Obama trova il capro espiatorio per la mancata chiusura di Guantanamo
17 Novembre 2009
La notizia era nell’aria da tempo. I più informati, tra i collaboratori dell’amministrazione Obama e tra gli addetti ai lavori di Washington, aspettavano da un momento all’altro l’annuncio delle dimissioni di Gregory B. Craig, consulente della Casa Bianca. E così è stato: nelle scorse ore, le agenzie di stampa americane hanno ricevuto la comunicazione, proveniente direttamente dal 1600 di Pennsylvania Avenue, della rinuncia di Craig.
A dispetto delle ripetute smentite dell’interessato, che lo scorso ottobre aveva dichiarato al National Law Journal di non avere “alcuna intenzione di lasciare”, le previsioni che volevano una fine imminente del rapporto di collaborazione tra lui e il governo americano si sono rivelate esatte. E il motivo principale per le dimissioni anticipate di Craig, sebbene i portavoce ufficiali del presidente Obama ancora non si siano pronunciati al riguardo, è relativo al malcontento dell’amministrazione nei confronti dell’operato del consulente. Il cui compito principale, come noto, era occuparsi dell’iter di chiusura del carcere speciale di Guantanamo Bay.
L’allontanamento di Craig dalla Casa Bianca rappresenta ad oggi la defezione di più alto livello per l’amministrazione guidata da Barack Obama, e giunge dopo mesi caratterizzati da un moltiplicarsi di voci di corridoio relative a una progressiva erosione dei rapporti tra il consulente e ambienti vicini alla presidenza a causa dei ritardi e delle complicazioni nel processo di chiusura della struttura detentiva con sede nell’isola di Cuba. Promessa elettorale della campagna elettorale presidenziale di Obama, primo ordine esecutivo firmato da presidente, lo smantellamento del carcere (tuttora contenente circa duecento sospetti terroristi) ha incontrato negli scorsi mesi più ostacoli del previsto, difficoltà – sia pratiche che legali – che hanno reso alquanto improbabile, se non impossibile, il rispetto dei tempi inizialmente prefissati dall’amministrazione. La quale ha individuato la responsabilità dei ritardi – e della conseguente impossibilità di mantenere la promessa elettorale – nella figura di Craig, accusato di aver commesso svariati errori e passi falsi.
Le dimissioni di Craig – che sarà sostituito da Robert “Bob” Bauer, Democratico, avvocato personale di Barack Obama e marito di Anita Dunn, fino a qualche giorno fa responsabile delle comunicazioni della Casa Bianca – colpiscono per il loro tempismo, in quanto giungono in contemporanea con altre notizie relative a Guantanamo, in particolare con la decisione in sospeso del Dipartimento di Giustizia sulle sorti legali di alcuni detenuti chiave, nonché con la possibilità, ancora da verificare, che Khalid Sheik Mohammed, tra gli organizzatori degli attacchi dell’11 settembre, possa essere trasferito a una corte federale per un processo. Elementi che suggeriscono la decisione “a orologeria” legata alla posizione del consulente, il quale ha opportunamente evitato di menzionare Guantanamo nella sua lettera di dimissioni.
La mancata promessa di chiudere il discusso carcere, icona della guerra al terrorismo di George W. Bush, seguita dal rinvio della data di chiusura da parte di elementi dello staff della Casa Bianca, aveva irritato non poco l’ala sinistra del Partito Democratico. Craig – responsabile, tra le altre cose, della nomina di Sonya Sotomayor a giudice della Corte Suprema – sembra sia stato scelto per recitare il ruolo del capro espiatorio, prendendosi così la responsabilità di scelte oggi contestate, ma un tempo condivise da elementi importanti dell’amministrazione. Avvicendamento che avviene mentre il presidente Obama è in tour in Asia, e che risulta come una indiretta ammissione di colpa da parte dell’amministrazione, ma soprattutto come un assai tardivo provvedimento tardivo nel tentativo di risolvere una situazione politica, quella legata alla chiusura di Guantanamo, ormai abbastanza compromessa.
