Fuori Formigoni a Milano e il Pdl nel Lazio. E il Cav. scende in piazza

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Fuori Formigoni a Milano e il Pdl nel Lazio. E il Cav. scende in piazza

03 Marzo 2010

La notizia scompagina la giornata nei palazzi della politica e nei ranghi del centrodestra. Il “missile” viaggia lungo l’asse Roma-Milano; diverse le contingenze, identico il risultato: in Lombardia Roberto Formigoni – per ora – è fuori dalla sfida elettorale, nel Lazio la lista di Renata Polverini c’è rientrata pure se con “riserva” ma lo stop vero è e resta su quella del Pdl per Roma e provincia, mentre sul listino si saprà oggi. Così hanno deciso, più o meno in contemporanea, i giudici di due Corti di Appello. In Piemonte poi, è scoppiato il caso della "lista truffa" presentata contro il candidato presidente del Pdl Roberto Cota.

Alle prese con la nuova grana che potrebbe danneggiare la sua immagine e penalizzare la performance del Pdl sul piano dei consensi, il Cav. non nasconde l’amarezza anche se per tutto il giorno sente e incontra a Palazzo Grazioli i vertici del partito e a tarda sera prende due decisioni: oggi dopo un summit con lo stato maggiore della Lega sarà in piazza Farnese a Roma con Renata Polverini per la mobilitazione lanciata dal partito. Subito dopo all’hotel Excelsior riunirà i parlamentari eletti nel Lazio, presente Gianfranco Fini le cui parole sul partito che non gli piace, al Cav. non sono proprio andate giù. In agenda, poi, la riunione dell’Ufficio di presidenza del partito, chiamato a ragionare sul da farsi dopo il doppio stop ai ricorsi in Lombardia e Lazio.

Non è escluso che possa riprendere quota l’ipotesi di una legge ad hoc, nonostante l’idea non incassi grandi entusiasmi nel centrodestra, a cominciare dal ministro Maroni. Il fermo immagine di queste ore, in attesa che a pronunciarsi sui ricorsi sia il Tar, registra gli effetti  sulla competizione elettorale tra partiti, candidati presidenti, candidati ai consigli regionali e le conseguenze sul diritto di milioni di elettori ad esprimere il voto e scegliere liberamente il governo della regione.  E a poterlo esercitare in due piazze-chiave di questa tornata elettorale. Un diritto al momento negato in nome e per conto di un formalismo giuridico che rischia di trasformarsi in un pericoloso vulnus per la democrazia, col risultato che una ipotetica (ma probabile se il quadro resterà questo) vittoria a tavolino dei candidati radical-pd, aprirebbe la strada a una prospettiva di ingovernabilità sul piano amministrativo e politico.

In Lombardia la decisione della Corte d’Appello fa sì che ad oggi non ci sia né il candidato presidente (Formigoni, appunto) né la sua lista e neppure quelle che lo sostengono, ovvero Pdl e Lega Nord. Paradossalmente, è come se la coalizione di centrodestra non avesse depositato alcuna lista rinunciando così alla corsa. Ma come è possibile?  Il problema non sta solo nei rilievi di irregolarità mossi dai giudici su 514 firme della lista “Per Formigoni presidente”  ma pure nella legge elettorale (il cosiddetto Tatarellum) che in Lombardia non è stata modificata, come invece avvenuto in altre regioni. E cosa prevede la legge? Prevede che ogni partito presenti una lista provinciale con voto di preferenza e il collegamento al listino regionale il cui capolista è il candidato presidente. E’ lo stesso listino dal quale si attinge dopo l’esito elettorale per la ripartizione del premio di maggioranza a favore della coalizione vincente. 

In Lombardia lo schema è il seguente: listino regionale con a sostegno e direttamente collegate undici liste provinciali del Pdl e undici della Lega Nord. È questo “insieme” che corre ed è chiaro che se il listino regionale resta fuori, come in questo caso,  tutte le liste provinciali ad esso collegate con un vincolo di apparentamento vengono dichiarate decadute. Come dire che la coalizione non esiste.

Nel Lazio la temperatura è alta nel Pdl. La  Polverini conferma la corsa alla Pisana, invita i suoi a "mantenere i nervi saldi" e ad andare avanti, nell’attesa "fiduciosa" del verdetto del tribunale amministrativo regionale. Ma il clima è pesante nei ranghi del partito, specie per le conseguenze che una eventuale bocciatura del ricorso potrebbero comportare per elettori e potenziali eletti. Anche per questo c’è chi come Fabrizio Cicchitto lancia l’allarme, evidenziando che i ricorsi bocciati in Lombardia e Lazio e in Piemonte l’accettazione della lista di disturbo a Cota "dimostrano che queste elezioni corrono il rischio di essere falsate con conseguenze gravissime per la democrazia. Altro che dilettanti allo sbaraglio".  L’auspicio è che "ci sia un giudice a Berlino", nel caso specifico al Tar e che le liste escluse possano essere recuperate.

Nessun dubbio, invece, per i giudici della Corte di Appello di Roma che hanno respinto il ricorso della lista Pdl per Roma e provincia. Nella motivazione viene rimarcato che alle 12 di sabato scorso "all’interno dell’area delimitata, ove sostavano coloro che potevano ancora presentare le liste, si trovavano in attesa 4 delegati, e fra questi non vi erano quelli del Pdl". I giudici si soffermano poi sul fatto che la documentazione è stata "lasciata incustodita all’interno dell’area delimitata, stante la ovvia necessita’ della presenza delle persone delegate. Nessuna attività, neppure prodromica, alla presentazione della lista è stata mai posta in essere e di conseguenza è inammissibile l’istanza per il ‘completamento’ di una procedura per la presentazione della lista, procedura che mai ha avuto inizio”.

Nella motivazione si legge inoltre come ”il limite temporale è perentorio” e che questa perentorietà si desume dal fatto che ”il termine è ‘ancorato’ a quello della votazione e va a scadenzare in modo rigoroso tutte le operazioni successive alla presentazione delle liste e preparatorio al voto". Di come uscire dal pantano, il Cav. ne ha ragionato ieri a Palazzo Grazioli coi tre coordinatori del Pdl. L’obiettivo di fondo è garantire il diritto di voto per quindici milioni di elettori di centrodestra che, altrimenti, resterebbero senza rappresentanza. Due le opzioni in campo. La prima: l’idea di un decreto legge richiamando il precedente del ’95, in virtù del quale l’allora presidente della Repubblica Scalfaro firmò un decreto che riaprì i termini della consegna delle liste accorciando la durata della campagna elettorale.

Ma su questo punto c’è più di una perplessità perchè un provvedimento del genere sul piano politico rischia di riacuire lo scontro con l’opposizione e, al tempo stesso, potrebbe incassare un no dal Quirinale. L’ipotesi che al momento pare più praticabile e che oggi sarà discussa nell’Ufficio di presidenza sarebbe quella di una denuncia penale contri chi, sulla base di testimonianze certe, avrebbe impedito la consegna delle liste entro i termini previsti.

L’opposizione alza le barricate. Se Bersani, la Bonino e molti esponenti del Pd per tutto il giorno ripetono il mantra delle "regole che vanno rispettate" e quello della "legalità che non è solidarietà", Di Pietro si mostra a sorpresa più soft, facendo intendere di preferire la vittoria sul campo che quella a tavolino e conferma l’intenzione di non presentare ricorsi se le liste del Pdl venissero riammesse. E se Violante suggerisce al Cav. di convocare i leader dell’opposizione per trovare una via d’uscita condivisa che potrebbe essere quella di un rinvio della data del voto ma a patto che si torni subito alle urne anche a Bologna, il sindaco di Venezia Massimo Cacciari si smarca dalla posizione del leader democrat sottolineando che un risultato elettorale in assenza di candidati fondamentali sarebbe un "risultato politicamente inattendibile".

Esattamente quello che il Cav. va sostendendo ormai da giorni e che ripeterà anche oggi al fianco della Polverini. Una mossa per rassicurare l’elettorato di centrodestra ma anche per mandare un messaggio chiaro ai suoi, Fini compreso. Della serie: anche nei momenti più difficili, un vero leader non sta con le mani in  mano.