Abu Omar, agli americani non piace la sentenza contro 23 agenti della Cia

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Abu Omar, agli americani non piace la sentenza contro 23 agenti della Cia

06 Novembre 2009

A un giorno di distanza dalla controversa sentenza del tribunale di Milano che ha condannato 23 agenti della Cia per il rapimento dell’Imam Abu Omar, avvenuto il 17 febbraio del 2003, la stampa americana riflette su come potrebbero cambiare le relazioni tra America e Italia. Abu Omar, lo ricordiamo, era un Imam fondamentalista sospettato di essere legato agli addestratori di martiri per l’Iraq e l’Afghanistan.

L’inglese Telegraph ha scritto che l’intero procedimento della corte milanese è stato una fonte di tensioni nelle relazioni tra Usa e Italia, ma sia il Wall Street Journal che il New York Times riflettono sul fatto che, nonostante la condanna, l’Italia non abbia ancora chiesto l’estradizione per nessuno degli agenti coinvolti nella vicenda. E che, sottolinea il WSJ, “i processi di appello in Italia durano molti anni”. Insomma è probabile che nessuno dei condannati trascorrerà un solo giorno in carcere. Per molti quotidiani a stelle e strisce si è trattato comunque di “una vittoria per i magistrati dell’antiterrorismo italiano” (Chicago Tribune), “una vittoria simbolica” (NYT)

Il primo processo sul programma di “rendition” iniziato da Clinton, ampliato in modo più aggressivo da Bush dopo l’11/9, e  proseguito in maniera soft anche da Obama, non è piaciuto al Dipartimento di Stato americano, che si è detto “deluso” dalla sentenza. E se l’Agenzia si è trincerata dietro un ‘no comment’ (“la Cia non ha alcun commento da fare intorno alla sentenza su Abu Omar", ha detto il portavoce George Little), il Pentagono ha evidenziato la condanna del Tenente Colonnello dell’Air Force, Joseph Romano III, mette seriamente in discussione le regole che stanno alla base dello Status Forces Agreement della Nato (il portavoce del Pentagono Morrell ha detto: “Siamo rimasti delusi dalla decisione della corte. Il nostro punto di vista è che la corte italiana non avesse giurisdizione su Romano e che dovrebbe immediatamente far cadere tutte le accuse che lo riguardano”).

Per il Los Angeles Times, se è vero che le rendition stanno continuando, “il combinato tra gli effetti delle sentenze provenienti da oltremare e le nuove politiche dell’amministrazione potrebbe danneggiare il morale degli agenti della Cia e impedirgli di affrontare missioni altrettanto pericolose”.

Il WSJ ha evocato lo spettro del giudice spagnolo Baltasar Garzon e le sue indagini sulle torture avvenute nel supercarcere militare di Guantanamo: “La questione delle rendition ha messo in difficoltà Obama perché il presidente ha deciso di continuare con la pratica del trasferimento dei detenuti in altri Paesi per interrogarli”. La Reuters a sua volta si chiede se la sentenza italiana non spingerà l’amministrazione a cambiare rotta sulla rendition, anche se ha mostrato “i limiti della capacità di Washington di proteggere agenti americani da processi all’estero, anche in Paesi che sono stretti alleati degli Stati Uniti”. Insomma, il fatto che le rendition siano considerate legali negli Usa non significa che lo stesso valga anche nel resto del mondo. “Ciò che abbiamo capito dalla sentenza italiana – ha detto Robert Ayers, un ex ufficiale dell’intelligence – è che il kidnapping è sbagliato”.

A diventare un idolo della stampa democrats è il pm Armando Spataro, il magistrato che nella sua arringa aveva denunciato l’esistenza di una “cupola” tra i servizi italiani di Pollari e i suoi omologhi americani. A molti osservatori è piaciuta quella parte della requisitoria di Spataro in cui si dice che “non possiamo usar alcuno strumento illegale nel nostro sforzo per combattere il terrorismo”. Secondo il New Yorker, Spataro è “un grande fan dell’America”, affascinato da Chicago, e la sua requisitoria, come pure la condanna, hanno mostrato che “mentre l’amministrazione Obama non ha voluto ‘guardarsi indietro’ facendo i conti con gli scandali dell’era Bush, il resto del mondo non sembra così pronto a seguire la stessa strada del nuovo presidente”.

Quasi tutti i giornali americani si concentrano sulla figura di Robert Seldon Lady, il capocentro della Cia a Milano che ha subito la condanna più pesante (8 anni), per aver organizzato e gestito materialmente il sequestro di Abu Omar. “Sono solo responsabile per aver ubbidito agli ordini dei miei superiori,” ha spiegato Lady in un’intervista concessa al Giornale l’estate scorsa. Sempre secondo il Chicago Tribune, “Lady inizialmente si oppose al rapimento di Abu Omar, considerandola una mossa infruttuosa e pericolosa, ma in seguito divenne il vero architetto dell’operazione”. Il Los Angeles Times, infine, lascia intendere che la speranza di Lady era quello di “reclutare Abu Omar come un informatore”. 

Intrecciato al destino di Lady è quello di Sabrina De Sousa, accusata di aver lavorato a fianco del capocentro di Milano, condannata a 5 anni dal tribunale italiano, ma che non ha mai ammesso di aver lavorato per la Cia ed ha sempre negato qualsiasi implicazione nelle rendition. La donna si dichiara “abbandonata e tradita” e – secondo il deputato repubblicano Pete Hoekstra, uno dei membri della House Intelligence Committee intervistato dalla ABC, “il processo italiano è stato un disastro per gli ufficiali della Cia come la De Sousa che agiscono al fronte”. Se Castelli, il capocentro di stanza all’ambasciata americana di Roma (“il vero ispiratore dell’operazione”, secondo il giornalista del Corriere della Sera Guido Olimpio), ha potuto godere dell’immunità diplomatica, per Lady e la De Sousa le cose sono andate diversamente. Per la prima volta le spie presenti in un Paese amico non sono state espulse ma condannate e perseguite penalmente.