La libertà sul web (e su Google) non può passare dalle minacce a Magi

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La libertà sul web (e su Google) non può passare dalle minacce a Magi

16 Aprile 2010

Il 24 febbraio scorso il giudice Oscar Magi emise la sentenza di condanna a sei mesi di carcere per i tre dirigenti di Google rei di aver messo in rete il video di un ragazzino disabile vessato da alcuni ragazzi. Gli scettici erano e sono tuttora molti ma a posteriori, dopo la pubblicazione delle motivazioni e alla luce di fatti emersi da poco, potrebbe averci visto lungo.

Ad un intervista rilasciata al Sole 24 Ore ieri il giudice ha dichiarato che dopo la decisione contro Google sono arrivati sul suo profilo Facebook molti insulti e diverse minacce che gli hanno fatto temere per la sua incolumità, tanto da indurlo a contattare i gestori della piattaforma. Non ci sembra un comportamento di persone che rivendicano un giusto diritto alla libera espressione quanto piuttosto la reazione eccessiva di persone abiutate a esprimesi senza filtri. Ma andiamo con ordine.

Il tribunale di Milano condannò i 3 dirigenti di Google Italia – David Carl Drummond, ex presidente del cda di Google Italy e ora senior vice presidente, George De Los Reyes, ex membro del cda di Google Italy e ora in pensione, e Peter Fleischer, responsabile delle strategie per la privacy per l’Europa di Google Inc -, accusati di diffamazione e violazione della privacy per non avere proibito nel 2006 la pubblicazione di un video in cui un bambino affetto da sindrome di Down veniva insultato e picchiato da 4 studenti di un ITIS  Torinese. Sentenza storica e parecchio discussa, tanto da far prendere posizione anche dall’ambasciata americana in Italia, che difese l’operato della casa di Mountain view, criticando di fatto la decisione di Magi. Un nuovo spunto è però venuto dalle motivazioni.

Magi, infatti, nelle motivazioni pubblicate pochi giorni fa scrive che la loro responsabilità dolosa è stata riconosciuta nel “fine di profitto” e di “interesse economico”. Per accertare l’illecito trattamento di dati personali e sensibili (reato per cui sono stati condannati gli imputati) serve infatti “il fine di profitto, richiesto dalla norma specificamente per la sussistenza del dolo”. Nello specifico, sempre secondo il giudice tale fine “era, evidentemente, ricollegabile alla interazione commerciale ed operativa esistente tra Google Italy e Google Video”. Nulla a che vedere quindi con l’imbavagliare la rete, ma solamente il rispetto di una norma, quella sulla privacy, in vigore dal 1996.

Google Italy, si legge ancora nelle motivazioni, “trattava i dati contenuti nei video caricati sulla piattaforma di Google Video e ne era quindi responsabile”. Il giudice parla di “chiara accettazione consapevole del rischio”, da parte degli imputati, “di inserimento e divulgazione di dati, anche e soprattutto sensibili”, come quelli del video in questione, “che avrebbero dovuto essere oggetto di particolare tutela”. In parole semplici, chiarisce Magi, “non è la scritta sul muro che costituisce reato per il proprietario del muro, ma il suo sfruttamento commerciale può esserlo”. Sembra essere lapalissiano, in realtà si è di fronte a un equilibrismo – su un tema delicato – frutto di una profonda riflessione, ma per la grande G non è abbastanza.

Google, come prevedibile, ha infatti confermato che ricorrerà in appello. Attraverso una nota hanno fatto sapere che “come abbiamo detto nel momento in cui la sentenza è stata annunciata, questa condanna attacca i principi stessi su cui si basa Internet”. Proseguendo con la linea difensiva utilizzata durante la fase processuale la società sottolinea che “se questi principi non venissero rispettati, il Web così come lo conosciamo cesserebbe di esistere e sparirebbero molti dei benefici economici, sociali, politici e tecnologiche che porta con sè. Si tratta di importanti questioni di principio ed è per questo che noi e i nostri dipendenti faremo appello contro questa decisione”.

La novità, in questa vicenda, è che forse i difensori della libertà di espressione che Google tanto arcignamente rappresenta hanno qualcosa da imparare. Non da un punto di vista giuridico, su cui probabilmente serviranno ancora sentenze e ricorsi per decidere in maniera definitiva, ma ad un livello decisamente più essenziale nella vita quotidiana: il buon senso.

Come già detto, in una intervista rilasciata ieri al Sole 24 Ore il giudice ha dichiarato di aver ricevuto centinaia di minacce sul suo profilo di Facebook. La cosa, di per sé, non rappresenta una novità, ma Magi spiega che le critiche sono venute soprattutto dall’estero, mentre le minacce sono arrivate dall’Italia. I pochi messaggi di approvazione sono invece arrivati dalla Spagna.

Inutili le difese, tra l’altro non necessarie, del giudice, che ha precisato che con la condanna a sei mesi di carcere per i tre manager ha inflitto “il minimo dei minimi”, previsto dalla legge sulla privacy, aggiungendo: “forse in Italia queste norme sulla privacy puntano troppo sul meccanismo della pena intesa come carcere e poco su pene alternative”. Occorre forse, è vero, ripensare il modello punitivo italiano, ma ancora prima crediamo che serva una revisione di quello comportamentale.

Anche noi siamo tenaci sostenitori di ogni tipo di libertà espressiva e ci siamo già espressi su questa sentenza denunciandone i rischi per la libertà d’agire in rete. Ora però, a fronte di offese e minacce rivolte a una persona che ha solamente svolto il proprio lavoro, ci sentiamo di modificare quella posizione. Rimane sacrosanto il diritto di espressione ma in qualche modo vanno fermati soggetti che si autoproclamano paladini del giusto attraverso modalità per nulla condivisibili. In quest’ottica, la sentenza di febbraio assume un significato diverso. Potrebbe essere l’inizio di un controllo discreto ma presente che alla rete, a questo punto, sembra servire.