Il Pd ora ha il volto di Bersani, il corpo dei Ds e poche altre novità
26 Ottobre 2009
E’ un risultato in fotocopia rispetto a quello del congresso. Un’investitura scontata che consegna il Partito Democratico a Pierluigi Bersani con oltre il 50% dei consensi e chiude definitivamente l’estenuante processo di selezione del nuovo segretario.
La partita delle Primarie si chiude in maniera rapida. Dario Franceschini comunica appena due ore dopo la chiusura dei seggi il risultato – nonostante i ritardi nello spoglio al Sud – e dà il suo contributo alla riuscita di quella grande operazione di marketing politico che sono le Primarie.
Il messaggio che tutti i candidati si affrettano a intonare è quello della grande festa democratica coronata dal successo di un’ampia partecipazione popolare – circa due milioni e mezzo i votanti dichiarati – e dalla prova di sportività e compostezza fornita da Franceschini e Marino che ammettono subito la vittoria del loro rivale e dimostrano una sufficiente dose di fair-play. Un copione scontato, necessario a riscattare un confronto aspro che troppe volte, nelle ultime settimane aveva tracimato dal solco di una normale dialettica pre-voto facendo addirittura paventare, nei più pessimisti, lo spettro di possibili scissioni e ricomposizioni dei partiti di origine.
Al di là dell’inevitabile retorica autocelebrativa resta un dato, anzi due su cui riflettere. Il principale partito di opposizione ora ha un leader che può contare su una investitura chiara. E questo potrebbe significare – il condizionale è d’obbligo – che “la guerra dei capi” potrebbe fermarsi e tradursi in una tregua capace di reggere almeno per qualche mese, fino al primo test delle Regionali. Il secondo dato è che ora il Pd non ha più l’alibi della transizione post-veltroniana e, se vuole acquisire credibilità, deve diventare oltre che un partito di opposizione anche un partito di alternativa. Il primo passo di questo processo non può che essere uno: fare chiarezza.
Pochi hanno capito davvero – al di là del diverso appeal dei vari candidati – su quali piattaforme programmatiche Bersani, Franceschini e Marino si confrontassero. Antiberlusconismo a piene mani, certo. Richiami alla Costituzione. Generiche promesse di attenzione verso la scuola e il mondo del lavoro. Laicità declinata in diverse fogge. Ma in queste settimane, tra i colpi di sciabola e il tintinnio dei fioretti, tracce reali di un programma alternativo, di un’idea di Paese, di una concreta proposta di governo se ne sono viste davvero poche.
E così, in questo scenario costellato da tante ombre, si è consumato un curioso paradosso: la trasformazione delle Primarie da mezzo a fine in un gioco di specchi in cui la capacità democratica è stata tramutata in un succedaneo della capacità di governo. Ora però la stagione dei gazebo, delle alchimie, delle tessere di partito e dei certificati elettorali è finita. E il Pd non deve più legittimare un segretario ma legittimare se stesso di fronte agli italiani, cercando di smetterla di comunicare soltanto con lo zoccolo duro dei propri elettori attraverso l’eterno codice dell’antiberlusconismo.
Bersani, insomma, è chiamato a una sfida durissima: portare il partito fuori dalla palude degli strilli di tromba, abbandonare la politica degli allarmi democratici e delle iperboli resistenziali e ricostruire una visione e un approccio maturo rispetto alle necessità del Paese. I primi segnali, in questo senso, non sono confortanti. L’intenzione, più volte annunciata, di aprirsi a tutte le forze di opposizione e di favorire il ritorno del centro-sinistra, magari con l’aggiunta dell’Udc, non sembra il viatico migliore per costruire alleanze serie e compatibili con le sfide della modernità.
Il rischio di un ritorno allo schema-Prodi, insomma, c’è tutto. E questo non sarebbe un bene né per la sinistra italiana, né per il Paese.
