La Consulta condanna Berlusconi e lo Stato di diritto

Banner Occidentale
Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

La Consulta condanna Berlusconi e lo Stato di diritto

07 Ottobre 2009

 

Secondo quale criterio la Corte Costituzionale italiana emette le sue sentenze? Sembrerebbe una domanda assurda se posta in qualsiasi altro paese e chiunque risponderebbe che le corti costituzionali giudicano in base alla costituzione.

Non è però questo il caso della Consulta e della sentenza emessa oggi sul Lodo Alfano. Perché la Costituzione di oggi è la stessa di quella in vigore il 20 gennaio 2004 quando la Corte giudicò il Lodo Schifani.

In quell’occasione infatti la Corte stabilì l’incostituzionalità del Lodo richiamandosi agli articoli 3 e 24 della Costituzione, cioè ritenne che la sospensione dei processi per le più alte cariche dello Stato violava il principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge e il diritto alla difesa.

Tradotto in pratica la Corte contestò tre aspetti della legge: l’automatismo della sospensione processuale, perchè impediva all’imputato che lo volesse di dimostrare subito la sua innocenza e alle parti civili di far valere i propri diritti; la durata indefinita della sospensione, perché creava una eccessiva disparità rispetto ai comuni cittadini e produceva processi troppo lunghi; e infine l’irragionevolezza di mettere sullo stesso piano cariche istituzionali diverse.

Sabino Cassese, che all’epoca scriveva sul Corriere della Sera e oggi è uno dei giudici della consulta, salutò quella sentenza come “saggia, pacata e imparziale”. Spiegando che “essa non richiede una legge costituzionale, ma tabilisce un accurato equilibrio tra l’ «assicurazione del sereno svolgimento delle rilevanti funzioni» delle cinque più alte autorità dello Stato e i «principi fondamentali dello Stato di diritto»”.

Cassese concludeva il suo commento che la sentenza della Corte non “sbarra la strada al Parlamento”. E infatti il Parlamento si incamminò esattamente sulla strada indicata dalla Corte ponendo rimedio ad ognuno dei suoi rilievi. La gittata della sospensione venne circoscritta al durata della legislatura, venne introdotto il diritto dell’interessato a rinunciare alla sospensione (diritto di cui si è appena servito Gianfranco Fini) , vennero previste garanzie per le parti civili e le cariche tutelate passarono da 5 a 4.  Il risultato fu il Lodo Alfano, approvato dal Parlamento il 22 luglio del 2008.

In occasione della promulgazione del Lodo Alfano, il 23 luglio, il Quirinale spiegò in comunicato il senso della firma del presidente della Repubblica: “A un primo esame – quale compete al Capo dello Stato in questa fase – il disegno di legge approvato è risultato corrispondere ai rilievi formulati nella sentenza della Corte del 2004. La Corte, infatti, non sancì che la norma di sospensione di quei processi dovesse essere adottata con legge costituzionale. Giudicò inoltre ‘un interesse apprezzabile’ la tutela del bene costituito dalla ‘assicurazione del sereno svolgimento delle rilevanti funzioni che ineriscono a quelle cariche’, rilevando che tale interesse ‘può essere tutelato in armonia con i princìpi fondamentali dello Stato di diritto, rispetto al cui migliore assetto la protezione è strumentale’, e stabilendo a tal fine alcune essenziali condizioni”.

Che cosa è successo oggi? La Corte ha bocciato se stessa prima ancora di bocciare il Lodo Alfano. I giudici costituzionali hanno emesso una senza politica e l’hanno giustificata con l’unica risorsa costituzionale che gli era rimasta, la violazione dell’articolo 138, cioè affermando che la sospensione dei processi per le più alte cariche dello Stato non si può fare se non con legge costituzionale. L’esatto opposto di quello che avevano stabilito la Corte nel 2004 e il presidente della Repubblica nel 2008.

La sentenza di oggi sembra essere scritta in stretta collaborazione con il tribunale di Milano che si appresta a condannare Silvio Berlusconi nel processo Mills. Se la Consulta, come molti si aspettavano, avesse bocciato il Lodo per profili marginali, tali da poter essere rapidamente corretti dal Parlamento, ai giudici sarebbe mancato il tempo per giungere alla condanna. Ora invece, con la prospettiva di affrontare il lungo iter di modifica costituzionale, il tribunale può cuocere Berlusconi a fuoco lento e condannarlo quando più gli aggrada.

Oggi la Consulta non ha emesso un giudizio di legittimità costituzionale, generale e impersonale come sarebbe dovuto, ma ha emesso una sentenza di condanna personale e mirata che fa inorridire i difensori dello stato di diritto.

Una cosa appare certa, questo paese non si può cambiare davvero, non si possono mettere in moto riforme profonde, non si può metterlo sulla strada della modernità e della democrazia compiuta se non si cambia l’assetto dei poteri costituzionali di cui è tuttora ostaggio. Oggi l’hanno capito tutti.