modo per non fare i conti con il paese reale e per nascondere uno snobismo fondamentalmente anti-popolare e anti-democratico. Quel che c’è di nuovo oggi, è innanzitutto la portata dell’attacco, assolutamente inedita, e il fatto che questo attacco si produce non in un momento di stasi degli equilibri politico-istituzionali, ma proprio quando l’Italia è a un passo dal diventare un paese più europeo, in qualche modo più cosmopolita, dotato di un sistema politico nel quale è la sovranità popolare che decide, vi sono alcune istituzioni di fatto o di diritto che fanno da contrappeso e un’opposizione che si candida alla successione. Insomma, mentre prima l’anti-italianità era utilizzata per coltivare uno snobismo minoritario, oggi mi sembra che serva ad un obiettivo regressivo: tornare indietro, non consentire al paese di superare i suoi limiti storici. E’ un paradosso, ma è così.
Il fatto che nonostante tutte le Cassandre, Berlusconi è uscito da questo G8 non solo "indenne" rispetto ai presagi di cataclismi ma molto più forte sul piano politico, può rappresentare un punto di svolta per la legislatura? E se sì, cosa accade adesso?
Non credo alle svolte miracoliste. Certo, una volta di più Berlusconi ha dimostrato una capacità di resistenza politica e personale incredibile. Il fatto che abbia incassato l’ammissione della sua bravura perfino da Ezio Mauro, è un elemento significativo che conferma che l’attacco è fallito. Resta il fatto, però, che se questo governo conclude la legislatura così come l’ha iniziata – con una squadra senza smagliature, con un rapporto positivo con la sua maggioranza parlamentare, senza eccessive tensioni all’interno della coalizione, rispettando il programma e gli impegni e, soprattutto, superando bene la crisi economica – non ce ne sarà per nessuno. Sarebbe questo il vero punto di non ritorno ed è perciò prevedibile che quanti non vogliono che l’Italia faccia questo passo e che ci siano dieci anni di governo del centrodestra, si inventeranno ancora di tutto. Specialmente nel tempo che va da qui alle elezioni regionali del prossimo anno.
Alcuni giornali stranieri e parte dell’opposizione hanno attaccato duramente la leadership italiana del G8: nel primo caso, il quotidiano inglese The Guardian si è spinto perfino a proporre l’uscita dell’Italia dal summit ; nel secondo caso Di Pietro ha addirittura comprato una pagina sull’Herald Tribune per denunciare “la deriva anti-costituzionale dell’Italia” lanciando un appello alla comunità internazionale. Che segnali sono?
Quanto accaduto è la congiunzione di fenomeni differenti. Penso che l’Italia si avvii a uscire dalla crisi economica,molto più forte di come vi è entrata e questo ad alcuni paesi europei “concorrenti” non fa piacere. C’è poi una collusione radicata tra alcuni settori dell’antiberlusconismo italiano e la stampa internazionale; infine si sta formando un partito anti-nazionale che non ha più nemmeno remora di nascondersi dietro il corrispondente straniero: le pagine acquistate da Di Pietro, al di là della farsa, rappresentano in tal senso un salto di qualità. Credo che questi fenomeni diversi, in quest’occasione si siano sovrapposti. Una corretta analisi può consentire alla classe dirigente del centrodestra di tenerne conto e di prendere le opportune contromisure.
Qual è stata, secondo le, la novità di questo vertice?
Di novità ce ne sono state diverse. Dal punto di vista generale, questo vertice ha inaugurato a livello internazionale la stagione post-bushana. Su molti problemi il passaggio della leadership americana da Bush ad Obama si è fatto sentire nel suo significato fondamentale. Può piacere o non piacere, ma si tratta di un fatto. In termini più particolari, rispetto alla formula stessa del G8, mi sembra si sia passati da una dimensione statica a una geometria variabile, per cui intorno al nucleo dei paesi fondatori se ne sono aggiunti altri a seconda dei problemi presi in considerazione. Sotto questo aspetto, il coinvolgimento di altri partner come India, Brasile ma anche la Turchia è il riflesso del definitivo passaggio dal vecchio ordine bipolare a un nuovo equilibrio assai meno definito nei suoi contorni e per questo, da mettere a punto e ricercare, volta a volta, a seconda dei problemi sul tappeto. Aver dato un importante contributo in tal senso, mi sembra il maggior successo di questa presidenza italiana.
Quanto e come questo G8 servirà alla ricostruzione dell’Abruzzo?
Tantissimo. Le immagini trasmesse da tutte le televisioni nel mondo rappresentano un’opportunità ancora più grande di quella che si poteva immaginare. C’è poi la lista degli impegni assunti dai governi come liberalità e non come elemosina. In ciò chi l’ha criticato dovrebbe oggi inchinarsi al coraggio e alla bravura di Berlusconi.
Torniamo ai temi della politica italiana. Archiviata la tornata elettorale quali sono, secondo lei, le priorità dell’agenda di lavoro della maggioranza?
Le priorità restano le stesse : continuare a tenere la barra dritta consentendo al paese di superare la crisi, rispettare gli impegni assunti con quanti hanno perso la casa in Abruzzo, andare avanti con ancora più incisività sulle riforme che possono rendere il paese più competitivo, dalla riforma della pubblica amministrazione, alla ricerca fino alla scuola e all’università.
Tuttavia l’impressione è che il cammino delle riforme proceda a corrente alternata, cioè con un andamento stop and go. E’ così?
Stiamo entrando nella fase calda di edificazione del federalismo fiscale perché adesso partiranno i decreti attuativi dai quali dipenderà l’incidenza e il successo di questa politica. È bene che le altre riforme, pure urgenti, non si sovrappongano. Quel che considero il punto di maggiore ritardo è rappresentato dalle riforme sulla giustizia.
Perché?
Vi sono resistenze corporative che si sommano all’ostruzionismo di quanti pensano ancora che l’opposizione debba seguire una via giudiziaria. Ricordiamoci che dal ‘94 in poi nessun ministro della giustizia ne è uscito indenne. Il ministro Alfano fa bene a tenerne conto e a utilizzare determinazione e prudenza. D’altra parte, aver portato a casa la riforma del processo civile è già un primo step. Sono convinto che ora una spinta deve venire dalla parte della maggioranza che dimostri la sua compattezza e chieda fortemente di andare avanti. Per questo, all’ultima riunione del gruppo al Senato ho proposto una sessione straordinaria dei lavori dello stesso gruppo dedicata alla giustizia, da svolgersi all’immediata ripresa dell’attività parlamentare, dopo la pausa estiva.
Secondo gli analisti, per uscire dal cono d’ombra della crisi economica bisognerà attendere fino al secondo semestre 2010, anche se timidi segnali di ripresa si cominciano a intravedere. Resta il fatto che seppure in forma minore rispetto ad altri paesi europei, Spagna in testa, il tasso di disoccupazione potrebbe aumentare già a settembre, le famiglie sono in affanno e le imprese hanno difficoltà per l’accesso al credito. Le misure adottate dal governo sono sufficienti? Si può fare di più?
Una crisi globale ha tra le sue caratteristiche l’imprevedibilità e il fatto che le risposte in sede nazionale possano essere soltanto parziali. In tal senso, i provvedimenti devono essere calibrati alle situazioni che vengono di volta in volta a determinarsi. Fino ad ora il ministro Tremonti ha interpretato al meglio questa difficile funzione, di tenuta e di intervento, a fronte delle reali emergenze. Penso che se anche i segnali di ripresa vi sono, gli ultimi mesi dell’anno saranno più difficili anche perché c’è sempre un lasso di tempo che separa i dati economici dal loro riverbero sull’economia reale.
Il Dpef all’esame delle commissioni alla Camera prevede interventi a sostegno delle imprese ma non ci sarebbe granchè per le famiglie. Perché?
Per le famiglie ci sono dei primi interventi a favore di quelle più numerose e più povere. Tenga conto del fatto che una corretta politica familiare è quella che dovrebbe tenere di più in considerazione il contenimento del debito pubblico per evitare quel fenomeno che in Italia conosciamo assai bene, della serie “scarico le difficoltà sulle generazioni future”. La famiglia è il luogo della solidarietà tra le generazioni e dunque il fatto che ciò non avvenga è consustanziale alla sua natura. Questa è una contraddizione che si sconta in momenti di crisi. Ma non vi è dubbio che appena vi saranno più risorse a disposizione sarà necessario recuperare. Per noi si tratta di un impegno ineludibile.
Nella componente cattolica del Pdl c’è un certo malumore proprio su questo aspetto e si starebbe già lavorando a una serie di emendamenti. Non c’è il rischio di nuove tensioni nella maggioranza come accaduto per il pacchetto sicurezza quando la “manovrina” arriverà in Aula?
Non credo si debba parlare di componente cattolica. Questi sono temi che uniscono laici e cattolici, e il ‘libro bianco’ sul welfare del ministro Sacconi rappresenta insieme una sintesi culturale e un impegno che coinvolge responsabilmente tutti. Non è più possibile affrontare questi temi secondo le logiche e le ottiche delle contrapposizioni del secolo passato e ciò vale sia per la sicurezza, sia per la famiglia.
La centralità della persona nella politica del Pdl e nell’azione di governo è la questione attorno alla quale si sono registrate ampie convergenze, come dimostrato nel recente convegno promosso dalle Fondazioni Nuova Italia e Bettino Craxi: da Sacconi a Bondi, Frattini, Quagliariello, Carfagna, Cicchitto, Mantovano solo per citarne alcuni. Prove tecniche di corrente?
Io non demonizzo le correnti che sono, nella giusta accezione, un modo anche per manifestare vivacità politico-culturale. Ma in questo caso non c’entrano niente. Su alcuni temi, come la biopolitica o l’integrazione, all’interno del Pdl si sono manifestate autorevoli analisi fondate sull’idea che modernizzazione e secolarizzazione vadano obbligatoriamente nella stessa direzione. Il fatto che quanti non la pensino in questo modo si incontrino, ne discutano, promuovano momenti di confronto, è un fatto di di vivacità politico-culturale che dimostra quanto sbaglino coloro i quali ritengono che il Pdl sia un partito senz’anima e senza dibattito. Ma da questo a formare una corrente ne passa. Anzi, questi incontri trovano il loro significato proprio nella trasversalità delle appartenenze di quanti vi partecipano.
A che punto è il processo di costruzione del partito unico? Se a livello centrale gli organismi sono già operativi è sul territorio che l’amalgama tra Fi e An non pare a buon punto. Perché? Cosa manca?
Sono passati solo quattro mesi dalla fondazione del partito anche se sembra un anno. Bisogna avere pazienza. Francamente non credo che il problema sia l’amalgama tra Fi e An, piuttosto trovare i modi e i tempi per andare oltre la regola del 70 a 30 che può essere un punto di partenza, ma non una regola interna. In tal senso un aiuto determinante può venire dall’iniziativa politica che in questi mesi è stata, comprensibilmente, un po’ latitante in quanto il partito è stato impegnato nella sua costruzione. E l’iniziativa politica è quell’elemento che più aiuta a superare frizioni e lotte di potere.
Adesso si apre la partita per il completamento dei coordinamenti regionali, provinciali e comunali. In altre parole, la selezione della classe dirigente. Passaggio strategico, ma proprio in questa fase non c’è il rischio di tentativi di annessione da parte di An nei confronti di Fi e viceversa?
In questo passaggio il Pdl deve dimostrare di essere un partito inclusivo, superando alcune forzature che vi sono state (e non potevano non esservi) nella nomina dei coordinatori provinciali. Guai se qualcuno si sente escluso o impossibilitato di far politica nel Pdl. Il partito a vocazione maggioritaria perderebbe il suo presupposto. Io credo che non bisogna avere remore a condannare quanti pensano di poter realizzare fuori dal Pdl una parte importante della “rivoluzione berlusconiana”. D’altra parte, è necessario offrire a tutti la possibilità di sentire il Pdl come la propria casa.
Si riferisce alle spinte movimentiste che si stanno manifestando nel Meridione, compreso il partito del Sud di Lombardo e Miccichè?
Anche. Penso che il vero partito del Sud possa essere solo il Pdl perché se passa una logica di frammentazione, ad avere la meglio è il frammento più potente. E questo è rappresentato dalla Lega. Sono convinto che il nuovo meridionalismo non si riduca a un problema di spesa e in tal senso con Sandro Bondi e Mara Carfagna sto mettendo a punto un documento che possa rappresentare la base di un momento di incontro tra la classe dirigente del Pdl.
Senatore Quagliariello, ci sarà o no un rimpasto di governo, magari durante il vertice dell’esecutivo annunciato dal ministro Rotondi per fare il punto sul programma di legislatura?
Non lo so, ma credo che i cambiamenti in questa fase dovrebbero essere solo dei ritocchi. Dobbiamo impegnarci a ricevere la terza consacrazione consecutiva dagli elettori alle prossime elezioni regionali. Ora dobbiamo lavorare a fondo, poi si vedrà.
Lo scenario di un “governissimo” è solo fantapolitica?
Sì. È solo fantapolitica.
