Il Times urla contro il Cav. per nascondere gli spioni brit
05 Agosto 2009
di Daniela Coli
Da più di tre mesi il Times, seguito dal Guardian e dai media britannici si occupa quotidianamente di Silvio Berlusconi, riportando anche notizie dettagliate, riprese dai giornali italiani, su come e dove passerà le vacanze, come se il Cav. fosse il premier del Regno Unito.
Sulle attenzioni particolari riservate al nostro Presidente del Consiglio sono circolate varie ipotesi: dalla tesi del complotto per logorarne l’immagine all’estero, smentita dal successo del G8, fino a quella di un possibile acquisto di Murdoch dell’Espresso: il numero uscito col titolo "Silvio and the sex" avvalorerebbe l’ipotesi. In questo scenario, un editore di destra come Murdoch avrebbe usato il gossip contro il Cav. per accreditarsi presso un pubblico di sinistra, come i lettori dell’Espresso. In questi mesi, però, chi non si è limitato a leggere gli articoli dedicati a Berlusconi dal Times, ha compreso che vi erano questioni più scottanti di Patrizia D’Addario a preoccupare il giornale principe dell’establishment britannico, che per nasconderle ha urlato su veline ed escort.
Più volte il Times e il Guardian hanno sollevato il problema di come la vita privata del Cav. mettesse in gioco la sicurezza occidentale, perché la escort pugliese avrebbe potuto carpire al premier segreti della Nato durante la notte raccontata al Corriere. La sicurezza occidentale è stata al centro di un editoriale durissimo di James Harding contro il clown Berlusconi e il 22 luglio si è scatenato perfino Daniel Finkelstein, editorialista di punta del quotidiano londinese, in genere ironico e concreto. Anche Finkelstein ha tuonato che la vita privata di Berlusconi riguarda tutti, perché mette addirittura in gioco la sicurezza dell’Occidente. Nel frattempo, la corrispondente della Cnn raccontava divertita agli americani il tormentone del Times e dell’Espresso su "Silvio and the sex", concludendo sorridente che Berlusconi non è un santo: è un leader carismatico con una solida maggioranza e un largo consenso nel paese. Mentre il Times, seguito dai media brit, metteva Berlusconi al centro delle notizie estere, sul Regno Unito arrivava la doccia fredda del New York Times su una questione imbarazzante come la vicenda di Anthony Blunt, la spia col sangue blu.
Se Berlusconi non si è accorto di avere a che fare con una escort, la regina Elisabetta non è accorta per anni che il direttore delle Collezioni reali, il raffinato storico dell’arte Anthony Blunt, era una spia dell’Unione Sovietica. Anzi, la regina lo ricoprì di onori e lo fece anche cavaliere dell’impero. Il New York Times del 24 luglio ha pubblicato anche una foto di Anthony Blunt e della regina nel 1959, in un tête à tête in mezzo ai quadri. Blunt è una ferita ancora aperta nella special relationship del Regno Unito con gli Stati Uniti: la spia più misteriosa del quartetto di agenti brit che passarono ai sovietici i più importanti segreti americani. Molti segreti, troppi, a cominciare da quello della bomba atomica, passato ai sovietici da uno studente di Cambridge, reclutato da Blunt ed infiltrato nel MI6, che insieme allo scienziato austriaco Broda, spia del Kgb in Gran Bretagna, fece scoppiare la guerra fredda. Robert De Niro, in the Good Shepherd, il film sulla Cia del 2006, con Matt Damon-Hoover alle prese con i tiri mancini brit ha mostrato quale guerra sia svolta tra i due servizi segreti alleati. Quando nel film, il Kgb fa innamorare il figlio del capo della Cia di un’africana spia dei sovietici, Matt Damon-Hoover telefona all’omologo britannico, che dirige tutto il gioco. "Morirai solo e senza amici", lo minaccia e sono le spioni brit a rimediare e a uccidere la spia africana in volo verso l’America.
Tiri mancini che gli americani ora impegnati in Afghanistan ricordano bene e temono ancora, con tanti talebani di Londonistan sparsi tra Pakistan e Afghanistan, forse doppiogiochisti, come le spie di Kipling. Il 30 luglio, all’interno di un lungo articolo, intitolato "The dark pursuit of the truth" ( L’oscura ricerca della verità), il New York Times affronta il problema delle relazioni tra servizi segreti britannici e americani in un paragrafo a cui premette il titoletto "The big chill", il grande freddo. Il New York Times si chiede cosa accadrà della special relationship tra intelligence britannica e americana se gli avvocati brit continueranno ad accusare i servizi segreti britannici e a chiedere ai tribunali del Regno Unito se sia legale che un agente brit collabori all’arresto e alla tortura di un presunto terrorista con l’intelligence degli States.
Il grande freddo è esemplificato dal caso di Binyam Mohamed, un etiope in cerca di asilo in Gran Bretagna, che assicura di aver cessato di drogarsi dopo la riscoperta dell’Islam. Mohamed andò nell’Afghanistan governato dai talebani per vedere uno stato islamico all’opera, riporta con sarcasmo il New York Times. Poi andò in Cecenia ad aiutare la resistenza cecena, non certo – dice Mohamed – a combattere gli americani. Fu arrestato mentre cercava di lasciare il Pakistan nel 2002 con un passaporto falso. Fu picchiato in prigione e fu visitato dal FBI e dal MI5. Gli americani lo portarono in Marocco, dove dice di essere stato interrogato mentre gli passavano una lama affilata su petto e pene. Mohamed ammise di avere incontrato Osama bin Laden e avere partecipato ai suoi complotti. Gli avvocati brit di Mohamed hanno ottenuto dal tribunale inglese un giudizio critico del MI5 e un’indagine sugli agenti che hanno collaborato con la Cia. L’amministrazione Obama ha però avvertito il Regno Unito che la special relationship tra le due intellingence andrebbe a pezzi, se le informazioni condivise fossero rese pubbliche in un tribunale britannico. Similmente, l’intelligence brit è allarmata da quanto potrebbe scoprire un tribunale americano. Il New York Times rivela quanto sia sporca la guerra per la ricerca della verità e a quale punto siano le tensioni tra intelligence brit e americana, conflitti ignorati in questi mesi dal Times e dai media brit che hanno preferito strillare su Silvio and the sex.
Le tensioni che minacciano di fare a pezzi la special relationship sono evidenti nella riesumazione del caso Blunt e nella posizione del New York Times. Il 23 luglio la British Library ha reso pubblico il memoriale di Blunt, dopo averlo tenuto sigillato per 25 anni in un contenitore d’acciaio, ha ironizzato il New York Times, ridicolizzando la scoperta di un documento già noto e citato da Wikipedia. Il Times si è invece lanciato in una appassionata difesa di Blunt, perché ammise di avere fatto un errore a tradire il suo paese, fu comunque un grande storico dell’arte e sull’orlo del suicidio: un povero professore gay sedotto dal travolgente Burgess. Un ritratto troppo ritoccato, a cui il New York Times ha risposto il giorno dopo con un titolo duro come "Memoirs of a British spy offer no apology": Blunt non ha mai chiesto scusa al suo paese, né agli alleati traditi, ha solo ammesso, dopo essere stato scoperto, di avere commesso un errore. Dietro la polemica americana su Blunt, la spia della regina, ci sono le tensioni di oggi sull’intelligence britannica. Blunt è paradigmatico del doppiogiochismo teorizzato da Kipling, per il quale la vita è gioco e occorre giocarla fino all’ultimo, costi quel che costi. La star del quartetto di spioni brit doppiogiochisti è Kim Philby, agente del M16, primo segretario dell’ambasciata britannica a Washington nel ’49, dove lavorava con la Cia e spiava per i sovietici. Nel ’56, con la copertura di corrispondente dell’Economist e dell’Observer, Kim era all’opera in Medio Oriente, un puzzle dove le alleanze cambiano sempre, a preparare il piano per attaccare l’Egitto, ma nel ‘62 gli israeliani scoprirono che lavorava per i sovietici e gli arabi.
Insomma, spioni pronti a cambiare qualunque campo per l’interesse brit, cambiando continuamente maschera, ma con l’ossessione di Britannia rule the waves. Il caso Blunt ha non poche zone oscure. Il cavaliere della regina, sempre all’estero per le sue ricerche, non fu ufficialmente scoperto finché la Thatcher nel 1979 non rese pubblico il suo nome. Blunt era già stato scoperto a metà anni ’60 dall’intelligence brit, ma fu deciso di non rendere pubblica la sua attività e di lasciarlo ai suoi studi di storia dell’arte. Non fu mai processato, né condannato, perse qualche titolo e carica, ma morì nella sua casa di Londra nel 1983, dopo che l’ultimo amante si era gettato dalla finestra. Blunt, la spia dal sangue blu, è ancora oggi un mistero. Alla fine della seconda guerra mondiale, la Royal Family gli affidò la missione speciale di recuperare a Berlino le lettere scritte a Hitler dal Duca di Windsor e anche quelle scritte dalla regina Vittoria alla figlia Vicky, regina di Prussia, durante la guerra con i francesi. Blunt è ritenuto un parente della regina Mary, moglie di Giorgio V e cugino del principe Hesse, un erede dei figli illegittimi dell’Inghilterra della regina Vittoria, innamorata del suo Alberto, ma vedova felice col maggiordomo Brown. Nei mesi in cui il Times e i media brit hanno urlato a Silvio Berlusconi di rispondere in Parlamento su una festa di compleanno a Casoria e sulla escort D’Addario, perché la vita privata di un politico è pubblica, il caso della spia reale Blunt, resuscitato nell’incandescente conflitto di intelligence in Medioriente, indica la qualità dei maldestri giocolieri del Times. Forse Rupert Murdoch dovrà chiedere a qualche clown del suo quotidiano di cambiare almeno la maschera, per non finire in bancarotta come l’Observer, il domenicale del Guardian, che rischia la chiusura.
