Le guerre del XXI secolo si vincono con la “forza giusta”

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Le guerre del XXI secolo si vincono con la “forza giusta”

08 Ottobre 2009

Ieri il Capo di Stato Maggiore della Difesa, il Generale Vincenzo Camporini, ha chiuso la prima giornata di lavori della conferenza di Magna Carta sulle Nuove Relazioni Transatlantiche 2009, con un intervento su come cambia il ruolo delle nostre forze armate nelle aree di crisi. Lo abbiamo intercettato all’uscita della Sala delle Conferenze Internazionali della Farnesina.

“Generale, che vuol dire usare la forza giusta?” 

"Rispettare la legge e il buonsenso. Usare la forza in modo proporzionale e senza eccedere, per evitare ‘danni collaterali’". Ne aveva appena discusso davanti alla platea della Conferenza, spiegando che nei conflitti di oggi non basta più vincere la guerra ma occorre ‘vincere la pace’. Bisogna mostrarsi al popolo afghano non come degli occupanti ma come dei pacificatori. 

E’ questa capacità di proiezione in scenari lontani che ha rinnovato profondamente le forze armate italiane, riallacciando i nodi di quel rapporto tra Farnesina e Ministero della Difesa che durante la Guerra Fredda si erano allentati – ecco uno dei passaggi più interessanti del suo intervento. La caduta del Muro di Berlino, “l’89 ancora più dell’11 Settembre”, hanno segnato un cambio di mentalità, tanto da riuscire a esprimere una nuova capacità d’intervento all’estero, nonostante la carenza di risorse, la crisi, le necessità di politica economica interne al Paese.

Certo, il contributo europeo in Afghanistan non è fondamentale. Il problema dell’Europa è la frammentazione delle forze. "Quando il comandante americano McChrystal chiede più truppe non le sta certo chiedendo all’Europa ma ad Obama". Insomma, in Afghanistan i militari aspettano che a parlare sia la politica. Che il dibattito abbia un esito, in America e non solo.

“Generale, l’Olanda ha detto che ritirerà il suo contingente…”.

“Il ritiro di singoli contingenti è una situazione che si è già verificata in altri teatri passati – ci risponde – ma questo non ha alterato le missioni”.   

Nel suo discorso aveva citato l’esempio del Kosovo: “A un certo punto abbiamo proposto Eurofor (la forza di azione rapida dell’Unione Europea), che è composta dall’Italia, dalla Francia, dalla Spagna e dal Portogallo. Avevamo uno strumento pronto ed efficace ma la Spagna ha declinato l’offerta di partecipare alla missione in Kosovo – perché Madrid non aveva riconosciuto Pristina. Spendiamo risorse in strutture che non usiamo!”.

“Ha sentito delle ultime polemiche tra italiani e spagnoli in Afghanistan?”, gli chiediamo.

“No comment”.

"Qual è la situazione in Kosovo?"

“Il Kosovo e i Balcani sono un esempio di come si possa usare ‘meno bastone e più carota’. In Kosovo abbiamo usato due tipi di ‘carote’: una è quella garantita dalla relazione euro-atlantica, l’altra è legata al ruolo svolto dall’Unione Europea. Abbiamo ancora 1.900 uomini in Kosovo e siamo molto soddisfatti della missione”.